di Vicky Amendolia della Segr.Naz. SD (Socialdemocrazia)
La domanda che Giacomo Ulivi consegna alla storia poco prima di essere fucilato dai fascisti non è un frammento di memoria retorica, ma un monito che ci perseguita ancora oggi, un appello alla responsabilità e al coraggio di esserci. Nel 1944 significava scegliere la libertà contro la barbarie; oggi significa scegliere la serietà contro la farsa, la partecipazione contro l’apatia, l’impegno contro la recita stanca di un copione consumato: è ancora oggi uno schiaffo in faccia. Perché domani è già qui, e ci interroga ogni giorno. Il guaio è che noi, da troppo tempo, abbiamo smesso di rispondere.
La politica italiana è ridotta a una farsa: sceneggiatura scritta male, interpretata peggio, con attori improvvisati che non conoscono né la trama né il personaggio. Sul palco non ci sono leader, ma comparse che si contendono la ribalta a colpi di battute stantie e slogan da social. Un circo dove il “campo largo” si restringe al primo litigio e le coalizioni durano meno di un temporale estivo. Ci si abbraccia per convenienza e ci si pugnala per riflesso. Altro che alleanze: sono tregue armate, stipulate solo per superare la soglia di sbarramento o per non cadere nel ridicolo numerico.
Il paradosso è che tutto questo si fa invocando il popolo. Popolo che, però, non c’è. Perché non si diventa popolo per decreto, né per alchimia elettorale. E allora restano solo le comparse, i mestieranti del nulla, quelli che ogni giorno cambiano strategia a seconda dell’ultimo sondaggio. La politica ridotta a meteorologia: se piove, siamo ambientalisti; se tira vento, siamo europeisti; se fa caldo, sovranisti.
Il degrado non è solo colpa di chi recita male, ma anche di chi ha smesso di salire sul palco. L’abbandono della politica da parte delle coscienze critiche, dei riformisti, delle intelligenze libere, ha lasciato il campo ai mediocri. Gobetti l’aveva detto quasi un secolo fa: non è lecito essere apolitici quando sono in gioco la dignità e la libertà del pensiero. Eppure, eccoci qui, a guardare la commedia dall’esterno, come spettatori disgustati ma inerti.
Nel frattempo, le urgenze del Paese restano lì, intatte e ignorate: il lavoro ridotto a precarietà strutturale, i giovani condannati alla fuga, la scuola trasformata in cenerentola, le autonomie territoriali usate come arma di ricatto e non come occasione di responsabilità. Mentre il mondo attorno a noi cambia con velocità brutale, l’Italia resta a discutere su chi siede a capotavola nelle cene di partito. È un po’ come se, mentre la nave affonda, ci accapigliassimo su chi deve portare il vassoio dei pasticcini.
Eppure, soluzioni ci sarebbero. Non quelle dei manualetti di marketing politico, ma quelle antiche e semplici, come, per esempio: modificare la legge elettorale per consentire ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti, rimettere il lavoro al centro, non come parola usurata ma come dignità quotidiana; trattare la formazione non come capitolo di spesa, ma come ossatura della cittadinanza; valorizzare i territori, Sicilia compresa, con un’autonomia che sia responsabilità e non privilegio. Tutto il resto è rumore.
Negli ultimi mesi, la crisi della politica italiana ha assunto contorni quasi grotteschi. Mentre l’Europa affronta il bivio tra integrazione e disgregazione e mentre il mondo vive lo scontro asimmetrico tra potenze e imperi economici, qui da noi la discussione pubblica è spesso ridotta a beghe da cortile: “campi larghi” che si restringono al primo vento, “leader” più ossessionati dall’algoritmo dei sondaggi che da un’idea di Paese, opposizioni che si logorano a vicenda senza mai costruire una visione. La politica sembra un condominio litigioso più che una comunità che decide del proprio futuro.
Il risultato? Una pseudo-sinistra che si auto-definisce “progressista” senza più alcun progetto di emancipazione collettiva; un centro e un centro-sinistra (ma dove sono? Disgregati in mille rivoli) incapace di esprimere una cultura autenticamente riformista; una destra che governa con pragmatismo muscolare, approfittando del vuoto lasciato dagli altri. È lo stesso vuoto che aveva intuito Piero Gobetti, quando ammoniva che non è lecito essere apolitici davanti alla difesa della dignità e del pensiero critico.
La vera tragedia non è l’esistenza di cattiva politica – questa c’è sempre stata – ma l’assenza di buona politica. L’abbandono del campo da parte delle coscienze critiche ha prodotto un deserto che si è riempito di parvenùs, di mediocrità compiaciute, di un ceto politico che vive alla giornata, senza visione né radici. Non è un caso che il dibattito pubblico si concentri più sulle geometrie delle alleanze che sui contenuti: i programmi restano vaghi, le proposte abbozzate, le parole d’ordine scivolano via come bolle di sapone.
E, mentre la politica si impantana, il mondo corre. L’Europa, gigante economico e nano politico, appare incapace di rispondere con una voce sola alla guerra in Ucraina, alla crisi energetica, al caos migratorio. Gli Stati Uniti, sull’orlo di un ritorno trumpiano, rispolverano la logica dei dazi; Putin alterna minacce nucleari a ricatti energetici; Xi Jinping consolida il suo impero tecnologico. E’ noi italiani? Come sempre, restiamo fermi, discutendo di regolamenti interni e di leadership di partito, mentre attorno a noi si ridefiniscono gli equilibri del pianeta.
