Lo sapevate che la Lamborghini non è più italiana?
E già, il marchio automobilistico esclusivo per eccellenza, più della Ferrari, emblema di uno status-simbol al di fuori di ogni immaginazione, il sogno che per sessant’anni ha affollato le notti di milioni di giovani che venivano sedotti dai caratteristici rombi dei suoi motori e dalle linee filanti e spaziali delle sue carrozzerie, è approdato in Germania ed è di proprietà della Volkswagen, la macchina del popolo.
E come la Lamborghini una miriade di brand della eccellenza della imprenditoria privata italiana sono ormai nelle mani straniere.
Un elenco lunghissimo.
Dal food, con la francese Lactalis che ha assunto il controllo di Galbani, Locatelli, Invernizzi e Cademartori, e Cirio, Bertolli e De Rica che sono stati acquisiti da Unilever (che li ha poi ceduti alla spagnola Deoleo), alla grande moda con l’acquisto di Fiorucci, da parte di fondi giapponesi, e la super acquisizione operata dal fondo francese Kering che in meno di 20 anni ha assunto il controllo di brand della moda e del lusso tra cui Gucci, Bottega Beneta, Pomellato, Dodo, Brioni e Richard Ginori, di italiano resta ben poco.
Dalle banche alle assicurazioni, dall’industria allo sport (si pensi alle squadre di calcio a cominciare da Inter e Milan), tra brand diventati stranieri, marchi che restano italiani ma sono di proprietà di oltre confine e imprese che sono italiane ma producono totalmente all’estero il tanto decantato Made in Italy è andato a farsi benedire.
E pensare che quelli che stanno al governo ci hanno fatto pure una legge per valorizzarlo. Roba da ridere.
E gli approdi sono un po’ ovunque anche in oriente e soprattutto molta, molta Cina.
Ma non è solo la imprenditoria privata la pianura più saccheggiata.
Anche le ex aziende di stato, che forniscono sevizi, che una volta erano totalmente pubblici, cambiano passaporto, pensate a Ita, ex Alitalia.
E ora tocca a Tim.
Il Governo ieri ha dato il via libera alla vendita di Netco al fondo Usa Kkr, esercitando il Golden Power e accettando gli impegni presentati dalla società.
Il via libera con prescrizioni da parte del Governo italiano alla vendita della rete Tim ha nuovamente risvegliato le preoccupazioni dei sindacati. “Vogliamo sapere se fra le garanzie degli interessi strategici nazionali ci sono anche quelle sulla tenuta occupazionale”, hanno dichiarato le dirigenze delle categorie interessate. “E vorremmo anche sapere se verranno garantite e salvaguardate le qualità e i costi dei servizi,” aggiungeremmo noi.
E già perché mentre nessuno è obbligato a comprarsi una borsa Gucci o un cappotto Versace, trasporti, energia e comunicazioni sono servizi che ormai fanno parte del pacchetto di prima necessità del cittadino, come anche i carburanti.
Certo che dopo aver demonizzato le nazionalizzazioni della prima repubblica, che però ci portarono due boom economici, quello degli anni ‘60 e il successivo degli anni ‘80 entrambi disegnati dalla fantasia e dalla ispirazione dei socialisti, le privatizzazioni, cominciate negli anni Novanta e tra i primi passi delle ventate innovative berlusconiane e divenute l’emblema della seconda repubblica, sono state un fallimento totale.
Si pensi all’incubo che stiamo vivendo in queste settimane con la fine del mercato tutelato e il passaggio al mercato libero per elettricità e gas. Si pensi alla giungla dei prezzi dei trasporti o delle autostrade. Si pensi alla benzina.
Quando in questo paese si viveva bene i costi dei servizi era controllati, o calmiearati, perché le aziende che li fornivano erano dello stato, come Enel o Eni, e quando si parlava di prezzi ci si ricordava sempre delle esigenze delle famiglie, del valore della moneta, dell’effetto sulla inflazione dei costi di quei servizi.
E con quel tipo di mercato, divenuto essenziale, sotto controllo, con quegli importanti costi di produzione contenuti, fu agevole per le imprese, specie le piccole e le medie, trovare terreno fertile per vie di sviluppo che diventarono autostrade. E i benefici ebbero una estesa ricaduta su tutta la collettività.
Ovviamente quel che successe negli anni Sessanta o Ottanta non dipese solo da questo, ma quelle dinamiche economiche furono fondamentali.
E se nel penultimo decennio del ‘900 diventammo la quinta potenza del mondo non fu un caso.
Quella Italia delle nazionalizzazioni, tanto disprezzata, ebbe i suoi innegabili e incredibili successi e alla gente, ai giovani di oggi, queste cose andrebbero raccontate per ridare un po’ di giustizia alla storia dell’Italia, di Craxi e dei socialisti.
Ma soprattutto per togliere la maschera a una classe politica che dal 1994, in nome del rinnovamento, nel segno di una, non si sa bene in che direzione, frenesia di pulizia ha demolito tutto quello che c’era prima, azzerando strutture, organizzazioni e soprattutto le capacità politiche, per inanellare una collezione di fallimenti colossali che hanno portato l’Italia in un baratro dal quale da trent’anni non si riesce a uscire.
Alla faccia della innovazione.
Il Made in Italy allora esisteva davvero, e dall’estero l’Italia comprava, e dominava, ma soprattutto non si faceva né comprare né dominare.
Ma che ve lo dico a fa?
A seguire un elenco del 2020 e NON aggiornato delle imprese italiane di proprietà estera.


