Premessa
Chiunque abbia avuto occasione di esaminare, anche soltanto parzialmente, l’ampia documentazione relativa alle sparizioni di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, si sarà inevitabilmente imbattuto in una serie di informazioni contraddittorie, tali da rendere arduo stabilire quale versione o episodio possa essere considerato realmente attendibile. Di fronte a tale complessità, l’unica via percorribile consiste nel rivolgersi a coloro che, per vincolo diretto, sono in grado di fornire risposte concrete: i familiari delle due giovani.
La loro disponibilità a chiarire determinati aspetti risulta imprescindibile, poiché le questioni da affrontare non sono affatto marginali. È legittimo domandarsi come mai, in decenni di indagini condotte da giornalisti e ricercatori, nessuno abbia ritenuto opportuno rivolgere loro quesiti tanto fondamentali, e come gli stessi familiari non abbiano avvertito l’urgenza di intervenire per correggere le numerose inesattezze diffuse nel tempo.
Le informazioni erronee derivano, prevalentemente, da letture superficiali degli atti, oppure da notizie giornalistiche imprecise, propagate da testata in testata senza alcuna verifica. Vi sono inoltre contraddizioni riconducibili agli stessi familiari, le cui ragioni possono essere molteplici e comprensibili solo mediante un confronto diretto. In tale contesto, le ricostruzioni ipotetiche e le speculazioni arbitrarie si rivelano del tutto sterili.
Indagare chi abbia diffuso versioni incongruenti o false, e per quale ragione, non rientra negli obiettivi di questo lavoro, né nell’interesse di chi lo redige, a condizione che tali discrepanze non siano frutto di malafede o di un intento deliberato di ostacolare la ricerca della verità. L’auspicio è che chi detiene elementi chiarificatori scelga di condividerli, affinché sia finalmente possibile ricostruire con precisione gli eventi che, oltre quarant’anni fa, condussero alla scomparsa di due giovani, il cui destino resta ancora oggi avvolto nel mistero.
Emanuela Orlandi e gli orari
Il primo nodo che emerge nell’analisi della vicenda di Emanuela Orlandi riguarda gli orari. A che ora uscì di casa il 22 giugno? Quando giunse al complesso di Sant’Apollinare? Qual è il momento in cui fu vista per l’ultima volta? Non esistono risposte certe a queste domande e, non essendo nelle condizioni di fornirle, ci si limiterà a riportare le diverse versioni disponibili.
Verificare l’orario in cui Emanuela lasciò la propria abitazione non dovrebbe costituire un compito particolarmente complesso, considerando che, come ogni mercoledì, si recava alla scuola di musica che frequentava: l’Istituto Tomaso Ludovico da Victoria, situato nel complesso di Sant’Apollinare, a pochi passi da Piazza delle Cinque Lune, Piazza Navona e Palazzo Madama, in corso Rinascimento. Tuttavia, l’analisi dei verbali resi da familiari, amici, compagni di corso e docenti evidenzia chiaramente che già all’epoca non si riuscì a stabilire con certezza né l’orario dell’uscita da casa, né quello preciso di inizio e conclusione delle lezioni.
È noto che Emanuela frequentasse i corsi musicali ogni lunedì, mercoledì e venerdì. In tali giornate, salvo eccezioni, seguiva individualmente la lezione di flauto traverso con il professor Loriano Berti, per poi partecipare a quella collettiva di canto corale, tenuta dal professor Mons. Valentino Miserachs Grau nella sezione dei contralti. Il fratello Pietro, nella docu-serie prodotta da Netflix Vatican Girl, afferma che Emanuela seguiva anche lezioni di pianoforte, circostanza che però non trova riscontro né nella documentazione dell’istituto né nelle testimonianze di insegnanti e compagni.
Secondo quanto riferito dal professor Berti, le sue lezioni si svolgevano tra le 14:30 e le 19:30. Emanuela, quel 22 giugno, avrebbe dunque dovuto iniziare la lezione di flauto alle 16:30, per poi proseguire alle 17:30 con il canto corale, fino alle 19:00. Sabrina Calitti, Laura Casagrande e Raffaella Monzi riferiscono invece che quel giorno Emanuela giunse alla scuola con un ritardo di circa dieci minuti. Ma qualcosa non torna in questi orari.
«Quel giorno Emanuela arrivò con 10 minuti di ritardo, me lo ricordo bene perché il professore ci chiese sue notizie, a noi sembrò molto strano perché di solito lei era una ragazza molto puntuale, poi mi ricordo che arrivò in aula ed era molto affannata e questo infatti, evidentemente perché aveva fatto le scale di corsa. Io comunque non assistii alla sua prova perché noi avevamo un saggio di fine anno e dovevamo fare delle prove di canto corale»
Raffaella Monzi, Telefono Giallo, 1987
Facendo un passo indietro, l’orario di uscita da casa di Emanuela resta tutt’altro che chiaro: come riporta Roberto Fagiolo nel suo volume Come svanì Emanuela: Tempi, luoghi e protagonisti della scomparsa più famosa ed enigmatica della storia italiana, il fratello Pietro racconta in più occasioni che la sorella uscì dall’abitazione, sbattendo la porta infastidita dal rifiuto del fratello di accompagnarla in moto a Sant’Apollinare, intorno alle 15:30.

