di Francesco Di Lorenzi
Sui rischi e sulle conseguenze pericolose per l’Europa, e non solo, legate alla vittoria di Trump, si è già scritto e detto molto, per questo vorrei proporre alcune breve riflessioni su un aspetto fondamentale che il mondo dei media e del mainstream si rifiuta di affrontare e di approfondire, ossia quello dell’autocritica. La vittoria schiacciante del Tycoon, infatti, interroga in maniera importante e diretta tutte le forze democratiche, a qualsiasi latitudine, e può essere l’occasione giusta per riflettere su errori e mancanze che non possono essere ulteriormente sottaciute. In un mondo globalizzato e interconnesso è facile riscontrare degli atteggiamenti simili e ricorrenti negli elettorati dei vari Paesi, al netto ovviamente delle differenze tra nazioni e continenti. Semplificando e sintetizzando al massimo il concetto possiamo evidenziare come in tutto l’occidente le richieste dei cittadini, in questa turbolenta fase post pandemica, fatta di guerre, di tentativi di ripresa, di collassi di interi settori produttivi, di crisi ambientali, di sempre più imponenti movimenti migratori, tendono a concentrarsi su pochi punti fondamentali, sui quali si determinano le sfide ed i risultati elettorali. Protezione sociale (sanità, difesa del lavoro dalle sempre più frequenti crisi industriali, salari), sicurezza, regole più ferree sull’immigrazione, crescita economica (riduzione delle tasse, incentivi, semplificazione) e poco altro, questo è il terreno principale su cui costruiscono le loro vittorie i tanti Trump sparsi per il mondo.
Su questi temi così sentiti dalle popolazioni si gioca la riscossa delle forze democratiche e riformiste, la loro capacità di dare risposte a paure e sentimenti che vanno capiti e che, soprattutto, meritano delle risposte. Sicuramente diverse dagli slogan demagogici e qualunquisti dei populisti di turno, ma che siano risposte. Sono decenni, invece, che le sinistre, comprese quelle riformiste, ignorano o sottovalutano queste questioni, sminuendole o catalogandole come pulsioni razziste, come forme di ignoranza tipiche di un certo elettorato, scavando così un solco incolmabile tra una presunta elitè di illuminati, sempre più piccola ed autoreferenziale, e quelle masse che per tanto tempo erano state il loro (nostro) punto di riferimento. E così se vuoi un’immigrazione legale sei fascista, se chiedi sicurezza sei fuori dal mondo perché è un problema di percepito, se interi comparti produttivi chiedono protezione e difesa del lavoro ribatti che va tutto e subito riconvertito al green, e tutto ciò senza uno straccio di autocritica su trent’anni di politiche economiche e sociali sbagliate, di infatuazione ultra liberista, fatta di flessibilità senza regole e prospettive, di svendita del patrimonio industriale nazionale, di bassi salari, di lavoro povero, di bonus e mance elettorali. E’ evidente a tutti, tranne che alle classi dirigenti stesse, che queste politiche e le mancate risposte sui temi evidenziati moltiplicheranno, nel breve e medio termine, i nuovi Trump, di cui saremo in qualche modo i responsabili di produzione!
Ecco, credo che se non passiamo prima sotto le forche caudine dell’autocritica, sincera, aperta e senza sconti, sarà difficile passare al secondo step, ossia quello indispensabile della proposta. Perché è fuor di dubbio che la strada da percorrere non sia quella di inseguire le derive populiste che, al contrario, rappresentano spesso una medicina peggiore della malattia e che mettono a rischio le basi stesse delle nostre democrazie e i valori fondanti delle società libere e democratiche, bensì quella di dare risposte a dei bisogni veri e reali, ma da socialisti. Questa è la grande sfida che tutto il socialismo europeo dovrà affrontare nei prossimi decenni, con coraggio, spirito critico e rispetto della sua grande storia, nella consapevolezza che solo più diritti, più lavoro, più crescita e maggiore redistribuzione della ricchezza, più democrazia e partecipazione, più difesa dell’ambiente, più solidarietà, possono liberarci dai mali e dalle paure dell’antipolitica e dai suoi pericolosi risvolti.


1 commento
A me sembra che nella parte centrale di questa riflessione possiamo trovare, o dedurre, le ragioni di quanto sta avvenendo, sul piano politico e quanto a tendenza di voto, al di qua e al di là dell’oceano, né mi pare fuori luogo la chiamata in causa pure di quei riformisti che non hanno voluto o saputo prendere le distanze da una sinistra elitaria ed autoreferenziale, volta principalmente a stigmatizzare come omofobo, razzista, antidemocratico, impresentabile, ecc …., tutto quanto esce dal suo perimetro e dai suoi parametri (dimenticando o sottovalutando le questioni via via intervenute nel corso di questi decenni), e quanto alle “masse”, quali punti di riferimento, mi permetterei di fare una qualche differenza tra il “loro” e il “nostro”, almeno da quando il PSI della Prima Repubblica ritenne di dover rappresentare anche le cosiddette classi medie.
Paolo Bolognesi 10.11.2024
Paolo Bolognesi 10.11.2024