La Procura generale della Corte dei Conti ha presentato a Roma la sua usuale relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, lo scorso 24 febbraio.
Nessuna buona notizia sul fronte sanità. Anzi, con fare da Nostradamus la Corte afferma che “le osservazioni che si erano formulate con riguardo all’anno 2024 trovano piena conferma nell’analisi che prende ad oggetto il 2025”.
La relazione infatti guarda al cosiddetto “lungo periodo”, con sfumature e previsioni che non hanno perso alcuna attualità.
Anzi, sono confermate dal peso del contesto geopolitico “marcato da profondissime instabilità e da vistosi mutamenti nelle scelte allocative di bilancio”. A ciò si aggiungono “la denatalità e l’invecchiamento della popolazione, oltre al permanere di vincoli finanziari e strumentali stringenti”.
Sono tutte confermate, quindi, le criticità strutturali del Sistema Sanitario Nazionale: una spesa in crescita ma solo nel suo valore nominale, liste d’attesa ancora troppo lunghe e forti divari territoriali. Inoltre, preoccupa il ritardo nell’applicazione del Pnrr e l’aumento della componente privata.
La Corte, in sintesi, delinea un sistema “difensivo”, privo di ogni pur minima speranza di inversione di tendenza.
L’analisi della situazione finanziaria registra una spesa sanitaria pubblica passata da 131,3 a 138,3 miliardi nel triennio 2022-2024, con una crescita di quasi il 5% rispetto al 2023. Ma i numeri non sono puntuali: la Relazione della Corte sottolinea che “l’aumento è ridotto a un incremento reale di poco superiore all’1% a causa dell’inflazione”.
A ciò va aggiunto che l’incidenza della spesa sanitaria sul PIL “rimane ben al di sotto della media dei Paesi europei”, attestandosi intorno al 6,4%, contro il 6,9% medio dei Paesi UE. Anche la spesa pro capite, a parità di potere d’acquisto, resta molto inferiore rispetto ad altri grandi paesi europei come Germania e Francia.
Altra evidenza critica è la crescita della spesa privata italiana per la sanità: nel 2024 la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto i 185 miliardi. Di questi, il 74% è stato a carico della PA e delle assicurazioni obbligatorie, il 22% è stato sostenuto dalle famiglie e il 3% dai regimi volontari. Ma in questo scenario la componente privata si colloca “tra le più elevate nel raffronto con la media europea”.
E per quanto riguarda la spesa farmaceutica, “nel 2024 ha superato il tetto programmato del 15,3% del FSN”. Sul punto la Corte però mette in guardia: introdurre nuovi tetti di spesa e il sistema del payback può garantire un certo equilibrio che però presenta una notevole incertezza, collegata al contenzioso con le imprese.
La Corte osserva ancora che il sistema di governance del Servizio sanitario nazionale resta immutato nei suoi assi principali, fondato sul ruolo delle Regioni e su un riparto di competenze a legislazione concorrente. Ma, dice la Corte, tale sistema fa sorgere delicate questioni circa la necessità di assicurare un difficile bilanciamento tra i vari piani amministrativi, considerando soprattutto “la diseguaglianza territoriale del Paese e la disomogeneità fra i differenti sistemi sanitari regionali”.
E qui si inserisce, non certo a migliorare la situazione, il problema delle liste di attesa, che “continua a rappresentare un ambito di particolare attenzione per il SSN”.
Tutto ciò comporta una certa pressione “sulla capacità del sistema di garantire un’erogazione tempestiva e omogenea delle prestazioni sul territorio, con possibili riflessi sui principi di universalità ed equità dell’accesso alle cure”.

Spostandosi sul criterio della corretta allocazione delle risorse, la Corte evidenzia: “Una non precisa riconduzione delle risorse al perimetro sanitario può incidere sulla trasparenza e sulla tracciabilità dei fondi destinati ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), con effetti diretti sulla capacità programmatoria delle amministrazioni regionali”. E di certo tali effetti non sono da considerarsi positivi…
Come per nulla positivo è l’andamento della gestione dei fondi del PNRR: nonostante i 15,6 miliardi destinati alla Missione 6 – Salute, nel 2024 risultava completato solo il 41% degli obiettivi. Il monitoraggio della Corte dei Conti ha evidenziato “ritardi nell’avvio dei lavori e difficoltà nella copertura delle vacanze di personale, con carenze di profili sanitari e tecnici che limitano la piena operatività delle nuove strutture”.
E la Relazione conferma anche la problematicità del crescente ricorso ai cosiddetti ‘gettonisti’, fenomeno che di persona sé comporta “maggiori costi associati a ragionevoli dubbi su una reale efficienza ed efficacia delle prestazioni”.
Esiste una cura? La Corte dei Conti sostiene che nel settore pubblico servono ulteriori investimenti nei campi dell’organizzazione, delle strutture, della formazione e anche delle retribuzioni di tutto il personale sanitario. Solo così si riuscirebbe a “ridare piena dignità a una professione che, insieme a quella degli insegnanti, misura il senso civile di un Paese”. Lo ha affermato proprio il Procuratore generale Pio Silvestri.
Il messaggio è forte e chiaro: se non si cambia marcia e non si punta verso una totale inversione di tendenza, il nostro Servizio Sanitario continuerà a sviluppare criticità strutturali che ci porteranno verso un progressivo indebolimento del sistema. Ma, soprattutto, crolleranno i principi di universalità ed equità che sono (o dovrebbero essere) il fondamento della nostra Sanità pubblica. In questo quadro “l’integrazione con la sanità privata accreditata-convenzionata e ineludibile e strutturale”.
L’unica ancora di salvezza, afferma la Corte, è una riforma del SSN. Questa è ormai assolutamente necessaria per eludere il rischio di finire nel baratro. E considerando attentamente l’evolversi della situazione, nella riforma bisognerebbe includere la commistione tra pubblico e privato accreditato.
Si tratterebbe di una complementarietà che, secondo la Corte dei Conti, “si rivela spesso difficoltosa da gestire, ma della quale non si può ormai più fare a meno“.

