Premessa
Siamo tutti in attesa di qualche notizia rispetto a questa Commissione parlamentare d’inchiesta che dal sembrare imminente l’indomani del voto alla Camera, pare ora voler andare a babbo morto, dal momento che dall’eternamente posticipata votazione in Senato, è già trascorso più di un mese e ancora, questi quaranta nomi, non sono stati indicati. Rallegriamoci perché mai nella storia della Repubblica si vide un corpo parlamentare tanto solerte e zelante rispetto al proprio lavoro, da non riuscire ad individuare quaranta commissari: sono tutti troppo occupati nella loro febbrile funzione di legiferatori
Che si stiano esercitando pressioni, e che da certi ambienti emerga una palese ostilità rispetto a questa attività parlamentare, è difficilmente negabile. Assodato dovrebbe anche essere il fatto che In questi quarant’anni sono state esercitate pressioni e forse anche minacce che hanno condotto coloro che potenzialmente potevano apportare elementi e informazioni utili, quando non decisivi all’indagine, ad assumere un atteggiamento reticente e omertoso .
Questo fenomeno non ha investito unicamente il semplice cittadino o il teste chiave, ma gli stessi magistrati e organi inquirenti che abbiamo visto in più occasioni ritrattare e, laddove l’abiura ha tardato ad arrivare, rimuovere e screditare dal punto di vista professionale, compromettendone credibilità e rispettabilità. Al contempo abbiamo assistito a episodi di indiscutibile magnanimità, nei confronti di autorità le cui scelte lasciano non poche perplessità.
E’ il caso di Giuseppe Pignatone che, divenuto Procuratore capo a Roma, senza motivazione alcuna, dispensa Giancarlo Capaldo, avocando a sé il procedimento Orlandi- Gregori che è velocemente risolto con un’archiviazione e senza la firma di Capaldo, che motiva la scelta in un apposito documento. Giuseppe Pignatone è lo stesso che viene indicato in un’intercettazione telefonica da Carla di Giovanni, moglie di Enrico De Pedis, come “Il procuratore nostro“, lo stesso che, andato in pensione e abbandonato il ruolo di Procuratore capo a Roma, è oggi presidente del Tribunale Vaticano, dove si stanno svolgendo le indagini interne della Santa Sede.
I primi avvicendamenti – Arrivano le menti raffinatissime
La dr. Margherita Gerunda, estremamente scettica nei confronti della “pista bulgara” o comunque legata al terrorismo internazionale, viene rimossa con un rapido colpo di spugna non appena manifesta il desiderio Di vedere riservata al caso una maggior cautela e discrezione anche da parte degli organi di stampa, dal momento che tutto quel clamore non determinerebbe altro che l’allontanamento dalla verità, danneggiando notevolmente il corso delle indagini. Gerunda, donna estremamente pragmatica e determinata a perseguire la sua indagine su una pista legata ai reati sessuali, è sostituita senza una sostanziale motivazione, il 20 luglio, in concomitanza con l’ingresso nella vicenda, dell’avvocato Egidio e l’uscita di scena, quanto riguarda la gestione delle telefonate, da parte dello zio Mario Meneguzzi.
A sostituire il PM. Margherita Gerunda è chiamato un magistrato con un background costruito nel campo dell’anti-terrorismo, quindi più conciliabile con la via bulgaro-internazionale che il Vaticano seguita ad indicare sia pubblicamente, con i proclami all’Angelus, sia privatamente Giovanni Paolo II si reca in occasione del Natale, in visita alla famiglia, comunicando senza margine di incertezza che il caso di Emanuela Orlandi è un caso di Terrorismo internazionale.
Domenico Sica, rispetto la collega che lo ha preceduto, si dimostra meno ostile a media e telecamere, tutti colti dalla bramosia di narrare un immaginario da spy-story. Nei confronti dei giovani testimoni, quelli che la ferrea Margherita Gerunda manda a prelevare da Cavaliere, nelle rispettive villeggiature al fine di poterli interrogare, il PM Domenico Sica si dimostra da subito più morbido e accomodante. Gli interrogatori del magistrato che Giovanni Falcone soprannominerà “Mente raffinatissima“, sono meno serrati e pressanti; a darne notizia anche l’amica che per ultima parlò con la giovane cittadina vaticana, Raffaella Monzi, intervistata 10 anni dopo dall’Unità:
“Quando venne la polizia a prelevarla?
