di Simona Russo.
Quello che si sta discutendo in questi giorni a World Economic Forum non assomiglia più alla Davos che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi decenni. Non solo per i temi – sempre più segnati da frammentazione geopolitica, ritorno del conflitto e crisi del multilateralismo – ma soprattutto per la forma che il confronto ha assunto. Siamo di fronte a uno scenario nuovo, e per certi versi rivelatore.
La presenza della delegazione statunitense, capitanata da Donald Trump, ha reso plastica questa trasformazione: un vero e proprio forum nel forum, con eventi paralleli, messaggi alternativi e una narrazione volutamente antagonista rispetto a quella tradizionale del World Economic Forum. Non una semplice provocazione, ma un segnale politico preciso: l’élite globale non parla più con una sola voce, e soprattutto non riconosce più un unico luogo di legittimazione.
Davos, che per anni è stata la capitale simbolica del consenso liberal-globalista, oggi appare come uno spazio conteso. Da un lato chi continua a difendere l’ordine multilaterale, dall’altro chi ne mette in discussione le fondamenta dall’interno, senza più sentirsi obbligato a rispettarne i rituali.
In questo contesto si inseriscono anche le parole del governatore della California, Gavin Newsom, che ha scelto un tono insolitamente diretto nei confronti dell’Europa. Le sue considerazioni sono comprensibili e, per molti versi, stimolanti per un pubblico europeo: la critica alle disuguaglianze, alle derive populiste e alla perdita di fiducia nelle istituzioni democratiche è un terreno già ampiamente discusso sia tra i leader europei sia, forse ancor di più, nell’opinione pubblica. Tuttavia, Newsom va oltre la semplice analisi e chiama in causa una responsabilità politica precisa: secondo lui, l’Europa sarebbe complice dell’ascesa e del consolidamento della politica trumpiana nella misura in cui accetta, per convenienza o timore, un rapporto subalterno con Washington. Da qui l’invito a reagire “a muso duro”, ad abbandonare atteggiamenti che lui definisce implicitamente servilistici e a opporsi con maggiore fermezza alla linea di Donald Trump sul piano commerciale, geopolitico e dei valori democratici.
C’è però un punto che merita di essere affrontato senza indulgenza. Questa sorta di “strigliata populista” rivolta all’Europa suona inevitabilmente incoerente se si guarda al percorso recente del Partito Democratico statunitense. Un partito che, più di altri, è stato protagonista e beneficiario dell’ordine economico e politico che oggi viene messo sotto accusa. Dalla globalizzazione finanziaria alla deregolamentazione, fino alla gestione delle grandi piattaforme tecnologiche, le responsabilità non sono certo ascrivibili solo ai populismi di destra.
Il rischio, allora, è quello di una critica selettiva: lucida nell’analisi degli effetti, ma reticente sulle cause e sulle corresponsabilità. Per gli europei, questo passaggio è cruciale. Perché molte delle fragilità che oggi emergono – sociali, economiche, democratiche – non sono il frutto di un’improvvisa deriva irrazionale delle masse, ma di scelte politiche precise, condivise per anni dalle stesse élite che ora invocano autocritica e riforme.
La nuova Davos ci restituisce dunque un’immagine più sincera, anche se più caotica, del mondo che stiamo attraversando: non più un centro ordinatore del pensiero globale, ma uno specchio delle sue fratture. Sta all’Europa decidere se limitarsi a subirle o se provare, finalmente, a costruire una propria narrazione autonoma – meno moralistica, più autocritica, e soprattutto più credibile.

