“Le masse saranno sempre al di sotto della media. La democrazia arriverà all’assurdo, rimettendo ai più incapaci la decisione intorno alle cose più grandi. Sarà la punizione del principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere un uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’Uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga“.
Scriveva a così a fine ‘800 Henri Frédéric Amiel nel suo Diario Intimo. Non è celebre questo filosofo svizzero e calvinista poco prolisso, ma tradusse intere opere di Leopardi e studiò a fondo tutto Schopenhauer. Figura burbera, che in poche righe seppe inquadrare ante litteram la triste deriva di alcuni valori sociali.
Infatti: possiamo confutare, oggi, la sua affermazione? Scomoda, certo, ma vera. Di una scomodità che fa il paio con una ben più recente affermazione, attribuita a Luciano Violante: “le democrazie non muoiono per omicidio, ma per suicidio“. Concetti già espressi, prima di lui, da Norberto Bobbio, Gaetano Mosca e Giulio Azzolini.
Proviamo a farne un sunto che sia faro nelle scelte che dovremo, presto o tardi, compiere.
Molto ruota intorno al valore della classe dirigente. E in particolare della classe dirigente politica, quella che determina la qualità della democrazia. Ogni classe politica dirigente ha bisogno del consenso, perché una volta perso, può anche continuare ad esercitare il potere, ma non ha più un ruolo dirigente.
Secondo Gramsci “la perdita del consenso arriva quando i cittadini si staccano dalle ideologie tradizionali e non credono più a ciò in cui credevano prima“. Arriva la crisi, che consiste nella morte del vecchio ma nell’impossibilità per il nuovo di nascere. E sempre secondo Gramsci è proprio in questo stallo che si verificano i peggiori fenomeni morbosi. Possiamo dire oggi di trovarci proprio in uno di questi stalli?
Direi di sì. Basta osservare qualche fenomeno morboso odierno. Primo tra tutti la sostituzione dei gruppi dirigenti dei partiti con leader solitari e narcisisti: ai vertici del sistema politico non siedono più gruppi, ma singole personalità. Il partito cessa di essere una comunità. Capi politici ci sono sempre stati, come Fanfani e Berlinguer, Nenni e Almirante. Ma erano scelti e votati da un partito, e con quel partito dovevano confrontarsi.
Oggi invece è il capo che costruisce il partito a propria immagine e somiglianza, e lo rende un non luogo della politica attraversato sporadicamente da flussi di consenso. Di conseguenza, nasce la contestazione radicale della legittimità di una classe dirigente, diventata casta o gruppo egoistico che comanda e ne approfitta per distogliere a proprio vantaggio le risorse pubbliche. Chiunque abbia funzioni rilevanti sembra averli acquisite non per merito ma grazie a innominabili fraudolenze. Alla base di questo processo ci sono due fattori: Il primo è un atteggiamento moralistico fondato sul pregiudizio diffuso nei confronti degli attori politici. Il secondo deriva dalla moderna incapacità di convivere con il rischio.
Alla politica si chiede sicurezza, e si chiede di cancellare i fattori che, secondo i cittadini, generano insicurezza. E se la politica non riesce a rispondere a queste aspirazioni, allora nascono campagne che rifiutano la ragionevolezza. Nascono rapporti fideistici con i capi di alcuni partiti e con le ideologie. E di conseguenza nasce il rifiuto a informarsi, a conoscere in prima persona, sposando la tesi più convincente che rafforza uno spirito gregario privo di autonomia intellettuale. I gregari rassicurano se stessi immaginando che i loro capi conoscano la verità e sappiano guidarli. Specularmente i capi rischiano di restare prigionieri delle certezze dei propri gregari. Si alimenta così un circuito che porta dall’insicurezza al fideismo, dal fideismo alla fiducia nel capo, e da quest’ultima all’illusione del capo di poter davvero disporre di una risposta a tutte le domande.
I leader solitari e narcisisti non sono più protagonisti di rappresentanza, ma di identificazione. La differenza è profonda e incide sulla formazione dei gruppi di potere impedendo la costruzione di vere classi dirigenti. Nei processi di identificazione la personalità del leader crea la base sociale nella sua presenza, ma non nel suo programma; scatta negli elettori l’identificazione con il leader, che deve presentarsi vincente e seduttivo. Questo leader però tende a circondarsi non di una classe dirigente, ma di una classe somigliante, nella quale a sua volta possa rispecchiarsi, traendone e sicurezza e quindi legittimazione. Questo liberismo narcisista condiziona il dibattito politico esaurendolo in asserzioni disinteressate al parere altrui.