Qualche giorno dopo. Mi portarono via su un’auto rossa. Non so perché, invece di andare in Questura per la strada più breve, l’autista deviò e fece un giro strano. Per un momento pensai: «E se non fossero poliziotti?». La paura in quei giorni era tanta, ti veniva da immaginare di tutto. Poi, in Questura, per quattro ore dovetti ripetere sempre la stessa cosa: la mia conversazione con Emanuela. Ci furono, nei giorni successivi, altri interrogatori. Ricordo un giudice… Si chiamava Margherita Gerunda. Era durissima, mi mise proprio sotto torchio.

La interrogarono anche altri magistrati?
Sì. Domenico Sica, per esempio. Lui fu proprio buono“.
Il caso di Mirella Gregori e Emanuela Orlandi, tra le molteplici particolarità, è stato segnato anche da un sincopato avvicendamento di magistrati, dettati per lo più dalla volontà di preservare lo status quo, soprattutto in ambienti vaticani, ed è un dato di fatto sia che l’atteggiamento celi una colpa, sia che celi un dolo. Di questo ci da notizia nel febbraio del 1994, il quarto giurisperito avvicendato nel caso: la pm Adele Rando, secondo quanto le sarebbe stato riportato da Vincenzo Parisi (SISDE), che si riunisce con il prefetto della Casa Pontificia, nonché a livello gerarchico, capo del signor Ercole Orlandi, monsignor Dino Monduzzi, per acquisire ogni sorta di dettaglio.
“L’intera vicenda di Emanuela Orlandi fu caratterizzata da costante riservatezza da parte della Santa Sede che, pur disponendo di contatti telefonici e probabilmente diversi, non rese partecipi dei contenuti dei suoi rapporti la magistratura e le autorità di polizia… Ritengo che le ricerche conoscitive sulla vicenda siano state viziate proprio per il diaframma frapposto fra lo Stato italiano e la Santa Sede. L’intero svolgimento fu caratterizzato da numerose iniziative disinformative con fini di palese depistaggio, lasciando nel dubbio gli operatori…”
L’atteggiamento del Vaticano, riscontrato in particolar modo da Vincenzo Parisi, viene ribadito dalla Rando, nella sentenza di archiviazione
«l’apporto istruttorio delle rogatorie introdotte davanti all’Autorità Giudiziaria della citta del Vaticano, lungi dal soddisfare i quesiti per i quali le stesse erano state proposte, si traduce nella conferma di alcuni interrogativi che hanno imposto la scelta processuale dello stralcio»
Parziale smentita a questo atteggiamento prova a darla, senza eccessivi risultati il collega Rosario Priore, dall’85 attivo nel procedimento riguardante l’attentato al Papa. Priore, come riportato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin a pag. 16.

Rosario Priore, il responsabile delle indagini sull’attentato al Papa del 1985, si trovò coinvolto in lunghe discussioni con il cardinale Silvio Oddi, che all’epoca ricopriva la carica di Prefetto della Congregazione per il clero. Durante un interrogatorio del 2005, Priore fece notare che Oddi dimostrò una gentilezza assoluta, contribuendo in modo significativo alla ricostruzione del sequestro Orlandi. In quell’occasione, il giudice Priore lo interrogò insieme alla collega Adele Rando.
Gennaro Egidio
Come appena riportato, tra gli avvicendamenti del 20 luglio ci fu anche l’uscita di scena dello zio di Emanuela, Mario Meneguzzi, e l’ingresso dell’avvocato Egidio che assume anche la nomina da parte della famiglia di Mirella Gregori. Gennaro Egidio, scomparso nel 2005, è stato il primo avvocato della famiglia Orlandi, come suggeritogli dal funzionario del Sisde Gianfranco Gramendola che si recò anche lui a casa Orlandi presentandosi come “Leone”. Egidio fu pagato prima ancora che la famiglia firmasse il documento preparato dal Sisde per la nomina del legale. Anche Pietro Orlandi ricorda che l’avvocato fu loro consigliato da uno 007. Tuttavia c’è chi sostiene che l’indicazione arrivò dal Vaticano, come il già giornalista del Tempo e ferrato vaticanista Gian Franco Svidercoschi, il quale caldeggia la pista legata al crack dell’Ambrosiana e delle vicende che hanno coinvolto lo Ior.
Ilario Martella – Il Messaggero
Nel corso di quarant’anni, molti magistrati hanno cercato la verità sui casi di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi. Tra questi, Ilario Martella è quello che ha suscitato più perplessità e disorientamento. Martella ha cambiato radicalmente opinione tra il 1993 e il 2011. Questo cambiamento di opinione, soprattutto quando sostenuto da un magistrato di tale esperienza, fa pensare che le sue dichiarazioni scomode possano aver indispettito qualcuno di potente, portandolo a una totale retrattazione.
