di Vicky Amendolia
C’è un curioso spettacolo che si ripete ogni agosto a Rimini. Sul palco del Meeting, i grandi della politica si alternano come predicatori di un’Europa che non c’è più. Prima Mario Draghi, il 22 agosto, con il suo mesto “too late”¹. Poi Giorgia Meloni, il 27 agosto, che ha pensato bene di replicarne quasi parola per parola le litanie². Ha persino condito il discorso con una condanna — «l’uccisione dei giornalisti a Gaza è intollerabile» — e con il rilievo che la reazione di Israele ha superato il principio di proporzionalità³: queste frasi sono la quintessenza dell’ipocrisia diplomatica. Si dice l’ovvio con tono grave, e intanto si concede a Israele il diritto di rispondere alla barbarie di Hamas con la barbarie delle bombe, come se la vendetta collettiva fosse un principio etico-giuridico. In realtà, la vera forza di uno Stato democratico non è ridursi a fotocopiare i metodi dei terroristi, ma smascherarli politicamente, isolarli economicamente, stroncarne i canali di finanziamento e colpirne i capi con l’intelligence, non con tonnellate di esplosivo sulla popolazione inerme. Nel mentre non ha fatto concretamente alcunché per liberare gli ostaggi, Netanyahu avrebbe dovuto mostrare di essere superiore a Hamas, non il suo riflesso speculare con più potenza di fuoco. Parole altisonanti, certo, quelle di Meloni, ma prive di conseguenze pratiche: nessuna proposta concreta, nessuna iniziativa diplomatica, solo l’ennesima dichiarazione buona per i titoli dei giornali e la liturgia del consenso. Due cori diversi, stesso spartito: l’Europa è irrilevante. Ma se il primo vende fumo da sigaro, la seconda si limita a inalare e restituire con enfasi da comizio.
Draghi ha recitato un sermone già ascoltato mille volte. Non più il “whatever it takes” che nel 2012 lo consacrò tra i salvatori dell’euro, ma un lamento tardivo: l’illusione che l’Europa contasse qualcosa si è dissolta, travolta dai dazi americani⁵, dalle guerre commerciali⁶, dall’Ucraina e da Gaza². Parole solenni, certo, ma pronunciate dall’uomo che per decenni ha tenuto in piedi proprio quel sistema che ora denuncia: l’ex Goldman Sachs, il custode del Fiscal Compact⁷, il sacerdote dell’austerità che trasformò i Trattati in una gabbia d’acciaio. Oggi predica investimenti pubblici, ieri li seppelliva sotto il dogma del pareggio di bilancio.
Il mondo imprenditoriale non ha applaudito. Ha accolto con scetticismo un uomo che, a parole, proclama la fine del neoliberismo ma che in passato ne è stato il sacerdote. Lo stesso Draghi che oggi predica investimenti pubblici è colui che, dieci anni fa, blindava il Fiscal Compact del 2012³ e le sue regole di ferro sul pareggio di bilancio. La missione impossibile di Draghi – dare senso a un’Unione che ha perso la bussola – appare come una scalata sugli specchi. I valori che invoca – democrazia, libertà, equità – sembrano formule vuote, mentre la realtà è fatta di riduzione degli spazi parlamentari, potere crescente della tecnocrazia e mercati finanziari trasformati in giudici supremi.
La Grecia lo sa bene. Tra il 2008 e il 2013 vide crollare il PIL del 25%, la disoccupazione al 27,5%, quella giovanile al 60%⁸. Ospedali chiusi, spesa sanitaria ridotta del 40%, un terzo della popolazione in povertà⁹. Non un salvataggio, ma una colonizzazione: chirurgia senza anestesia¹⁰. L’Italia non fu formalmente commissariata, ma subì lo stesso destino. La famosa lettera della BCE del 2011, firmata da Trichet e Draghi¹¹, dettava le riforme al governo Monti come compiti a casa: in cambio, clemenza dei mercati. Risultato: PIL a −2,8% nel 2012, investimenti pubblici tagliati di 20 miliardi, pressione fiscale oltre il 43%¹². Il tutto benedetto dal “salvatore dell’euro”.
E oggi? Oggi l’oracolo torna con quindici anni di ritardo, annunciando ciò che altri avevano già denunciato: che senza investimenti pubblici, senza una politica industriale, senza un bilancio federale, l’Europa è destinata all’irrilevanza¹³. I numeri sono implacabili: l’Italia cresce sotto l’1% annuo, la Grecia resta schiacciata da un debito oltre il 150% del PIL, la disoccupazione giovanile viaggia ancora su cifre da allarme⁸. In Italia la spesa per istruzione è scesa dal 4,6% al 3,9% del PIL tra il 2008 e il 2013¹⁴.
