Non è vero, non ci credi. Sembra impossibile.
Poi la rabbia si mescola al dolore e rimani steso, incapace di reagire, schiacciato a terra con il volto premuto in basso dal peso di questi sentimenti così violenti che ti riempiono il cuore e la testa.
Un evento accidentale, che potrebbe apparire grottesco, un trattore che precipita in una scarpata e travolge chi lo guidava, lo schiaccia, lo uccide.
E la vicenda già grave atterrisce. Ma stavolta non è una notizia di cronaca che addolora ma resta comunque lontana. Questa volta si tratta di un amico, di un fratello e il dolore non si sopporta e la rabbia ti rende cattivo. Perché proprio lui, perché non un altro che magari non conoscevo. Lo so non è giusto ma in questo momento si pensano anche queste cose.
Enrico Buemi così se ne è andato, in quel cielo azzurro adornato di nubi che avvolgeva la sua terra e faceva da scenario alla passione della sua vita, quella intima, quella domestica, quella che era racchiusa nel chiostro della sua famiglia: i campi, la coltivazione, l’arte georgica di cui era appassionato.
Non voglio tracciare la figura politica di Enrico, lo faranno altri meglio di me.
Mi mancherà l’amico, l’uomo.
Non esitò, quando lo chiamai, a venire dalle mie parti per adoperarsi per cercare di salvare i tribunali abruzzesi, convinto di quale scempio fu fatto con la legge che ne soppresse tantissimi in Italia.
E nella Commissione Giustizia del Senato si battè come un leone, partecipando anche, lui torinese, a incontri che parlamentari abruzzesi e delegazioni degli avvocati ebbero con l’allora ministro della Giustizia.
E il miracolo mancò per un soffio. Erano gli anni tra il 2013 e il 2016.
Da quegli eventi politici l’amicizia nacque in un soffio.
E allora le iniziative per i tribunali abruzzesi divennero il pretesto per vederci e ritornò più volte a Sulmona per stare insieme, per frequentare la nutrita pattuglia dei compagni socialisti abruzzesi, per trattenersi a cena a raccontare le vicende che furono, per raccontare le storie del socialismo e per progettare e sognare un futuro.
Una amicizia che è rimasta e che ci ha ricondotti, insieme alle altre compagne e compagni, a percorrere questo avventuroso ma affascinante sentiero del socialismo liberale.
Perché poi quello che conta è proprio quello: il valore dell’amicizia.
Che quando è radicato nel cuore cementa qualunque altro rapporto, anche quello politico, nei toni e nelle forme più forti.
Ma è proprio per la forza del suo valore che rende drammatiche e inconsolabili notizie come quella che oggi ha folgorato il cuore di tutti i compagni che lo hanno conosciuto.
Oggi non piango il politico, oggi piango l’amico.
Ciao Enrico, sarà dura superare questo momento.
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Vice Direttore. Nato nel 1956, studi classici e poi laurea in giurisprudenza, oggi è avvocato nella sua città, patria di Ovidio e Capograssi: Sulmona. Da bambino, al seguito del padre ingegnere, ha vissuto, dall’età di 6 sino ai 12 anni, in Africa, tra Senegal, Congo, Ruanda, Burundi, rimanendo anche coinvolto nelle drammatiche vicende della rivolta del Kivu del 1967. Da pochissimi anni ha iniziato a cimentarsi nell’arte della letteratura e ha già pubblicato quattro romanzi: “La Foglia d’autunno”, “L’ombra dell’ultimo manto” "I leoni siamo noi" (a quattro mani con la giornalista Francesca Di Giuseppe) e "Virgilia". Quest'ultimo vincitore del premio letterario internazionale Ovidio edizione del 2024. Giornalista pubblicista è anche opinionista del Riformista, di Mondoperaio, del Nuovo Giornale Nazionale. Impegnato in politica è attualmente membro del movimento Socialista Liberale.