La prima versione
Il 20 giugno del 1993, praticamente dieci anni esatti dalla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, i magistrati Ilario Martella e Adele Rando rilasciano un’intervista al giornalista Aldo De Luca del Messaggero. Un’intera pagina è riservata al caso, e il titolo catalizza immediatamente l’attenzione.

4785A. Quattro cifre e una lettera compongono il numero di codice identificativo del registro generale dell’ufficio istruzione della procura della Repubblica, quel fascicolo che contiene tutti gli atti di uno dei più grandi misteri della cronaca italiana. A questa data gli inquirenti sono ancora pronti a giurare che i casi di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi siano realmente collegati, non da una pista sovranazionale, ma da qualcosa di più vicino ma indecifrabile, senza un nome e senza un volto.
Per certo possiamo dire che allora come oggi, di certezze ve ne erano poche, ma era tuttavia assodato che tanto un’associazione a delinquere di stampo mafioso, tanto un gruppo legato al terrorismo politico non possono trarre utilità alcuna nell’azione non supportata da conseguente e necessaria rivendicazione. Dal giorno della scomparsa alla data delle dichiarazioni di Martella al Messaggero, si sono già avvicendati 4 magistrati. Tendenza che sappiamo seguiterà puntuale fino ai nostri giorni.
Vediamo ora cosa Rispose esattamente il magistrato Ilario Martella alle domande del giornalista:
- Lei è uno che sa sicuramente molte cose, che cosa può dire?
- Questo: tra la straordinaria capacità criminale manifestata nell’attentato al Papa e quella emersa nel caso Orlandi, io non so quale delle due è più grande e più potente, dietro la scomparsa di Emanuela c’è un fatto così grosso che probabilmente solo il Tribunale della storia sarà in grado di guardare e giudicare.
- Si sono fatte molte ipotesi molte così fantastiche da apparire impossibili…
- Se le dicessi di cose che ho scoperto le verrà la pelle d’oca come venne a me… Ci sono elementi agli atti dell’istruttoria che devono restare riservati, perché sono cose che fanno molto, molto pensare è un solco molto, molto misterioso che porta molto in alto.
- Si è fatto un’idea sulla mente del diabolico piano?
- Chi nell’ombra ha tirato le fila di questa tremenda vicenda criminale, ha dimostrato le doti di giocoliere abilissimo di un grandissimo acrobata, di uno stratega raffinatissimo.
- All’inizio tanto clamore, poi silenzio. Qual è la spiegazione?
- Posso dire soltanto una cosa, il caso è stato tenuto in piedi fino a quando non è stato celebrato il processo sull’attentato al Papa, poi silenzio come dice lei.. è una delle circostanze che non va sottovalutata, che io non ho sottovaluto
- L’inchiesta va avanti da 10 anni. In quale direzione?
- Questo deve chiederlo al mio successore, alla dottoressa Rando, che mi pare stia facendo un buon lavoro.
L’intervista proposta dall’Unità, oltre al giudice Martella, va a coinvolgere anche il magistrato all’epoca titolare delle indagini, Adele Rango, e l’avvocato di Orlandi e Gregori, Gennaro Egidio:
- Dr. Rando (NdR) è vero che si conta molto su una testimonianza per rinforzare la pista che si sta battendo?
- Beh, diciamo alcune testimonianze che potrebbero essere utili per ricostruire alcune circostanze e dare un quadro generale della vicenda.
Succede però che il magistrato le cui personali dichiarazioni leggiamo qui sopra, di recente, dopo l’archiviazione di Pignatone per darci una collocazione temporale, senza aver ripreso in mano le carte, senza essere entrato in possesso di nuovi e rivelatori documenti, dopo oltre 25 anni dalla sua nomina, ci viene a raccontare che tutta la questione Orlandi ruota intorno alla pista bulgara e alla Stasi. Alla Stasi. La Stasi che al massimo può essersi buttata nella mischia solo per cercare un possibile margine di vantaggio, oppure perché, al pari di altri servizi segreti, invitata a contribuire l’alzarsi del polverone indispensabile per coprire qualcosa di estremamente grave, ovviamente ottenendo qualche vantaggio di rimando.
Le prime affermazioni di Martella, persona seria e conoscitrice del caso, sono state importanti, ma contrastano troppo con ciò che ha detto successivamente. Questo cambio di opinione potrebbe essere dovuto a pressioni esterne, come suggerito dal fatto che già nel maggio-giugno del 1984, durante il processo dopo l’attentato al Papa, sua figlia e sua nipote sono state minacciate.
Ilario Martella, un magistrato di rilievo, ha svolto un ruolo fondamentale nell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Ha rivelato che esisteva un faldone contenente informazioni segrete riguardanti il caso, e che se avesse divulgato ciò che sapeva, avrebbe provocato un senso di pelle d’oca. Queste dichiarazioni indicano l’esistenza di elementi riservati che conducono a un campo molto misterioso e elevato.