Draghi incarna un’Europa senz’anima, dove la contabilità vale più della democrazia, i mercati più dei diritti, il PIL più della dignità delle persone. È il volto di un continente che ha sacrificato intere generazioni sull’altare del rigore contabile. Il suo lascito non è stabilità, ma precarietà; non è prosperità, ma disuguaglianza. Dietro l’immagine dello statista illuminato resta un continente più povero, più sfiduciato, più diviso. Oggi Draghi si erge a profeta del cambiamento. Ma la verità è che il suo è un Vangelo scritto in ritardo, con l’inchiostro sbiadito della retorica. Perché finché l’Europa non rimetterà al centro giustizia sociale, diritti e dignità umana, ogni discorso resterà propaganda. L’Europa di Draghi non è mai stata salvezza. È stata malattia, veleno lento.
E Giorgia Meloni? Ha fatto di più: ha preso il suo discorso e lo ha trasformato in un’eco. “L’Europa è irrilevante”, ha detto Draghi. “Concordo!”, ha risposto lei, come la prima follower entusiasta di un influencer in declino. Peccato che la Meloni non sia in platea, ma a Palazzo Chigi. Se Draghi poteva permettersi il lusso della diagnosi da “pensionato” di lusso, lei avrebbe il dovere della cura.
E qui si apre la voragine delle promesse tradite. Ricordate la Meloni delle piazze? Quella che giurava di abolire le accise sui carburanti¹⁵, di tagliare le tasse ai lavoratori e difendere i pensionati¹⁶, di bloccare l’immigrazione con un “blocco navale”¹⁷, di alzare gli stipendi con la flat tax¹⁸, di dare lavoro stabile e casa accessibile ai giovani¹⁹? Bene: le accise sono ancora lì, anzi più pesanti; le tasse sul ceto medio non sono diminuite; il blocco navale resta una sceneggiatura da fiction; la flat tax è evaporata; e i giovani continuano a emigrare, mentre il caro affitti diventa un incubo.
Ieri, a Rimini, Meloni non ha ricordato nulla di questo. Ha preferito esibire la solita lista di slogan vuoti di sostanza: immigrazione, premierato, autonomia differenziata, giustizia “contro i giudici politicizzati”, un piano casa a prezzi calmierati. Tutto bello, tutto già detto. Ma il contrasto con la realtà e con le promesse del passato rende il quadro impietoso: dalla fiamma tricolore al lumino votivo.
E così, a Rimini, abbiamo avuto due atti della stessa commedia: il sacerdote dell’austerità che si traveste da profeta della rinascita e la premier che lo imita con diligenza, dimenticando le sue stesse promesse. Entrambi ci parlano di un’Europa irrilevante, entrambi vendono fumo, entrambi fingono di scoprire oggi ciò che italiani e greci hanno pagato sulla loro pelle già da quindici anni.
La differenza? Il fumo di Draghi ha il sapore acre del sigaro toscano: duro, pungente, difficile da digerire ma concreto. Quello di Meloni invece profuma di incenso: suggestivo, rituale, fatto per affascinare la platea più che per scaldare la realtà. Ma sempre fumo resta. E mentre loro riempiono l’aria di parole, l’Europa continua a bruciare.”
Note bibliografiche:
¹ Meeting di Rimini (2025). «Turn skepticism into action». Testo integrale intervento Mario Draghi.
² Presidenza del Consiglio dei Ministri (2025). «Intervento del Presidente Meloni al Meeting di Rimini 2025».
³ Reuters (27 agosto 2025). «Italy’s Meloni condemns killing of journalists in Gaza».
⁴ Associated Press (27 agosto 2025). «Israeli attacks on Gaza are ‘beyond the principle of proportionality,’ Italy’s Meloni says».
⁵ Corriere della Sera (2025). Meeting di Rimini, discorso Draghi.
⁶ New York Times (2022-2023). Vari articoli sull’irrilevanza geopolitica dell’UE.
⁷ Consiglio dell’UE (2012). «Fiscal Compact – Treaty on Stability, Coordination and Governance».
⁸ Eurostat (2013). Dati PIL e disoccupazione Grecia.
⁹ Human Rights Watch (2017). Greece: Austerity’s Children.
¹⁰ IMF (2017). «Greece: Ex‑Post Evaluation».
¹¹ ECB (2011). Lettera Trichet‑Draghi al Governo italiano.
¹² Eurostat (2012). Indicatori macroeconomici Italia.
¹³ Time Magazine (2015). «The Austerity Trap».
¹⁴ Eurostat (2025). Government expenditure on education (COFOG).
¹⁵ Programma Fratelli d’Italia (2022). Politiche 25 settembre.
¹⁶ MEF (2024). «Due anni di governo: misure adottate».
¹⁷ Pagella Politica/Open (2022). «Blocco navale: limiti della proposta».
¹⁸ Pagella Politica (2023). «Flat tax: promessa e realtà».
¹⁹ Pagella Politica (2023). «Accise e caro carburanti».

