di Marco Andreini
Lo storico incontro fra Xi e Trump, a una prima lettura, sembra aver messo le due potenze su un piano di parità e, non a caso, il presidente cinese ha fatto riferimento nel suo discorso alla trappola di Tucidide, cioè al famoso paradosso per cui le tensioni politiche fra due potenze, una forte e consolidata e una emergente, possono generare o un accordo o una guerra per il predominio.
E anche se la Cina di Xi ha provato a mettersi sullo stesso piano dell’America di Trump, la realtà è ben diversa: il PIL cinese rappresenta il 63% di quello americano e i CEO portati da Trump fanno quasi il PIL di tutta la Cina. E, nonostante la Via della Seta, la Cina, fuori dai suoi mari, ha solo la base di Gibuti, nel Corno d’Africa; l’America ha 800 basi in 76 Paesi. Considerato che ero a Pechino proprio quando si tenne il primo Comitato Centrale con Xi presidente, nel 2013, so bene quanto la Cina sia cresciuta.
Per capire l’essenza di questa tumultuosa crescita basta andare a Shenzhen, la patria dell’high tech cinese. Solo 30 anni fa era un villaggio di pescatori alle porte di Hong Kong con 30.000 abitanti; oggi è una metropoli di 17 milioni di persone. Ma, come nell’India di Bombay, puoi vedere allo stesso tempo sfilare nelle strade le fiammanti Ferrari a fianco di motorette scassate che trascinano carretti di merce. Esiste una spaventosa differenza fra chi può avere tutto e chi non può avere altro che un pugno di riso.
Per chi non è affascinato dalla sinologia, basta vedere come siano in sofferenza i consumi interni della Cina e il fallimento di Evergrande, la più grande società di costruzioni, che ha reso palese quanto la politica di costruire qualsiasi cosa, sia un grattacielo o un mall in una sperduta città ai confini della Mongolia (sic, sulla mia pelle), senza metterci dentro nulla, rischi di assomigliare pericolosamente al fallimento del famoso Balzo in avanti di Mao che, volendo industrializzare un Paese agricolo in cinque anni, causò milioni di morti e carestie in tutto il Paese.
Xi ha programmato e promesso al suo popolo che entro il 2027 ci sarebbe stata la grande riunione con Taiwan, in un modo o nell’altro, ma ieri non ha avuto il via libera da Trump, perché è la Cina che ha bisogno del petrolio iraniano e dei semiconduttori di Taiwan, non l’America. Certo, se noi guardiamo alla Cina con gli occhi di chi, attraverso la firma della Via della Seta, aveva appaltato tutto il nostro Paese, finanche con il 5G a Huawei, cedendo le nostre informazioni strategiche ai cinesi, è evidente che ci si senta orfani di Xi, accolto con tutti gli onori in Sardegna dal Conte II.
E allo stesso modo, per chi si sente quasi orfano del bel mondo della Guerra fredda — vedasi il sondaggio interno agli elettori PD, dove la metà non condanna l’invasione russa — non c’è alcun dubbio che un governo del “campo largo” potrebbe anche rimettere in gioco persino le nostre alleanze. Del resto, il PCI era già contro la NATO nel 1946, e così anche il PSI.
Trump è impopolare, inaffidabile e pure megalomane, al limite della psichiatria, ma non ho alcun dubbio che un presidente democratico avrebbe fatto altrettanto: forse segretamente, con meno spettacolarità, ma mai e poi mai avrebbe consentito all’Iran di avere l’atomica e tantomeno avrebbe dato ai cinesi il via libera su Taiwan.
Taiwan non è Hong Kong. L’isola è stata colonizzata dagli olandesi nel 1695 e solo la dinastia Qing, dopo aver sconfitto i Ming, decise di conquistarla, lasciando però una grande parte dell’isola stessa al controllo dei taiwanesi. Nel 1895, a seguito della guerra perduta con il Giappone, Taiwan venne ceduta all’Impero giapponese fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Il resto è storia: il Kuomintang del generale Chiang Kai-shek, sconfitto da Mao, porta i suoi sostenitori su Formosa e l’isola, di fatto, sfugge al controllo cinese.
La storia cambia quando, nel 1987, nasce TSMC, che diventa la produttrice esclusiva di circuiti integrati per Apple, Nvidia e Samsung, e oggi rappresenta il 90% dei semiconduttori mondiali. Questo è il vero interesse di Xi: senza i semiconduttori, le sue terre rare servono a poco.
E come sempre accade per i dittatori, le difficoltà cominciano quando le promesse non vengono mantenute e infatti Xi ha fatto fuori metà dei membri della Commissione Centrale Militare, che gestisce tutto il potere in Cina.
I suoi amici, con i quali ha preso il potere nel 2012, cercavano di spiegare al presidente che i loro sistemi satellitari, in mano agli iraniani, avevano fallito perché non erano stati in grado di prevedere gli attacchi dei caccia bombardieri americani e israeliani e, in tutti i modi, volevano fargli capire che non erano pronti. Ma soprattutto cercavano di spiegargli che, in nessun caso — a parte i semiconduttori — gli americani avrebbero lasciato conquistare l’isola, per una semplice ma fondamentale ragione: dopo Taiwan si vedono le coste della California e nessun presidente americano potrebbe mai pensare di rendere reale il film visionario di John Landis, “1941 – Allarme a Hollywood”, scambiando solo la minaccia dei “musi gialli” giapponesi con quelli cinesi.

