di Paolo Bolognesi
Mi capita abbastanza spesso di conversare con interlocutori che non hanno in grande simpatia l’attuale Governo (volendo usare un eufemismo), tanto da non perdere occasione per criticarne l’operato, il che è ovviamente del tutto legittimo, salvo il cadere poi in contraddizione, a mio avviso almeno, per le ragioni che cercherò qui di sintetizzare.
In una prima fase li ho sentiti ripetutamente lamentare il fatto che il Governo in carica non sapesse dar corso ad azioni in grado di risolvere l’una o altra criticità (peraltro in presenza di questioni aperte da tempo, con diverse delle quali rimaste irrisolte o trascurate, ovvero minimizzate, nel corso degli anni passati, con Governi di altro segno).
Dopo di che, a fronte delle iniziative via via assunte dal Governo, e quindi non potendosi più parlare di “inerzia”, ho invece ascoltato la tesi per così dire inversa, ossia che si tratta di misure errate, o eccessive, sino a “liberticide” (pur ammettendo l’esistenza del problema ma senza tuttavia avanzare realistiche proposte alternative, vedi in materia di sicurezza).
In buona sostanza, sia che il Governo “stia fermo” oppure “si muova”, incontra sempre gli “strali” dei suoi assidui ed imperterriti contestatori, i quali, almeno quelli a mia conoscenza di cui dicevo, si limitano a “protestare” sempre e comunque, evitando nel contempo di dire come agirebbero da parte loro onde dar concreta risposta all’una o altra problematica.
Io credo che la “protesta senza proposta”, o il fermarsi a generiche enunciazioni di principio, si addica poco a chi si intesta “cultura di governo”, perché le rivendicazioni non bastano per configurarsi quale “alternativa di governo”, essendo che la guida del Paese richiede di andare oltre le enunciazioni di principio, traducendole in atti e provvedimenti.
Tal modo di opporsi, che definirei a senso unico e unilaterale, mi riporta alla mente quando, alcune decine d’anni fa, c’era chi puntava il dito verso il lavoro autonomo, quale area di evasione fiscale, “clima” che ha verosimilmente contribuito a far sì che “chiudessero i battenti” non poche delle nostra preziose attività di tipo artigianale e commerciale.
Sempre circa l’unilateralità, me li ritrovo talora a giustificare i loro politicamente affini, in nome della “libertà di parola”, pure quando questi ultimi teorizzano semmai il potersi derogare dalle norme allorché siano ritenute “ingiuste”, mentre la libera espressione del proprio pensiero non viene invece concessa alla controparte (a dispetto della reciprocità).

