In Italia ci sono due costanti dal 1994, anno di svolta perché si seppellisce il vecchio sistema politico. Le due costanti sono: chiunque ha governato il paese viene poi battuto nelle elezioni successive e in particolare chi ha voluto approvare leggi elettorali ritenendole vantaggiose ha sbagliato previsione ed é stato danneggiato. Nel 1994 si formò, attraverso la nuova legge elettorale, il Mattarellum, prevalentemente maggioritario e uninominale, con recupero proporzionale di un quarto dei parlamentari da eleggere (senza toccare il calcolo “su base regionale” dei senatori previsto dalla Costituzione), un bipolarismo solo inutilmente contrastato da un blocco centrista formato da Martinazzoli e dal suo Partito popolare, da Amato e Segni. Vinse Berlusconi e il suo Polo delle libertà (Forza Italia e Alleanza nazionale) che al Nord veniva presentato come Polo del buon governo (Forza italia e Lega) proprio contro il fronte referendario. In particolare Segni coi suoi referendum costruì il bipolarismo che poi non accettò. Con lo stesso sistema elettorale, Berlusconi venne messo sotto dall’Ulivo di Prodi nel 1996, dopo essere stato sostituito da Dini, perché sfiduciato da Bossi. In effetti, come ebbe poi a ricordare più volte D’Alema in chiave anti prodiana, la vittoria ulivista fu dovuta alla frattura, anche elettorale, della Lega. Tre presidenti del Consiglio nel percorso a ostacoli della legislatura che avrebbe portato al 2001: da Prodi, sfiduciato da Bertinotti, elegante e mite sfasciacarrozze, a D’Alema, con Cossiga, suo sponsor e suggeritore, fino ad Amato, dopo la sconfitta alle regionali del 2000. Tre più un quarto che fu il candidato novizio, Francesco Rutelli, già sindaco di Roma, di bella presenza e di toni accondiscendenti anziché no (stonava assai quel suo “Porterei il rancio a Bettino Craxi”, del quale poi si pentirà). Ma l’Ulivo, o i Progressisti, o l’Unione come poi si chiamerà, venne sconfitta nelle elezioni del 2001. Ritorna Berlusconi per durare cinque anni, ma pensa bene di cestinare il Mattarellum. Nasce il Porcellum, definito tale dal suo stravagante estensore Calderoli. Si tratta di un proporzionale con sbarramento al 2% delle liste coalizzate, e addirittura col recupero della prima lista sotto il due. E premio di maggioranza secca alla prima. Detto e fatto. E Avanti l’Unione di Prodi. Che subito si disunisce. Se si fosse votato col Mattarellum avrebbe vinto chi l’ha voluto cestinare. Sconfitta beffarda. L’Unione-disunione traballa finché cade due anni dopo. E nel 2008 rivince per la terza volta il Berlusca, mentre il Porcellum viene dichiarato incostituzionale perché non fissa un limite al conseguimento del premio di maggioranza. Lo spreeed e qualcosa di più complicato costringe, su regia di Napolitano, Berlusconi a dimettersi e arriva Monti con le sue Fornero e le ricette di rigore. L’Italia é salva? Evviva l’Italia. Si pensa poi al governo Bersani che vuol smacchiare il cavaliere ma viene smacchiato lui da Beppe Grillo e dal suo movimento Cinque stelle che paragona il Parlamento a una scatola di tonno. E nel 2013 si forma un governo di unità nazionale presieduto da Letta che si trasforma poi un simil governo di centro-sinistra prima a guida dello stesso e poi, poco serenamente, di Renzi, mentre Alfano scinde il Pdl formando il nuovo centro-destra che sta nel centro-sinistra. Vuoi non mettere le mani alla legge elettorale? Pronti e via. La fanno fare a un deputato di Trieste che la scrive sotto San Giusto. Nasce il Rosatellum. Modello pubblicità. Se voti uno ne voti due. Ci sono due votazioni, una uninominale, l’altra proporzionale, ma per presentarti devi essere in tutte e due e se voti l’una voti anche l’altra. E’ fatta per bloccare Grillo, che invece alle elezioni del 2018 trionfa. Nasce il governo gialloverde, presieduto da un anonimo avvocato pugliese di nome Giuseppe Conte, che si scopre Giuseppi, come lo definisce Trump. Nel senso che il primo Giuseppe é di centro-destra e si allea con Salvini, il secondo é di centro-sinistra e si allea col Pd, ma cade su regia di Renzi, e passa il testimonie a Draghi. Chi vuoi mai che vinca alle elezioni successive, quelle del 2022, anticipate di un anno? Ma l’unico partito che si é opposto all’ammucchiata, quello del gigante e della bambina (Crosetto e Meloni) con la bambina alla presidenza del consiglio. Come Renzi presentò l’Italicum, lei presenta la sua legge definita Stabilicum. C’un largo premio di maggioranza per la prima coalizione che supera il 40%. Dopo il referendum e visti i precedenti, naturale un allarme. Ma davvero arrivano i nostri (i loro)…..
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Direttore. Nasce a Reggio Emilia nel 1951, laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna nel 1980, dal 1975 al 1993 é consigliere comunale di Reggio, nel 1977 é segretario provinciale del Psi, nel febbraio del 1987 è vice sindaco con le deleghe alla cultura e allo sport, e nel giugno dello stesso anno viene eletto deputato. Confermato con le elezioni del 1992, dal 1994 si dedica ad un’intensa attività editoriale (alla fine saranno una ventina i libri scritti). Nel 2005 viene nominato sottosegretario alle Infrastrutture per il Nuovo Psi nel governo Berlusconi. Nel 2006 viene rieletto deputato nel Nuovo PSI. Nel 2007 aderisce alla Costituente socialista nel centro-sinistra. Nel 2009 é assessore allo sport e poi all’ambiente nel comune di Reggio. Dal 2013 al 2022 dirige l’Avanti online.


