Lo scontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump non è soltanto un incidente diplomatico: è la dimostrazione di quanto fosse fragile, fin dall’inizio, l’idea di un rapporto fondato sull’affinità politica tra due leader che si sono sempre presentati come difensori della sovranità nazionale. Quando Trump ha attaccato la premier italiana, accusandola di non sostenere abbastanza la linea americana in un contesto internazionale già tesissimo, è emersa con chiarezza una verità semplice: l’alleanza personale non basta quando uno dei due interlocutori considera la politica estera come un campo di forza, non come uno spazio di fedeltà reciproca.
La replica di Meloni, con il richiamo al fatto che “l’Italia non implora mai”, ha segnato il passaggio dal corteggiamento politico allo scontro aperto. A quel punto la frattura non riguardava più solo una divergenza tattica, ma la natura stessa del rapporto: Trump pretende obbedienza politica, mentre Meloni rivendica autonomia, anche a costo di incrinare l’intesa con il suo vecchio punto di riferimento internazionale.
La circostanza più interessante, però, è un’altra: Meloni avrebbe dovuto capire prima che gli atteggiamenti sovranisti di Trump non erano una semplice variante del suo stesso linguaggio politico, ma una versione più aggressiva e spregiudicata dello stesso paradigma. Il sovranismo, quando passa dalla retorica alla pratica, tende a trasformare gli alleati in strumenti e i partner in subordinati; proprio per questo l’idea di una “special relationship” tra Meloni e Trump appariva più fragile che solida.
Trump non ha mai nascosto che la politica, per lui, è una prova di forza continua, fatta di pressioni, ricatti simbolici e convenienze immediate. Pensare che questa impostazione potesse tradursi in una relazione stabile e benevola con chiunque, ma anche con la premier italiana, significa aver sottovalutato il punto centrale: il sovranismo non crea automaticamente solidarietà tra sovranisti, ma spesso produce competizione, sospetto e dominio.
Giorgia Meloni è in ritardo.
Qui sta la critica politica più dura: Meloni non avrebbe dovuto accorgersene solo quando il rapporto si è rotto, ma molto prima, osservando la logica profonda del trumpismo. Chi costruisce la propria identità pubblica sull’idea di nazione forte, priorità nazionale e rifiuto delle mediazioni sovranazionali finisce facilmente per trovare in Trump non un alleato, ma un concorrente più radicale e incoerente.
La premier italiana ha provato a tenere insieme due obiettivi difficili: restare credibile a Bruxelles e mantenere un canale privilegiato con Washington. Ma quando la Casa Bianca impone il proprio interesse senza riguardo per le sensibilità degli altri partner, il risultato è quasi sempre lo stesso: chi pensava di poter essere ponte finisce schiacciato tra le due sponde.
E da questo fatto ne deriva una lezione politica non solo per Meloni per tutti i sovranisti italiani.
La vicenda lascia una lezione netta: l’affinità ideologica non protegge dalla logica del potere. Meloni ha probabilmente creduto che il linguaggio comune del sovranismo bastasse a garantire rispetto reciproco; Trump ha dimostrato che, nella sua versione, quel linguaggio serve soprattutto a imporre gerarchie.
Per questo lo scontro non è solo una crisi personale o diplomatica, ma un caso politico più ampio: mostra i limiti di una destra che prova a presentarsi come internazionale pur rimanendo prigioniera di leader che riconoscono solo il proprio interesse immediato. In questo senso, sì: Meloni avrebbe dovuto capire prima che con Trump la sovranità proclamata in pubblico non si traduce quasi mai in parità, ma in subordinazione al più forte.


2 commenti
Mutatis mutandis: le sarebbe bastato, forse, ritornare al rapporto Mussolini-Hitler
In questi giorni ho sentito diversi antimeloniani che solidarizzano con la nostra Premier per la reazione avuta verso il Presidente USA, ma le rimproverano nel contempo di aver in precedenza fraternizzato troppo col Tycoon, ed averlo troppo assecondato riguardo ai dazi, ecc ….., sarebbe cioè in ritardo, mutuando una espressione di queste righe, e tra questi suoi critici c’è chi, sempre in chiave antimeloniana, ha ripescato e riscoperto la politica estera del Cavaliere dopo averlo a lungo disapprovato e molto censurato.
Come non ricordare infatti Pratica di Mare del maggio 2002, quando avvenne lo storico vertice Nato-Russia, evento che fu considerato un grande successo della diplomazia, ad opera del Cav., e che si diceva attribuibile anche ai suoi rapporti personali col Presidente russo, sui quali i suoi detrattori tuttavia ironizzavano, così come su quelli che portarono a venire nel Belpaese il Leader libico con la cosiddetta “tenda beduina”, ma che avevano però prodotto il Trattato di amicizia e cooperazione, firmato a Bengasi nell’agosto 2008.
Nel senso che gli ipercritici verso tutto ciò che avviene fuori dalla propria sfera politica, “non perdonarono” allora al Cav. il modo con cui esercitava l’azione diplomatica, tesa alla pacificazione internazionale, e a non destabilizzare aree dagli equilibri alquanto delicati, e stanno adesso cercando, con analoga logica, di screditare la Premier per la fase in cui ha cercato, affidandosi anche alle affinità politiche, in una coi buoni rapporti personali, di far da ponte onde evitare il distacco tra il Vecchio Continente e l’altra sponda dell’Atlantico.
Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe pertanto da dire, e del resto proprio ieri ho udito un esponente della sinistra fare il paragone tra la Sigonella di oggi, ossia i fatti di fine marzo, con le vicende dell’ottobre 1985, per dire da parte sua che non c’è confronto tra le due circostanze, in quanto Craxi si comportò da vero statista, una riabilitazione postuma che fa parecchio piacere, ma che non cancella affatto il ricordo di come la sinistra si comportò in seguito con lui (forse è la sinistra ad essere molto in ritardo nel rivalutare gli statisti).
Ancora, di fronte alle tensioni e conflittualità in atto, sentiamo di sovente dire che andrebbero risolte con la diplomazia, ma senza che chi lo afferma dia poi indicazioni precise e concrete sul come la stessa debba essere espressa, nel senso che si mantiene sul generico, anche perché non è affatto facile individuare i canali giusti al riguardo, salvo poi criticare, semmai pure aspramente, chi si adopera alla propria maniera per ottenere un risultato sul piano diplomatico (risultato che può esserci o meno, o può non arrivare subito)
Io penso quindi che la Premier italiana non vada biasimata per aver “provato a tenere insieme due obiettivi difficili: restare credibile a Bruxelles e mantenere un canale privilegiato con Washington”, e posso infine trovarmi d’accordo sul concetto che “il sovranismo non crea automaticamente solidarietà tra sovranisti …”, ma chi teorizza l’unità politica dell’Europa, ammesso che ci si arrivi non sembrandomi un traguardo automatico e scontato, dovrebbe anche spiegare come dovrebbero muoversi intanto i suoi Stati sovrani.
Paolo Bolognesi 25.06.2026