Il rifiuto della ragione e della conoscenza è tipica della crisi post illuminista. Democrazia e illuminismo sono strettamente intrecciate: crescono insieme o muoiono insieme. Basta guardare ciò che avviene nella nostra società.
Alla crisi dell’illuminismo si accompagna l’indebolimento della democrazia fondata sulla ragione e sulla verità. Alla base della crisi delle classi dirigenti non ci sono solo processi oggettivi ma anche problematiche soggettive. Alcuni partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti, spinti dalla crisi economica globale degli Anni 90 dopo la fine del sistema sovietico e la vittoria schiacciante del sistema capitalistico occidentale, si sono adeguati.

Hanno abbandonato l’espansione nel settore pubblico a favore del mercato della finanza e del capitalismo. Basti pensare alle scelte politiche di Tony Blair o di Gerard Schroeder. Alla lunga queste scelte hanno fatto perdere il consenso delle classi lavoratrici. L’abbandono dei temi tradizionali della cultura politica socialdemocratica non è stata compensata dalla nuova attenzione ai bisogni dei ceti più poveri. Le classi dirigenti di matrice illuministica hanno badato più ai diritti individuali che ai diritti sociali. Hanno spesso confuso la civilizzazione della società con il politicamente corretto, forse sopravvalutando sé e le proprie ragioni.
Molti appartenenti alle classi dirigenti, per recuperare un rapporto con il popolo, hanno creato un complesso fenomeno che se fosse un film si chiamerebbe Le classi dirigenti contro se stesse. In pratica il sistema è il nemico interno. Ma per dirigere bisogna saper staccarsi dai destinatari delle attività di direzione. I partiti tradizionali hanno svolto il compito straordinario di avvicinare le masse allo stato. Oggi sta accadendo il contrario: sono i partiti che tendono a incorporarsi alle masse inseguendo i sondaggi.
Questi partiti non si preoccupano di svolgere un’azione pedagogica, di guida verso la maturazione politica dei cittadini. Tendono invece a inseguire ciò che pensa la maggioranza dei cittadini, che senza saperlo dirigono i partiti stessi. Occorre invece riprendere il filo della costruzione delle classi dirigenti. L’impegno per farlo deve partire da un’idea della politica fondata non sul capo seduttivo ma sulla forza di una comunità che esprime un complesso di personalità capaci per disponibilità intellettuale, conoscenza dei problemi, capacità di ascolto e di decisione, responsabilità nell’assumersi i compiti di direzione politica, rappresentanza e governo.
Il passaggio dal leader solitario narcisista alla costruzione di gruppi politici capaci di dirigere è essenziale ora come non mai per rianimare la democrazia. Certo anche i cittadini devono attivarsi, attraverso dibattiti, associazioni e movimenti. La democrazia si regge sulla continua interazione tra società e politica. La nostra stessa costituzione all’articolo 49 stabilisce che i partiti sono strumenti dei cittadini, e non delle istituzioni politiche. Per superare questa fase occorre ricostruire legami tra persone che credono negli stessi valori, e che si interrogano allo stesso modo sulla funzione del proprio partito. Sono legami che si ricostruiscono con il rispetto, l’ascolto, il confronto e la discussione.
Tanto i partiti quanto la nazione per vivere in democrazia hanno bisogno della ricostruzione di comunità politiche responsabili e consapevoli del ruolo che sono tenute a svolgere nella storia del proprio Paese. Queste comunità politiche tengono unite la nazione, superano le solitudini, propongono un’alternativa civile al rapporto malato tra leader narcisista e popolo non rappresentato. La classe dirigente non si misura dalla quota di potere esercitato ma dalla capacità di indicare obiettivi, motivare i cittadini e influenzare i processi decisionali.
Voce di uno che grida nel deserto? Non scomodiamo Giovanni il Battista, ma forse ne avremmo bisogno.


2 commenti
-“L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare”.(Eduardo Galeano)
La corsa al potere per il potere rende ciechi. Nella nostra società mancano le opportunità per coloro che non abbiano già e non necessariamente per meriti personali una collocazione sociale appetibile. Una grande fetta di popolazione dice no silenziosamente, senza agire, senza partecipare ed è un problema assolutamente serio.