Si comincia.
Questa sera alle 21 con Messico – Sudafrica, domani, sempre alle 21, ci sarà Canada – Bosnia e poi sabato giocherà la terza squadra ospitante Usa – Paraguay.
E già un mondiale su tre stati Canada Messico e Usa. E parteciperanno tutti, proprio tutti, tranne noi. L’Italia, che con 4 vittorie è seconda (assieme alla Germania) solo al Brasile, per la terza volta consecutiva non parteciperà ai campionati mondiali di calcio.
Dal oggi sono 48 i paesi del mondo che si daranno appuntamento nel Nord-America per la prima edizione allargata.
Un sacco di prime volte.
I mondiali si giocheranno per la prima volta con 48 squadre anziché 32.
Saranno distribuite in 16 gruppi da tre.
L’evento si svolgerà in 16 città per la prima volta in tre paesi, tra Stati Uniti, Canada e Messico.
Il torneo terminerà il 19 luglio con la finale a MetLife Stadium, nel New Jersey, teatro di quel che sarà probabilmente il match più visto della storia del calcio.
Le partite totali saranno 104 contro le 64 delle edizioni a 32 squadre.
Oltre 2,4 milioni sono i biglietti venduti già nella prima fase di pre-vendita e oltre 3,5 milioni saranno gli spettatori previsti negli stadi. L’evento sarà trasmesso in oltre 200 paesi, con un audience prevista di più di 5 miliardi di persone. L’impatto economico sarà di oltre 10 miliardi di dollari.
I numeri mostrano un evento molto più grande, più costoso e più diffuso di ogni precedente edizione.
La formula allargata ha creato più partite, più rotazioni, più possibilità per le nazionali “minori” di emergere.
E in questo contesto, l’assenza dell’Italia è ancora più pesante specie per come è maturata la mancata qualificazione. La prima volta fu la Svezia, e già ci sembrò un affronto, poi la Macedonia del Nord e questa volta la Bosnia.
Noi in poltrona mentre le grandi del mondo dal Brasile all’Argentina, dalla Francia alla Germania ci guardano dall’alto in basso. Ci toccherà stare a guardare anche le squadre asiatiche e quelle africane.
Ma con la globalizzazione del calcio quali squadre possono considerarsi davvero deboli?
E poi loro, tutte, se lo sono meritato. Noi no. Non siamo semplicemente fuori, siamo fuori da un mondo (quello calcistico) che si è espanso proprio mentre noi siamo arretrati.
È facile dire “la federazione ha fallito”, “il campionato è marcio”, “i giovani non crescono”. Ed è soprattutto facile dire “sarà per la prossima volta”. L’abbiamo detto già tre volte.
Le cause di questi risultati sono lì, sotto gli occhi di tutti. Settori giovanili scollegati tra loro, allenatori che saltano come pedine, club che misurano il successo in bilancio più che in crescita sportiva. Il calcio italiano non è scomparso: è stata soffocato da una cultura che premia la convenienza e penalizza la coerenza.
E poi c’è l’aspetto umano. Ci sono i tifosi che hanno trasformato la passione in rito settimanale, le famiglie che parlano di calcio a tavola, i ragazzi che sognano di indossare una maglia con lo stemma tricolore. Per loro l’assenza ai Mondiali non è un dato sportivo: è una perdita di senso. È il blocco di un racconto che si tramanda da generazioni.
Non ci resta che scegliere per chi tifare. Chi scrive tiferà per le africane, finché saranno in corsa, poi per il Brasile. Ma è una magra consolazione.
Questa edizione dei Mondiali sarà ricca di emozioni, di colpi di scena, di storie di riscatto. Per noi resterà solo un monito: senza coraggio, senza onestà intellettuale, senza scelte che vadano oltre il breve periodo, l’assenza può diventare abitudine.
E l’abitudine uccide la speranza.


1 commento
E chi se ne frega! Io non ci guadagno e non ci perdo niente.