Tuttavia, in seguito, Martella sembra aver cambiato la sua narrazione, suggerendo che dietro al caso Orlandi ci sarebbero la Stasi e i servizi segreti bulgari. Questo cambio di narrazione ha suscitato dubbi, poiché le affermazioni fatte in precedenza sembrano indicare un coinvolgimento molto più profondo e oscuro.
Martella ha anche affermato che solo il Tribunale della storia sarà in grado di giudicare un fatto così terribile come quello che sta dietro la scomparsa di Emanuela Orlandi. Questa affermazione suggerisce che ci sono aspetti del caso Orlandi che sono ancora sconosciuti e che difficilmente concilierebbero con la Stasi, a meno che ci fossimo persi la peggior organizzazione segreta della galassia.
Adele Rando e l’avvocato Egidio hanno confermato le affermazioni di Martella. Rando ha detto che esistevano testimonianze che avrebbero potuto essere utili, ma che non si poteva parlare perché c’erano orecchie troppo fini ad ascoltare. Egidio ha affermato che era stato fatto tutto il possibile per far perdere il senso dell’orientamento, riferendosi alla Stasi e ai bulgari come un depistaggio. Egidio parla anche di verità “sconcertante”, e credo che molti, come me, di sconcertante non trovino molto nella Stasi.
Spesso le notizie ci attraversano, a volte ci investono, altre ci penetrano, raramente si depositano ordinatamente, succede così che finiamo per credere o comunque accettare storie inverosimili quando non si tratta di inganni e vere e proprie prese in giro. Certa che il già procuratore Martella avesse ben altri motivi per cambiare totalmente linea di pensiero o, quantomeno, di comunicazione con i media. L’assurdità palese nel sostenere inconciliabili posizioni dovrebbe suggerire alla nascente Commissione parlamentare d’inchiesta la necessità non secondaria di rapportarsi con l’ex giudice al fine di comprendere i motivi di tale stravolgimento en provare ad ottenere quelle informazioni preziose di cui indubbiamente è depositario.
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6 commenti
Anni fa Paolo Franceschetti, ex Avvocato e giurista, scrisse nel suo blog -allora dedicato alla Massoneria e a omicidi irrisolti o fintamente risolti- un articolo dal titolo “L’omicidio rituale nella Chiesa Cattolica”.
Le risposte sono tutte lì per chi non ha pregiudizi di sorta.
Per me il caso è chiaro e anche chiuso da un pezzo.
Ma questo Franceschetti è uno un minimo presentabile o siamo sul complottismo spinto, che è quello che ricordo io? Comunque cercando articoli suoi escono certe chicche, mi sto gustando questa: https://web.archive.org/web/20110727193634/http://paolofranceschetti.blogspot.com/2009/01/pranzo-nella-villa-degli-orrori.html
Ottimo articolo, chissà magari una verità terribile fatta di abusi sessuali fra le alte sfere vaticane.
Ps aspetto il commento del signor Barbato che puntualmente smentirà tutto e darà la colpo allo zio e al Peruzzy
Alessio Oliva, fai tutte le parti in commedia, tu
Hai ancora il coraggio di propalare la fandonia sul “procuratore nostro”. E tu saresti una storica.
Fandonia? Lei non l’ha sentita l’intercettazione? Immagino non abbia neanche letto il Verbale di assunzione di informazioni del 12.10.1995 con la deposizione di don Piero Vergari né quello di Carla di Giovanni del 09.10.1995.
Nonostante non ho ben chiaro cosa possa centrare con l’intercettazione di cui sopra, comunque sì, le confermo che sono una storica.
E’ ormai uso diffuso, rispetto alle persone di cui non condividiamo idee o posizioni, assumere un atteggiamento denigratorio, quando non apertamente e volutamente aggressivo e offensivo. Tra gli attacchi più comuni c’è la messa in dubbio della professionalità tout court di quello che viene inquadrato come “l’antagonista”. E’ la seconda volta che allude al mio valore di storica. Se l’obiettivo è colpire, ha mancato il centro, perché non è il suo parere quello che può avere effettivo significato per me, essendo altri professionisti, quelli con effettiva perizia nella materia e conoscenza del mestiere dello storico, quelli di cui mi preme l’opinione. E’ tuttavia libera di proseguire con questa modalità di intervento ma la informo che non ho intenzione di renderle pan per focaccia. Il metodo che lei adotta non mi appartiene, continuerò dunque a riservarle il rispetto e l’educazione nonchè la disponibilità a confrontarmi con garbo, come mia abitudine.