Come è noto l’avventura politica di Pietro Nenni ebbe come primo approdo il Partito repubblicano, che nella Romagna papalina, per il suo anticlericalismo, era considerato un partito rivoluzionario e sovversivo. La sua formazione politica si arricchì nelle lotte sociali, nelle rivendicazioni sindacali, nell’attività giornalistica e nell’esperienza carceraria. Furono 12 anni, dal 1908 al 1920, vissuti dal giovane Nenni con grande passione e dedizione alla causa. Poi, non più in sintonia, si dimise dal PRI, per aderire alla causa socialista. Per comprendere il suo percorso è bene iniziare dalla sua infanzia.
Rimasto orfano di padre a soli 5 anni, era nato a Faenza nel 1891, grazie all’interessamento della Contessa Ginnasi, presso la quale prestava servizio la madre, fu accolto nel nell’orfanotrofio di San Giuseppe Opera Pia Cattani. Ben presto, anziché avviarsi verso i voti sacerdotali, mostrò la sua vera anima ribelle a tutte le convenzioni e ai riti religiosi, guardando con simpatia crescente alle proteste sociali della sua Faenza. Nel suo diario ricordò così quel periodo di insofferenza: “I dieci anni d’orfanotrofio sono stati l’inguaribile piaga della mia vita. A questa claustrazione devo un certo complesso di rivoltoso che non mi ha più abbandonato”.
Prestissimo Iniziò a scrivere sul settimanale repubblicano Il Lamone e a partecipare ad alcune manifestazione anticlericali, perdendo, com’era prevedibile, l’impiego che aveva ottenuto dopo la licenza tecnica in una fabbrica di ceramica.
A diciassette anni si iscrisse al PRI e fece la prima esperienza carceraria per aver promosso uno sciopero di protesta per la fucilazione del rivoluzionario Francisco Ferrer. Costretto a rifugiarsi a Milano nel 1909, incontrò il garibaldino e repubblicano Eugenio Chiesa, che, come lui ammise, gli fece da maestro. Promosse scioperi politici in Lunigiana fra i cavatori di marmo, diresse il settimanale Il Pensiero romagnolo e collaborò a Lotta di classe diretto da Mussolini.
Quando, nel 1911, Giolitti annunciò la guerra in Libia, Nenni, anche come segretario della Camera del lavoro repubblicana di Forlì, si impegnò molto affinché lo sciopero generale riuscisse a impedire tale intervento, sostenendo e giustificando anche il gesto di Augusto Masetti, il giovane che si rifiutò di partire per l’Africa e sparò, ferendolo a una spalla, l’ufficiale di servizio.
Per la sua attività eversiva Nenni venne arrestato e condannato a un anno 15 giorni. Come è noto in quella circostanza condivise il carcere con Mussolini, anch’egli promotore dello sciopero e dei relativi disordini in molte piazze romagnole. Della loro amicizia forgiata dall’esperienza carceraria si è scritto molto e anche questa rubrica se ne è interessata.
Dal 1912 al 1915 trascorse un impegnativo periodo d’attività politica e giornalistica nelle Marche. Pur essendo continuamente sorvegliato dalla polizia, riuscì a dirigere ben tre giornali: La Voce di Jesi, La Sveglia democratica di Pesaro e Il Lucifero di Ancona. Come antimonarchico, antimilitarista, antigiolittiano, anticlericale e anticlassista volle fare del giornalismo uno strumento di pedagogia civile e di confronto critico.
Il 7 giugno 1914, festa dello Statuto, al termine di un comizio antimilitarista, indetto da repubblicani, socialisti e anarchici, presso la sede del Partito repubblicano di Ancona, detta “La Villa Rossa”, si ebbero violenti scontri con i carabinieri accorsi per arrestare i sovversivi più noti e pericolosi alla loro uscita. Si ebbero tre morti: due repubblicani e un anarchico.
La reazione del popolo fu pronta e ne seguì una settimana di scioperi e di agitazioni che coinvolsero tutta la regione, estendendosi anche in varie località del Centro Nord dell’Italia.
Era iniziata la “Settimana Rossa”, rimasta nell’immaginario popolare come la prima e più grande opportunità della prima metà del Novecento di realizzare la rivoluzione sociale. Solo la Romagna e le Marche restarono però per qualche giorno in mano agli insorti. Il governo Salandra non accettò lo scontro attendendo che il movimento di esaurisse per consunzione. In effetti tutto si esaurì nel volgere di una settimana.
Sempre in un passaggio del suo diario, Nenni ricordò che: “Nelle Marche, in Romagna, nell’Umbria noi tentammo di resistere, ma una corsa che feci a Bologna mi convinse che lo slancio della aggressività operaia era spezzato e che non c’era per il momento niente da tentare per rianimarlo”.
Nenni, che con l’anarchico Malatesta venne considerato uno degli animatori della rivolta, il 23 giugno venne arrestato e detenuto nel carcere anconetano di Santa Palazia. Malatesta e il repubblicano Oddo Marinelli riuscirono invece ad espatriare. Fortunatamente Nenni venne amnistiato a seguito del provvedimento di clemenza reale in occasione della nascita della principessa Maria di Savoia nel 1915.
Scoppiata la Prima guerra mondiale, Nenni si dichiarò a favore dell’intervento e appena uscito dal carcere si arruolò come volontario. Per lui, come per tanti altri repubblicani, diversi anarchici e socialisti rivoluzionari occorreva battersi contro gli imperi centrali austro-ungarici per salvaguardare la libertà dell’Italia e completare l’epopea risorgimentale con la liberazione di Trento e Trieste. Si trattò di una scelta sofferta e dolorosa anche perché per essere coerente con le sue convinzioni dovette lasciare a casa la madre, la moglie e due figlie in condizioni economiche non certo agiate.
Trascorse sedici mesi al fronte prima come soldato, poi come sergente di artiglieria. Ferito, ottenne una licenza di un anno e iniziò a cimentarsi nel giornalismo quotidiano nel Giornale del mattino di Bologna. Dopo la disfatta di Caporetto chiese di nuovo d’essere arruolato e rimase al fronte fino a Vittorio Veneto.
A quel punto visse un momento di smarrimento politico che lo portò, forse per non allontanarsi dai suoi amici combattenti e, forse, ingannato dalle parole di Mussolini, a fondare a Bologna il primo Fascio di combattimento. Profondamente deluso dall’evolversi violenta della situazione politica, optò per la causa socialista.
La decisione di uscire dal PRI, in cuor sua già maturata da qualche tempo, lo portò, nel settembre 1920, a scrivere questa lettera di dimissioni:
“Caro Presidente, ti prego di voler comunicare alla Consociazione e alla Direzione del Partito le mie dimissioni.
Le ragioni sono di ordine ideale e politico. L’esperienza di questi ultimi mesi mi ha convinto che la democrazia repubblicana non ha più alcuna virtù rivoluzionaria e che la formula mazziniana è superata dagli avvenimenti.
La storia odierna è determinata dalla lotta di classe: o con la borghesia o col proletariato. Io sto col proletariato.
Conservo intatta la mia devozione ai compagni di tante battaglie, ma sento che il mio posto è là dove si combatte la vera battaglia per l’emancipazione dei lavoratori”.


1 commento
Sono sempre interessanti i “resoconti” storici di questo Autore.
Paolo Bolognesi 06.09.2026