di Vicky Amendolia
Ritorno sull’argomento dopo l’inatteso clamore suscitato dal mio articolo sul “business delle lacrime”, perché la domanda ricorrente è: se la fame è una scelta politica, chi ha interesse a mantenerla viva?
Non è la fame a uccidere milioni di persone: è l’ipocrisia. L’ipocrisia di chi preferisce commuoversi davanti a uno spot invece di pretendere un acquedotto, di chi versa una lacrima per il bambino dagli occhi vuoti e chiude gli occhi davanti a Governi che, con la scusa della cooperazione, continuano a depredare risorse e popoli. Dopo il clamore del mio articolo sul business delle lacrime, la domanda che mi è stata posta è sempre la stessa: se la pornografia del dolore è una pseudo-truffa, allora come si aiuta davvero chi muore di fame? La risposta è semplice e feroce: la fame non è una disgrazia naturale, è una scelta politica.
Il teatrino è noto: bambino scheletrico in primo piano, madre disperata di lato, violini strappacuore, donazione immediata. I soldi arrivano, si dissolvono nei rivoli della corruzione o nei bilanci obesi delle ONG e il bambino muore lo stesso. Ma almeno muore in HD, così possiamo dormire meglio. La verità è che la fame non si combatte con pacchi di biscotti o spot in mondovisione, ma con scuole, strade, canali, ospedali, formazione tecnica, lavoro, migrazione regolare.
Politica, non pietismo. Ma scavare un pozzo non fa audience, mentre un volto disperato sì: ecco perché si preferisce la lacrima in streaming al cemento di un acquedotto. Questo serve. Non barconi carichi di miserabili candidati a diventare cadaveri incoming, non mafie e varie organizzazioni criminali (per di più importata dai pesi africani essa stessa organizzatrice del movimento dei barconi della disperazione) che ingrassano su traffico di uomini, droga e organi, non ONG che campano di immagini strazianti. Serve politica, infrastrutture, investimenti.
E non è vero che sia un sogno irrealizzabile. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Europa non fu salvata dagli spot pietosi ma dal Piano Marshall: soldi veri, industrie, infrastrutture, lavoro. Negli anni ’60 i Peace Corps americani mandarono migliaia di giovani in giro per il mondo a insegnare e costruire. La cooperazione scandinava ha finanziato per anni scuole e ospedali in Africa senza trasformare la miseria in passerella televisiva. E persino la piccola Cuba, con le sue missioni sanitarie, ha salvato vite e formato personale locale. Sono modelli concreti che dimostrano come si possa costruire speranza senza spettacolarizzare il dolore. Ma un bambino che sopravvive non fa notizia, uno che muore in diretta sì.
E allora, perché la fame è una scelta politica? Perché conviene. Conviene ai Governi ricchi che praticano dumping agricolo, inondando i mercati africani con pollo, latte e cereali sussidiati che distruggono i contadini locali. Conviene ai creditori che impongono debiti insostenibili, costringendo gli Stati poveri a spendere più in interessi che in scuole e ospedali. Conviene ai signori delle risorse che sfruttano oro, coltan, cobalto, litio: milioni di bambini e adulti ridotti in schiavitù per alimentare la favola “green” delle nostre auto elettriche. Conviene a chi firma accordi di pesca predatori, svuotando i mari africani e lasciando alla fame intere comunità costiere. Conviene a chi pratica il land grabbing, comprando milioni di ettari fertili per coltivazioni destinate all’export, mentre le popolazioni locali perdono la terra e la dignità. Quali sono i principali Paesi che agiscono così?
La Cina è oggi il gigante del neo-colonialismo economico in Africa, Asia e America Latina: con la Belt and Road Initiative ha costruito strade, porti, dighe e ferrovie (di cui beneficiano solo loro e la casta del potere locale) in cambio di accesso privilegiato a materie prime (petrolio, rame, cobalto, terre rare); in Paesi come Repubblica Democratica del Congo, controlla direttamente o indirettamente miniere di cobalto e rame (fondamentali per le batterie); elargisce prestiti miliardari, infrastrutture chiavi in mano fatte da imprese cinesi e in cambio concessioni minerarie o quote di sovranità economica (sostanzialmente pone in essere “debt trap diplomacy” – trappola del debito).