Dentro questo vuoto culturale e politico, si è insinuato un nuovo protagonista: l’influencer. La domanda non è più “cosa pensi?”, ma “quanti follower hai?”. È il trionfo dell’algoritmo sulla ragione, della visibilità sulla sostanza. Guy Debord, nella Società dello spettacolo, lo aveva profetizzato: il reale diventa rappresentazione e la rappresentazione prende il posto del reale. Jean Baudrillard lo aveva spiegato con i “simulacri”: copie senza più originale, illusioni che si sostituiscono alla realtà.
Il potere non sfila più via dalle urne: ora passeggia accanto all’ultimo tormentone TikTok. La rapida sintesi delle immagini ha soppiantato la riflessione, il contenuto ha ceduto al contenitore. L’influencer sociologicamente rappresenta il trionfo della superficialità: identità costruite su avatar, brand personali, contenuti virali. Filosoficamente incarnano quel nichilismo che Bloom, nei suoi saggi, descriverebbe come “vera postmodernità”: la forma senza sostanza, l’identità ridotta a frammento plastico, cuore digitale e vuoto emotivo.
E non è un fenomeno solo italiano. Migliaia di chilometri più a sud, nel conflitto tra Israele e Gaza, il governo israeliano ha elevato questo strumento a strategia: sponsorizza influencer, li manda a Gaza per “sfatare le false narrazioni” e risollevare il consenso mentre aumentano i morti e le critiche a livello internazionale. È propaganda 2.0: meno reportage libero, più post coordinati. L’obiettivo? Riprendere il controllo della narrazione pubblica, soprattutto nella diaspora americana o nei segmenti più conservatori, dove il consenso traballa ed evitare che il dibattito sull’orrore in corso sbugiardi i proclami ufficiali.
La politica italiana non è immune da questo virus. Leader che preferiscono i selfie ai congressi, partiti che credono di colmare l’assenza di pensiero con un endorsement su Instagram. È l’apoteosi dell’apparenza: un like non è consenso, ma viene trattato come tale. Eppure la gente, anche se non lo dice, lo percepisce: la disillusione cresce, l’astensione aumenta, la democrazia si svuota.
Ciò che Ulivi giudicava ingiusto prima, oggi è diventato banale. La democrazia viene impoverita non solo da chi la pratica male, ma da chi la abbandona — e si rassegna a godersi il fade-out civile.
Nonostante tutto, non è un destino segnato. Quel vuoto politico e culturale può essere riempito. Serve gente che torni a leggere, a discutere, a pensare, serve che i partiti siano come un tempo presenti sul territorio e recuperino il contatto reale con la gente, casa per casa. Il lavoro, la scuola, il territorio devono ritrovare un senso politico. Senza questa ricostruzione, l’unica alternativa sarà quella dei reel che mascherano il disfacimento, del consenso mediato da influencer che non rappresentano alcun progetto, né alcuna idea di futuro.
Non bastano alleanze improvvisate né tavoli che si sciolgono al primo veto. Serve una nuova generazione di riformisti, capaci di elaborare idee, di dirle con chiarezza, di costruire intorno a esse comunità politiche vive.
Nel centrosinistra pullulano i tentativi di alleanza: tavoli, incontri, appelli, sigle che spuntano come funghi dopo la pioggia. Tutti sanno che ce ne sono altri, nessuno vive sulla Luna. Eppure non c’è coordinamento. Perché? Non certo per mancanza di intelligenza, ma per un difetto antico: i personalismi. Ognuno vuole essere il regista, nessuno l’attore non protagonista e non capiscono che se riuscisse questa impresa tutti sarebbero protagonisti. Il risultato è che ci si accavalla, ci si ignora, ci si guarda di traverso, come in una recita in cui ognuno recita il proprio monologo convinto che il pubblico sia lì solo per lui.
È la solita malattia: personalismi e narcisismi che trasformano la politica in un’eterna riunione di condominio, dove si discute più di chi paga la lampadina delle scale che del progetto per rifare il palazzo. Con la differenza che qui il palazzo sta crollando, ma loro litigano ancora su chi deve comprare le scale nuove.
E sotto c’è il guaio più serio: la frammentazione sociale. Ciascuno rappresenta un pezzetto, un frammento, una tribù. Ognuno difende il suo orticello come se fosse Versailles, dimenticando che, messi insieme, quegli orticelli non fanno neanche un campo da calcetto.
Il risultato? Si sommano debolezze, non forze. E mentre loro si specchiano nelle loro sigle, la gente va da un’altra parte, a cercare qualcuno che almeno abbia il coraggio di suonare la stessa musica senza stonare.
“Tutto è successo perché non ne avete voluto più sapere”, scriveva Ulivi. Aveva ragione. La verità è che la democrazia non tollera il vuoto: o la coltiviamo noi, o la occupano altri. E gli altri, quasi sempre, hanno mani sporche e fame di potere fine a se stesso. Dunque la domanda resta: come vogliamo vivere domani? Ma la vera questione è un’altra: cosa siamo disposti a fare oggi.

