Mancava poco a Natale quando il direttore dello Shin Bet, il temutissimo re dei servizi segreti israeliani Ronan Bar, in un’intervista alla tv israeliana minacciò a chiare lettere il leader di Hamas dichiarando: «Vi elimineremo ovunque». Sono passati sette mesi, e quella minaccia è diventata realtà. Anzi, doppia realtà, visto che (già che c’erano) i diligentissimi militari israeliani, tra i più preparati al mondo, hanno decapitato sia Hezbollah che Hamas. Tombola!
In quell’occasione Bar spiegò che, dopo la strage del 7 ottobre, i servizi segreti dello Stato ebraico avevano ricevuto istruzioni politiche per eliminare gli esponenti di Hamas ovunque si trovassero. “Siamo determinati a farlo ovunque si trovino: a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Turchia, nel Qatar o altrove.
“Serviranno anni, ma elimineremo i capi di Hamas“
– disse Bar. «Questa è la Monaco della nostra generazione» aggiunse, riferendosi all’uccisione da parte del Mossad degli esponenti di Settembre Nero dopo la strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Ismail Haniyeh, leader di Hamas, è stato ucciso a fine luglio del 2024 a casa sua. In casa sua. Così narrerà la Storia.
Non possiamo dimenticare, (e non dobbiamo farlo), che solo poche ore prima di aver eliminato fisicamente il numero uno di Hamas, Israele aveva già apertamente annunciato di aver ucciso il numero 2 di Hezbollah in un altro raid a Beirut. Yoav Gallant, il ministro della Difesa, lo ha subito vantato con orgoglio:
“Non vogliamo la guerra ma ci prepariamo a tutte le possibilità. Faremo il nostro lavoro a tutti i livelli. L’esecuzione su Beirut è stata mirata, di alta qualità e limitata“.
Diciamo che pure quella ordita a Teheran non è stata da meno.
Israele è da sempre forte sostenitrice della tattica militare dell’Intelligent Bombing. E intelligente lo è di certo, il missile che nottetempo ha ucciso il numero uno di Hamas, Ismail Haniyeh, a casa sua. Centrato in pieno. Se poi il missile è israeliano, parliamo di altissima scaltrezza.
Nessuno può credere davvero che non abbiamo calcolato con massimo scrupolo le conseguenze del gesto. Altro che “imprevidibili“, come molti leader si affrettano a ripetere facendosi eco.
Qualcuno se ne lava le mani, come Ponzio Pilato: è il caso di mister Blinker, il segretario di Stato a stelle e strisce, che afferma di “non essere stati né informati né coinvolti” nel blitz. E già che c’è, per non togliersi di dosso l’aura del pacificatore mondiale, ricorda a tutti che “adesso il cessate il fuoco a Gaza è imperativo“. Alla buon’ora!
Intanto, cosa ne sarà dei negoziati di pace in Qatar, i cui mediatori si chiedono come possano andare avanti le trattative dopo l’iniziativa militare di Israele, non è dato sapere.
Mosca decreta che l’atto “ostacola la pace” (da che pulpito viene la predica!), e Berlino statuisce che “è sbagliata la logica delle rappresaglie” (loro, che del post-Monaco non dimenticano nulla – evidentemente). Erdogan, intanto, non si lascia scappare la ghiotta occasione di proclamare che si è trattato dell’ennesima “barbarie sionista“.
E il diretto interessato, l’organismo chiamato Hamas, che dice? A dir poco scontata la feroce reazione: “ci saranno enormi conseguenze in tutta la regione“. Con piena solidarietà da parte dell’Iran, che punta l’indice su Israele e dichiara:
“Li faremo pentire di quello che hanno fatto”
mentre Teheran si prepara ad accogliere domattina i funerali di Haniyeh. Che non era solo capo dell’ufficio politico di Hamas dal 2017, ma è stato anche primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese dal 2006 al 2007 e capo dell’amministrazione della Striscia di Gaza dal 2014 al 2017. Và ricordato, perchè non stiamo parlando di un quisque de populo qualunque.
Lo stesso Abu Mazen ha lavorato fianco a fianco con lui, tanto da dichiarare che quello di Israele è stato “un atto codardo con uno sviluppo pericoloso” e invitare al contempo “il popolo palestinese e le forze popolari all’unità, alla pazienza e alla fermezza di fronte all’occupazione israeliana“.
Il funzionario della fazione islamica Sami Abu Zuhri, citato pure (stranamente) dai media israeliani, considera la cosa “una grave escalation che non raggiungerà i suoi obiettivi“. La tv di Stato iraniana ripete che “l’uccisione di Ismail Haniyeh ritarderà di diversi mesi l’accordo di cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi a Gaza, e provocherà una rappresaglia da parte dei gruppi sostenuti dall’Iran nella regione“.
Musa Abou Marzouk, tra i principali dirigenti di Hamas, in una delle primissime dichiarazioni ha annunciato che “le Guardie rivoluzionarie iraniane stanno indagando sulla morte di Haniyeh e annunceranno i risultati dell’indagine in seguito“. Che diplomazia!
Per Ali Khamenei, invece, la soluzione è più semplice e repentina: “Israele affronterà una punizione severa” ha detto nel suo messaggio di condoglianze ufficiali, e ha aggiunto “il regime sionista criminale e terrorista ha preparato il terreno per una dura ritorsione. Consideriamo la vendetta e la ricerca del sangue di Haniyeh come un nostro dovere“.
Fuad Shukr, il numero due di Hezbollah, è stato neutralizzato poco prima di Haniyeh con un attacco mirato condotto nel quartiere roccaforte dei miliziani filo-iraniani. La rappreseglia è arrivata a soli tre giorni dalla strage di bambini a Majdal Shams, nel Golan settentrionale. imputata proprio a Hezbollah e alle milizie di Nasrallah. Ma, soprattutto, la rappresaglia è stata sferrata poco prima dell’uccisione del capo politico di Hamas a Teheran.
Su quest’ultimo atto, a differenza del primo, Israele continua a mantenere massimo riserbo, senza alcuna assunzione di responsabilità.
Alle 16 di oggi si è tenuto un vertice di emergenza tra i capi della forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite in Libano. La coordinatrice speciale dell’ONU, Jeanine Hannis-Plasschaert, ha dialogato sia con i leader Libanesi che con quelli Israeliani nel tentativo di impedire lo scoppio della guerra totale, mentre sia Beirut che Teheran continuano a parlare di “flagrante aggressione” da parte dello Stato ebraico, così come continua a fare Mosca.
Dagli Stati Uniti Kamala Harris ha sottolineato che lo Stato ebraico “ha il diritto di difendersi da organizzazione terroristiche, qual è esattamente Hezbollah“, aggiungendo, a corollario, che “bisogna ancora lavorare a una soluzione diplomatica per porre fine a questi attacchi“.
Adesso, tutti gli occhi sono puntati su Benyamin Netanyahu. L’asso pigliatutto. Il grande stratega. Che per ora tace, ma non potrà continuare a farlo ancora a lungo.

