di Alessandro Palumbo
Il 28 febbraio di quest’anno gli USA e Israele hanno attaccato l’Iran con massicci bombardamenti che hanno decimato la classe dirigente di quel Paese. La Guida Suprema Khamenei è stata la vittima più “illustre”.
In quel momento sono stato testimone delle reazioni della comunità iraniana in esilio, che è esplosa nella gioia più assoluta: una gioia temperata dalla preoccupazione per parenti e amici rimasti in patria, ma animata dalla speranza in un crollo del regime e nella liberazione da una cinquantennale e feroce teocrazia che ha represso ogni istanza di libertà e ha massacrato migliaia di oppositori. Insieme alla gioia dei giovani iraniani si mescolava la speranza che un cambio di regime potesse portare alla sconfitta del terrorismo e a un Medio Oriente pacificato.
Ben presto tutto questo si è rivelato un’illusione. Il regime non è crollato; grazie agli errori della strategia statunitense e alle sbagliate analisi israeliane si è persino rafforzato, trovando nel controllo dello Stretto di Hormuz un’arma micidiale per strangolare l’economia occidentale. Nel contempo, l’opinione pubblica mondiale ha dimenticato ogni solidarietà con i giovani iraniani per concentrarsi sull’aumento del prezzo della benzina; gli orrori del regime iraniano sono stati accantonati e Trump e Netanyahu sono stati considerati due pazzi sconsiderati.
Il palestinismo, malattia infantile della sinistra, ha finito per prevalere, fino a vedere bandiere del regime iraniano sventolate in segno di solidarietà (sic.), per arrivare alla vergognosa cacciata, dal corteo del 25 aprile, degli esuli iraniani che inneggiavano a un Iran liberato.
L’attacco israelo-statunitense si è rivelato un drammatico errore, condotto da incapaci del tutto indifferenti alle istanze di libertà, e ha finito per danneggiare la giusta causa dei giovani iraniani.
Ho parlato di tutto questo con Rayhane Tabrizi, una delle leader dei dissidenti iraniani, nata a Teheran e in Italia dal 2008, fondatrice e presidente di Manaà, associazione che si batte per dare voce alle donne iraniane. Non è una vera intervista, ma una chiacchierata nata nei tanti incontri e nelle numerose manifestazioni.
Rayhane ha una grande determinazione e un sorriso velato da una malinconia di fondo e dall’amarezza di chi lotta contro quello che sembra un Moloch indistruttibile.
«Anche se non credo che tornerò più a vivere nel mio Paese, vorrei vederlo finalmente respirare la vera libertà e la democrazia», è la sua dichiarazione di principio.
«L’Iran è un Paese molto ricco e una delle civiltà più antiche del mondo. Nel corso della sua storia è sempre stato sfruttato e attaccato sia dall’interno sia dall’esterno, proprio a causa della sua ricchezza. A mio parere nessuno vuole veramente un Iran libero, perché potrebbe diventare una grande potenza mondiale. Mi riferisco sia ai Paesi arabi e musulmani confinanti, sia agli altri Paesi.»
La voce è appassionata.
«Desidero un Iran in cui l’espressione “prigioniero politico” sia priva di significato, senza pena di morte. Un Iran che possa vivere in pace con il mondo e in cui il popolo iraniano sia l’unico beneficiario delle proprie ricchezze. Non dico che l’Italia e l’Europa siano perfette, ma vorrei che anche in Iran si potesse respirare lo stesso clima politico democratico: cose normali, perfino banali, come esprimersi liberamente, criticare senza paura il governo, vivere in un Paese dove uomini e donne possano scegliere liberamente come vestirsi, cosa credere, cosa ascoltare, cosa vedere. Vorrei un Iran dove nessun omosessuale venga ucciso, nessuna etnia venga discriminata (abbiamo appena visto insieme un film sulla repressione della comunità bahá’í in Iran, ndr), nessun giornalista venga imprigionato e, soprattutto, dove il governo sia completamente separato dalla religione, che deve appartenere alla sfera personale e non influenzare le istituzioni dello Stato.»
Il discorso scivola sull’Italia e sull’Europa e sulle attese in parte deluse.
«Mi aspettavo maggiore decisione dell’Italia e dell’Europa nei confronti dei centri islamici riconducibili al regime della Repubblica Islamica dell’Iran. Diverse segnalazioni ci dicono che questi centri non svolgono soltanto attività religiose e culturali, ma anche propaganda e, soprattutto, attività di intimidazione e monitoraggio dei dissidenti, nonché di reclutamento e coordinamento di persone incaricate di sorvegliare le comunità iraniane all’estero, anche attraverso cittadini pakistani o bangladesi.
L’Italia e l’Europa dovrebbero rafforzare la tutela di chi è esposto a intimidazioni o ritorsioni. Le minacce rivolte anche ai leader europei, compresa la presidente Meloni, sono un fatto di estrema gravità che richiederebbe una risposta ferma e coordinata dell’Unione europea, sia sul fronte della sicurezza sia su quello diplomatico.»
Il momento più delicato è parlare di quanto ha provato durante quei giorni di bombardamenti, che ora stanno riprendendo.
«Ho provato paura e ho temuto per i miei cari in Iran, come tutti. Ho temuto per la mia famiglia e per tutti i civili coinvolti, anche se ho cercato di mantenere la lucidità e la speranza che si potesse aprire la strada per indebolire il regime.
C’era una continua alternanza tra paura e speranza. Ritenevo che un’operazione militare mirata potesse eliminare, o quantomeno indebolire, la capacità repressiva del regime. L’obiettivo avrebbe dovuto essere l’eliminazione delle strutture di potere e dei vertici responsabili delle repressioni, non il popolo iraniano, prima vittima del regime. Per questo speravo in un intervento pianificato con estrema attenzione, per limitare le conseguenze sulla popolazione civile.
Purtroppo gli eventi hanno preso una direzione diversa: il regime ha utilizzato lo Stretto di Hormuz come strumento di pressione e di ricatto e il dibattito internazionale ha iniziato a concentrarsi sulle conseguenze economiche e geopolitiche, mettendo in secondo piano la questione dei diritti umani e le sofferenze degli iraniani.»
La chiacchierata finisce con una riflessione sul futuro.
«È difficile analizzare gli eventi con distacco. Le emozioni, le incertezze e la continua evoluzione della situazione rendono complesso comprendere l’impatto immediato sul futuro dell’Iran e del suo popolo.»
Finisce la chiacchierata, ma non finisce l’impegno di Rayhane. La incontrerò di nuovo dove ci sarà da manifestare per la libertà dei popoli; la vedrò accanto agli ucraini, ai georgiani, agli israeliani che vogliono due popoli e due Stati, davanti alle carceri per un sistema più giusto.
Spero di poter un giorno cenare con lei a Teheran davanti a un tahchin.

