Il problema della ricerca in Italia, anche di recente messo in evidenza da illustri scienziati, presenta vari aspetti allarmanti.
Le risorse e le strutture a disposizione della ricerca non sono all’altezza delle sue esigenze: va sottolineato che il rapporto PIL/spesa per la ricerca vede l’Italia al di sotto della media dell’Unione europea, addirittura nel gruppo di coda fra gli Stati che ne fanno parte.
La posizione finanziaria e sociale del ricercatore non è, nel nostro paese, adeguata al ruolo che la ricerca ha come fattore di progresso e investimento per il futuro: le retribuzioni sono modeste e non di rado si presenta lo spettro della disoccupazione.
Consegue da tutto ciò l’esodo dei ricercatori italiani, che non è il normale movimento per l’acquisizione di altre esperienze di ricerca, ma è sovente il definitivo trasferimento altrove con un bagaglio di partenza formato con fondi ed energie della collettività del nostro paese.
Non può non conseguirne, altresì, la scarsa attrattiva che le nostre strutture esercitano su ricercatori stranieri di alto livello.
La considerazione di questi aspetti è alla base di un provvedimento legislativo necessario.
Rendere possibile, attraverso appositi strumenti attuativi, destinare alla ricerca una parte della quota dell’otto per mille spettante allo Stato.
Nello specificare le esigenze per le quali si possa attingere all’anzidetta fonte di proventi, tiene conto delle condizioni che l’attuale normativa richiede per l’erogazione dei fondi.
Aggiungere le università e gli enti di ricerca fra i soggetti non sottoposti all’onere di produrre la documentazione richiesta in generale, ma che appare non necessaria per essi.
Disporre, in fine, l’utilizzazione dei proventi del gioco del lotto anche per finanziare la ricerca in aggiunta agli stanziamenti disposti a tal fine da altra normativa.

