di Carmine De Pascale @carmine_depascale
Per qualche giorno è sembrata che l’Europa avesse finalmente trovato la propria direzione. Una direzione verso
destra, sempre più a destra. La clamorosa vittoria dell’AfD – Alternativa per la Germania in Sassonia-Anhalt, con il 43 8% dei voti, oltre 20 punti in più rispetto alle precedenti elezioni, ha avuto qualcosa di più del significato di una semplice affermazione regionale. In una terra dell’ex Germania orientale, è diventato il primo partito, lasciando la CDU – Unione Cristiana Democratica a poco più del 17%.
Il messaggio arrivato dalla Germania sembrava chiaro. L’insoddisfazione economica, la crescente sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali e soprattutto il timore per la sicurezza e la questione migratoria hanno alimentato una forza politica che ormai non appare più confinabile ai margini del sistema.
Ma è bastata una settimana per incrinare quella che sembrava una svolta inesorabile.
In Svezia il centrosinistra ha conquistato 176 seggi contro i 173 del blocco di destra. I socialdemocratici sono rimasti il primo partito con il 28,2%, mentre la formazione della destra radicale che negli ultimi anni aveva assunto un ruolo centrale negli equilibri politici del Paese, si è fermata al 17,48%.
Non è una rivoluzione e sarebbe errato raccontarla come tale.
I socialdemocratici svedesi hanno cercato di combinare una maggiore attenzione al welfare, come sanità, scuole, pensioni e sostegno alle famiglie, con una linea più severa su immigrazione e criminalità.
Germania e Svezia non stanno raccontando due Europe diverse, ma due risposte diverse alla stessa inquietudine.
La vera partita, allora, non è semplicemente tra destra e sinistra. È tra chi riuscirà a dare una risposta credibile alla domanda di protezione che attraversa l’Europa.
Protezione economica innanzitutto. Protezione dei confini. Protezione dalla criminalità. Protezione del lavoro. Protezione dei servizi pubblici. Ma anche protezione della stessa idea di futuro.
La destra radicale ha avuto il merito di capire prima di altri che queste paure potevano essere trasformate in consenso.
Il caso svedese suggerisce però un’altra possibilità, con una sinistra che non rimuova la questione della sicurezza. Un sistema politico capace di affrontare l’immigrazione senza trasformarla nell’unica chiave di lettura della società.
E qui Germania e Svezia diventano due facce della stessa Europa.
In Germania, il successo dell’AfD non può essere spiegato solo con l’immigrazione. La crisi dell’economia tedesca, la perdita di fiducia nei partiti tradizionali e la percezione di una distanza tra Berlino e le periferie sociali e geografiche, hanno contribuito a creare il terreno sul quale l’AfD è cresciuta.
La Germania ci dice dunque che quando la politica tradizionale appare incapace di offrire una prospettiva, qualcuno occupa quello spazio.
La Svezia ci dice che quello spazio può essere occupato senza affidarlo alla destra radicale.
È una distinzione fondamentale mentre l’Europa entra nella stagione elettorale del 2027.
Francia, Italia, Polonia e Spagna saranno chiamate al voto o comunque attraverseranno una fase elettorale decisiva, in un quadro in cui la frammentazione politica è ormai una caratteristica strutturale dei sistemi europei.
E l’Italia sarà uno dei laboratori più interessanti. Il prossimo anno, in Italia, non sarà solo una contesa tra coalizioni. Sarà una prova sulle capacità dei partiti di intercettare le inquietudini di una società che, come quella tedesca e svedese, chiede soprattutto risposte.
Non è difficile immaginare quali saranno i temi: sicurezza, immigrazione, salari, costo della vita, sanità, pensioni, giovani, casa, energia, ruolo dell’Italia in Europa, guerra e Difesa. Ma sarebbe un errore pensare che l’esito sia già scritto. Le lezioni che arrivano dalla Germania e dalla Svezia sono esattamente opposte.
Gli elettori europei non stanno cercando una traiettoria unica. Stanno cercando, Paese per Paese, qualcuno che interpreti la loro idea del futuro.
A volte quel qualcuno è l’estrema destra. A volte è il centrosinistra. In altri casi potrebbe essere una nuova formazione, una coalizione inattesa o un partito tradizionale capace di cambiare pelle.
L’Europa sta cercando una risposta. E la domanda che il 2027 consegnerà agli elettori, in Italia come negli altri Paesi europei, non sarà soltanto: destra o sinistra?
Sarà una domanda più difficile: chi è ancora capace di dare un futuro a una società che ha sempre più paura di perderlo?