3 commenti
Riguardo ai sistemi elettorali (al di là delle fortune o meno di chi li promuove), ho maturato l’opinione, da parte mia già riportata non una sola volta anche su queste pagine, che il proporzionale, in una con l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, unisca rappresentanza e governabilità, casomai con eventuale premio di maggioranza, senza escludere la reintroduzione delle preferenze.
Si tratterebbe in buona sostanza di applicare, come impostazione, quanto già succede per il livello regionale, e non mi capacito del perché un tale “progetto” continui a trovare resistenze, che immagino destinate a crescere dopo l’esito del recente Referendum, un esito dal quale si può anche essere autorizzati a supporre che il cosiddetto “Premierato” vada per così dire in soffitta (almeno per adesso).
Paolo Bolognesi 30.03.2026
C’è, nell’articolo di Mauro Del Bue, una linea di lettura che ha il pregio della memoria lunga e il difetto – se così si può dire – di fermarsi un passo prima della conclusione più scomoda. È vero: dal 1994 in poi, ogni architetto di leggi elettorali si è ritrovato vittima delle proprie geometrie. Ma non è solo una beffa della storia, né un’ironia della politica. È il segnale di un errore più profondo: l’illusione che la rappresentanza possa essere piegata a tavolino.
Il Mattarellum, il Porcellum, il Rosatellum – e ora l’evocato “Stabilicum” – sono figli della stessa ambizione: costruire artificialmente una governabilità che il corpo elettorale non esprime più in forma lineare. Ma la politica, quando smette di essere rappresentazione e diventa ingegneria, finisce per tradire sé stessa. E gli elettori, con una puntualità quasi crudele, presentano il conto.
Il punto, allora, non è solo che “chi cambia le regole perde”. Il punto è che si continua a cambiare le regole per non affrontare il nodo reale: la crisi della rappresentanza e la frammentazione sociale e politica del Paese. Si tenta di forzare un bipolarismo che l’Italia non ha mai davvero metabolizzato, e che anzi ha prodotto governi fragili, trasformismi imbarazzanti e maggioranze politicamente incoerenti.
Qui, se posso permettermi, si innesta la vera questione che l’articolo sostanzialmente tratta, sebben sfiorandolo: il fallimento del paradigma maggioritario. Dal 1994 a oggi, il maggioritario – in tutte le sue varianti più o meno camuffate – non ha garantito né stabilità né chiarezza. Ha prodotto, piuttosto, una competizione muscolare tra coalizioni eterogenee, unite più dal desiderio di vincere che da una reale visione comune. E infatti, una volta vinte le elezioni, quelle coalizioni si sono regolarmente disgregate.
Il proporzionale, al contrario, non è – come spesso si dice con una certa superficialità – la causa dell’instabilità. È semmai la fotografia onesta di un Paese plurale. Non crea la frammentazione: la riconosce. E proprio per questo costringe la politica a fare ciò che oggi evita accuratamente: mediare, negoziare, costruire sintesi reali invece di alleanze elettorali fittizie.
In fondo, la lezione che emerge dalla ricostruzione di Del Bue è più radicale di quanto sembri: non esiste legge elettorale che possa sostituirsi alla qualità della classe dirigente. Si può cambiare il meccanismo, ma non si può eludere la sostanza. E la sostanza, oggi, è una politica che cerca scorciatoie tecniche per risolvere problemi che sono, prima di tutto, culturali e politici.
Forse è proprio qui che si dovrebbe avere il coraggio di tornare: non a una nuova alchimia elettorale, ma a una legge che restituisca centralità alla rappresentanza e dignità al Parlamento. Il resto – premi, soglie, artifici – è, come la storia recente dimostra con ostinata coerenza, poco più che un esercizio di illusione
Al di là della regola che chi modifica la leggere elettorale ne resta poi “vittima”, e dunque degli eventuali errori commessi dalla politica, c’è anche l’orientamento dell’elettorato che, oltre ad essere determinante, sembra talora piuttosto contraddittorio, se pensiamo che il Referendum dell’aprile 1993, che comprendeva anche il passaggio al maggioritario, lo vide approvato con una percentuale alta, superiore all’80%, dopo che il Referendum del giugno 1991 aveva portato ad una sola preferenza, con oltre il 95% di consenso.
Nello stesso periodo, con legge ordinaria del marzo 1993, si passò all’elezione diretta dei Sindaci (cui seguì poi quella dei Governatori, salvo diversa disposizione dei rispettivi statuti regionali, secondo l’art. 122 della nostra Costituzione dopo le modifiche introdotte dal Referendum del 2001), a significare che all’epoca tutto pareva proiettato verso il maggioritario, che si combina con l’elezione diretta, anche per scelta popolare, mentre oggi sembra esservi voglia di una inversione di marcia per tornare al proporzionale
E se non erro va in tal senso, ossia concepito sul proporzionale, il disegno di legge del centrodestra (c.d. Stabilicum), che sembra tuttavia non incontrare la condivisione della sinistra, e dei suoi simpatizzanti, forse perché abbinato al cosiddetto Premierato, come si sente dire, quando la sinistra è stata favorevole alla elezione diretta di Sindaci e Governatori, ai quali spetta peraltro la nomina e la eventuale revoca dei propri Assessori, prerogativa che non ha invece il Presidente del Consiglio (vacci a capire, viene da dire).
Paolo Bolognesi 01.04.2026