Gli Stati Uniti non hanno mai smesso di comportarsi come potenza coloniale, solo che lo fanno con basi militari, FMI, Banca Mondiale e multinazionali: in America Latina hanno difeso a spada tratta i loro interessi energetici e minerari, appoggiando regimi amici e destabilizzando governi ostili (dal Cile di Allende al Venezuela di oggi); sul litio — “l’oro bianco” — il triangolo Argentina- Cile- Bolivia è oggi uno scacchiere geopolitico, attraverso il quale gli USA cercano di contrastare l’avanzata cinese; le multinazionali americane (Exxon, Chevron, Freeport- McMoRan) hanno un ruolo centrale nello sfruttamento delle risorse fossili e minerarie.
Tra i Paesi Europei vi è la Francia in testa mantenendo rapporti da protettorato con molti Paesi africani: il cosiddetto “Françafrique”: controllo del franco CFA (moneta ancora legata al Tesoro francese); presenza militare costante in Mali, Niger, Ciad, Costa d’Avorio; colossi come Areva/Orano controllano l’uranio nigerino che alimenta le centrali nucleari francesi.
Il Regno Unito e, in parte, la Germania restano attivi tramite multinazionali (BP, Anglo American, Glencore).
Il modello russo è brutale: sicurezza e armi in cambio di risorse. La Russia non costruisce ospedali, manda i mercenari della Wagner (oggi con altri nomi) in cambio di concessioni minerarie: miniere di oro e diamanti in Mali, Sudan, Repubblica Centrafricana vengono usate per finanziare la guerra in Ucraina e consolidare il potere locale.
In tutto ciò si inseriscono nel business della miseria Paesi emergenti come l’India, sempre più attiva in Africa orientale (Mozambico, Tanzania) per risorse energetiche e agricole; la Turchia, aggressiva con accordi commerciali e propri progetti infrastrutturali in Africa; i Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati, Qatar): investono in land grabbing (acquisto di enormi terreni agricoli in Etiopia, Sudan, Madagascar) per garantire sicurezza alimentare ai propri cittadini, lasciando affamate le popolazioni locali.
È lo stesso schema di sempre: popoli impoveriti, risorse depredate, fame strutturale. Colonialismo 2.0, con bandiere diverse ma stesso bottino.
E intanto la transizione ecologica si regge sul sangue. Ci raccontano che l’auto elettrica salverà il pianeta, ma il litio prosciuga i deserti cileni e il cobalto uccide i bambini congolesi e inquina vasti terreni e avvelena le falde acquifere. Le nostre coscienze si ricaricano più in fretta delle batterie (che usano l’elettricità per lo più prodotta attraverso combustibili fossili), ma il prezzo lo paga chi muore senza mai aver visto un’auto in vita sua.
Le risorse per cambiare rotta esistono. Nel 2024 la spesa militare mondiale ha superato i 2.400 miliardi di dollari: una briciola basterebbe per pozzi, scuole, ospedali. Ma i missili rendono più delle dighe, i droni più delle università, la guerra più dei trattori.
Per questo il vero atto di giustizia non è piangere davanti a uno spot, ma pretendere che i Governi ricchi firmino accordi vincolanti per creare condizioni di vita dignitose. Solo così il dolore smetterà di essere merce e tornerà a essere quello che è: un’accusa che ci riguarda tutti.
Fino a quel giorno, ogni bambino che muore di fame non sarà vittima del destino ma della politica. E la vergogna non potremo più lavarla con cinque euro al mese, ma resterà scritta nella Storia.
Vicky Amendolia (Segreteria nazionale di SD Socialdemocrazia)

