Fin verso la fine dell’Ottocento le banche autorizzate a stampare, seppur entro determinate percentuali, e a mettere in circolazione carta moneta erano sei: la Banca Romana, la Banca Nazionale, il banco di Napoli, la banca di Sicilia, la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito. A ciascuna di esse era riservato un margine discrezionale d’emissione, che ben presto divenne incompatibile con il controllo nazionale della circolazione monetaria. Era stata in sostanza unificata la moneta, ma non gli Istituti di emissione. Vediamo come, dunque, si creò il più grande scandalo finanziario dell’Ottocento.
Il trasferimento della capitale da Firenze a Roma aveva comportato una vera e propria “febbre edilizia”. Roma divenne in breve tempo un enorme cantiere, dove la speculazione edilizia era la regola. I prezzi delle aree fabbricabili salirono alle stelle e gli impresari iniziarono ad attingere al credito delle banche. La stessa cosa era accaduta anche a Firenze (capitale), ma in tono minore e comunque senza gli eccessi speculativi romani.
Quando la sbornia speculativa terminò in una prevedibile voragine di fallimenti, la Banca Romana, fondata a Parigi nel 1834, si ritrovò coperta da una valanga di crediti inesigibili e si diffuse la voce che fosse sull’orlo del fallimento. Il ministro dell’Industria e Commercio Luigi Miceli, affidò un’inchiesta agli ispettori sen. Alvisi, presidente della Corte dei Conti, e Gustavo Biagini, un funzionario del ministero del Tesoro, i quali appurarono che la Banca non solo aveva messo in circolazione 25 milioni più di quanto le fosse consentito, ma aveva clandestinamente stampato altri 9 milioni. Le banconote, di cui molte false, furono stampate a Londra da H.C. Sanders & CO.
Alvisi purtroppo morì prima di poter rivelare i risultati dell’ispezione compiuta, facendo però in tempo a riferire ad alcuni amici ciò che avrebbe detto in Aula.
A capo dell’Istituto vi era un tal Bernardo Tanlongo, tipico personaggio del sottobosco governativo romano, vicino agli ambienti della curia e fiduciario del re. Il giornalista Nello Quilici lo definì “un rozzo e frusto arnese dell’affarismo romano”. Il primo ministro Crispi e il ministro del Tesoro Giolitti presero l’iniziativa di insabbiare tutto, minimizzando i contenuti della relazione e definendo la situazione non drammatica e risolvibile. Altre voci, mai confermate, parlarono invece delle necessità e convenienza del governo per difendere addirittura Umberto I, molto indebitato con la Banca per il mantenimento delle sue tante amanti.
Giolitti inserì addirittura Tanlongo nella lista dei candidati da eleggere al Senato, con lo scopo di evitare che l’ex governatore facesse i nomi dei parlamentari coinvolti. Ma ormai lo scandalo era dilagato, tanto da spingere Giolitti a giocare d’anticipo proponendo un’inchiesta amministrativa che tagliasse la strada a quella parlamentare.
Il giorno seguente, il 20-12-1892, però il deputato repubblicano siciliano Napoleone Colajanni, venuto in possesso della relazione completa di Alvisi, lesse integralmente la relazione in aula, mettendo in grave difficoltà molti parlamentari e gli stessi Giolitti e Crispi.
In quella occasione Giolitti riuscì comunque a far passare la sua proposta di un’inchiesta amministrativa da affidare al senatore Finali. I risultati dell’inchiesta misero in luce un vuoto di cassa di venti milioni e falsi bilanci da almeno vent’anni, svelando i loschi affari e le interessate relazioni di Tanlongo, che venne arrestato. La stessa sorte toccò al capo cassiere Lazzaroni e al capo censore Torlonia. Durante l’interrogatorio Tanlongo fece molti nomi, tra i quali anche quelli di Crispi e di Giolitti. Con lui vennero incarcerarti anche il figlio e il direttore della Banca. l deputato De Zerbi, accusato d’aver intascato una mazzetta di mezzo milione, si suicidò. Diversi altri arresti furono compiuti, creando un clima di paura e di sospetto.
La vicenda divenne così uno scandalo non solo finanziario ma anche etico e politico.
Il 20 marzo Giolitti, che nel frattempo era riuscito ad impossessarsi dei documenti più scottanti e occultarne altri che lo riguardavano direttamente, si presentò alla Camera con due proposte. La prima riguardava il progetto di fusione di quattro delle sei banche in una sola, autorizzata a emettere banconote. Si trattava in sostanza dell’Istituzione della Banca d’Italia. La seconda, nel caso non fosse passata la prima, consisteva nella “resa dei conti”, cioè nella lettura dell’elenco completo dei nomi di coloro che avevano attinto alla casse della Banca Romana.
L’assemblea impaurita, molti nomi, infatti, appartenevano ad altrettanti parlamentari, decise di soccombere al ricatto e di affidare a un comitato di sette deputati in rappresentanza di tutti i partiti l’esame della proposta di Giolitti. Solo i socialisti si rifiutarono di parteciparvi e abbandonarono l’aula.
Prampolini in un’aula isterica e impaurita gridò: “L’inchiesta oggi non è più che una commedia, e noi vi lasciamo recitarla”. Alla fine tutto fu ridimensionato, con l’assunzione da parte del governo del risanamento bancario. Il processo del 13 luglio 1893 assolse tutti gli imputati per mancanza o insufficienza di prove. Il re non fu mai nominato. La crisi politica insorse dopo le assoluzioni e porterà alle dimissioni di Giolitti il 15-12-1893 e al ritorno di Crispi. Giolitti ritornerà al governo dopo 10 anni d’assenza, quando tutto era passato in cavalleria.
Nonostante tutto dunque fu merito di Giolitti, pur risultando tra i beneficiati di Tanlongo, aver sfruttato ad arte lo scandalo bancario e giungere nel 1893 alla ristrutturazione dell’intero sistema bancario nazionale, che permise la creazione della Banca d’Italia.

