La vicenda è finita sui tg e sui giornali di tutta Italia, ma da Torino è ora di dire davvero come sono andate le cose. Il liceo Einstein è da qualche giorno al centro di un triste dibattito che punta a evidenziare l’aggressività dei giovani studenti, e gli sforzi della polizia per tenerli a bada. Ma l’altra campana va sentita.
Il liceo Albert Einstein è un complesso di corsi di istruzione superiore per diplomi scientifici, linguistici e in scienze umane. Si disloca su tre sedi (via Pacini, via Scotellaro e via Bologna) tutte inseriti in contesti urbani afferenti al quadrante torinese chiamato Barriera di Milano, quadrante nord est della città. I torinesi sanno che si tratta di una zona non certo famosa per la serenità dei suoi abitanti, né per la calma quotidiana che la distingue. La zona è famosa (o meglio, famigerata) per l’alto tasso di extracomunitari che la popolano, e per il parimenti elevato numero di interventi sul posto delle forze dell’ordine.
Prima di continuare a narrare la cronaca, facciamo un passo indietro. I liceali torinesi sono stati molto coinvolti nelle vicende delle proteste e dei cortei pro-Ucraina e pro-Palestina che dalla scorsa estate hanno spesso bloccato viali e piazze della città. Da qualche settimana molti di loro hanno osservato e anche segnalato un fenomeno alquanto “curioso” verificatosi davanti alle loro scuole: all’entrata o all’uscita si sono presentati gruppi di attivisti di destra (Gioventù Nazionale) che distribuivano volantini per propagandare i comitati rionali di Fratelli d’Italia, e delle loro frange estremiste. Non meglio identificati soggetti, di chiara appartenenza destrorsa, hanno invitato i giovani studenti a “ribellarsi contro i maranza” e “votare per la destra, frequentando i circoli di quartiere” per poter così liberarsi da “questi intrusi“.
Col termine Maranza si identificano i giovani nordafricani di seconda generazione, quelli nati e cresciuti in Italia, che tendono a riunirsi in gruppi e, peggio, a seminare panico e violenza nelle strade, aggredendo ragazzini e anche adulti, o perfino anziani. Ma a Torino i Maranza non sono solo extracomunitari: sono chiamati così anche tutti gli adolescenti dei quartieri più poveri, sfaccendati, magari pure lontani da tempo dalle aule scolastiche, che comunque partecipano alla vita sociale dei giovani torinesi esattamente come tutti gli altri.
Dunque, propagandare una rivalsa anti-Maranza davanti alle scuole non è certo una cosa tra le più pacifiche. Inoltre, e qui viene il bello, quel ragazzino ammanettato dai poliziotti e portato in questura perché si è ribellato agli agenti che cercavano di fermarlo è solo l’ultimo anello di una catena di opachi eventi che ha deliberatamente portato a tanto: la mattina dell’arresto, ciliegina sulla torta degli scontri davanti al liceo Einstein, gli studenti hanno notato due adulti che sorvegliavano la zona antistante alla scuola, seduti al bar che offre la visuale migliore. Adulti che, col passaparola dei presenti, sono stati individuati come agenti della Digos. Cosa ne consegue? Molto semplice: la Digos era già sul luogo dei fatti già prima che scoppiasse la rissa; hanno assistito all’arrivo di Gioventù Nazionale, e quindi ai primi battibecchi tra studenti e attivisti; hanno chiamato rinforzi solo a scontri già in atto e poi sono spariti.
Il liceo Einstein da oggi è occupato: oltre l’80% dei ragazzi interrogati con un sondaggio interno ha deciso di occupare la scuola dopo l’episodio del volantinaggio aggressivo di Gioventù Nazionale e la successiva denuncia contro il 16enne loro compagno di scuola. Il preside, prof. Marco Michele Chiauzza, non rilascia interviste. Il profilo social del comitato studentesco ha postato un meme limpido: STOP ALLA VIOLENZA. Da pochi giorni la scuola ha attivato perfino percorsi dei alfabetizzazione e consolidamento di italiano, cui parteciperanno gli studenti stranieri segnalati dai docenti di Lettere e dal coordinatore di classe.
Se qualcuno avesse ancora voglia di puntare il dito sui ragazzi violenti, si chieda prima come mai diventano violenti, e chi è il responsabile fomentatore della cosa. Pretesti per investire sempre più nella repressione e sempre meno nella cultura non bastano mai.
Vero, signora Meloni?