Nel verbale del 29 luglio, Federica Orlandi dichiara che Emanuela uscì alle 16:00, mentre Natalina, che il pomeriggio del 22 giugno si trovava al lavoro presso il suo ufficio alla Camera dei Deputati e che l’indomani presentò denuncia, indica come orario le 16:30.

Pietro Orlandi sostiene che l’inizio della lezione di flauto fosse alle 16:00, ma tale orario risulta posticipato alle 16:30 sia dalle compagne di scuola sia dall’insegnante Berti.
Dai verbali delle testimoni emerge che il ritardo di Emanuela ammontava a dieci minuti, quindi la ragazza avrebbe varcato la soglia dell’Istituto Ludovico da Victoria alle 16:40, smentendo categoricamente l’orario indicato a verbale dalla primogenita di casa Orlandi, così come quello riportato dal vigile Sambuco e dal poliziotto Bruno Bosco, i quali dichiararono di aver notato una ragazza, corrispondente alla descrizione della cittadina vaticana scomparsa, parlare con un uomo davanti al Senato intorno alle 17:00.
Le incongruenze temporali non si esauriscono qui. Laura Casagrande, a conferma del ritardo con cui Emanuela raggiunse l’istituto, racconta di aver sentito personalmente il professor Berti rimproverare la ragazza alle 17:00, quando, al termine della lezione, si portarono verso la sala comune dove avrebbero atteso, per circa trenta minuti, l’inizio dell’ora di canto corale.

Ciò non risulta possibile, dal momento che la lezione di Berti, della durata di sessanta minuti, avrebbe dovuto concludersi alle 17:30, non concedendo ad Emanuela quella mezz’ora di tempo libero in sala d’attesa. A questa discrepanza va aggiunta l’informazione fornita da un’altra compagna, Sabrina Calitti, la quale riferì che, nello spostamento dall’aula di flauto a quella del canto corale, Emanuela si sarebbe trattenuta sul pianerottolo per effettuare una telefonata a casa. È proprio a questo particolare che occorre dedicare alcune riflessioni.
La telefonata di Emanuela
Nella telefonata che Emanuela effettua a casa, e a cui risponde la sorella Federica, c’è qualcosa che non torna, e riguarda ancora una volta gli orari. Si è sempre dato per certo che la chiamata sia avvenuta dal telefono situato sul pianerottolo dell’Istituto Da Victoria, in un intervallo compreso tra le 18.50 e le 19.00. Nel verbale del luglio 1983 Federica menziona le 18.45, ma non sono quei cinque minuti di scarto il punto, bensì il fatto che, come già evidenziato in un precedente articolo (qui), la stessa Federica Orlandi, anni dopo, come riportato nel verbale di sommarie informazioni del 2008, dichiara che Emanuela avrebbe effettuato quella telefonata “poco prima dell’inizio delle lezioni”, ossia intorno alle 16.40 se il riferimento è alla lezione di flauto, oppure verso le 17.30 qualora l’indicazione riguardi quella di canto corale. In ogni caso, l’orario fornito è chiaramente diverso da quello indicato nel 1983.
Questa incertezza viene confermata dalla stessa Federica durante l’intervista rilasciata per la docu-serie di Netflix Vatican Girl, dove parla di un arco temporale che andrebbe dalle 16.00 alle 19.00. Un’affermazione del genere, proveniente dalla sorella di una ragazza scomparsa, e soprattutto dalla persona che per ultima ne ha sentito la voce, è del tutto inammissibile.
È fatto accertato che qualsiasi evento eccezionale si imprima nella memoria di chi lo vive in modo indelebile, tanto più se coinvolge direttamente la vita di quella persona. Chiunque di noi, anche dopo oltre vent’anni, saprebbe dire con precisione dove si trovava, cosa stava facendo e a che ora apprese la notizia dell’attacco alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001, pur non essendo stato toccato in prima persona dal dramma. A maggior ragione, risulta difficile accettare che il trascorrere del tempo possa giustificare un ricordo tanto vago, quando l’episodio riguarda la tragica scomparsa di un familiare.
Inoltre, se si considera attendibile l’orario riportato da Federica nel 2008 alla dottoressa Simona Maisto, se ne può notare la coerenza con quanto dichiarato dalla compagna di corso Sabrina Calitti, la quale riferisce, il 10 aprile 2025, dinanzi alla Commissione bicamerale d’inchiesta, di aver visto Emanuela dirigersi verso il telefono posto sul pianerottolo nel passaggio tra la lezione di flauto traverso e quella di canto corale.
«Al piano, subito all’entrata c’era una cabina telefonica, di quelle con i gettoni. Lei si è fermata lì. Non è entrata a fare le prove con me, ma si è fermata dicendomi: tu vai, io devo fare una telefonata».
Questo ulteriore elemento genera nuovi interrogativi: per anni abbiamo forse considerato un orario sbagliato della chiamata ricevuta da Federica Orlandi, oppure le telefonate effettuate da Emanuela a casa il 22 giugno 1983 furono in realtà due?
Giulio Gangi e le vacanze a Torano
Nella mutevole narrazione del caso Orlandi, nell’ultimo anno, è emersa una nuova questione relativa al momento in cui l’ex agente del Sisde, il giovanissimo Giulio Gangi, entrò in contatto con le famiglie Orlandi-Meneguzzi. Ciò che per decenni ci era stato raccontato, non soltanto dagli organi di stampa ma anche dagli stessi parenti, è stato smentito, in sede di audizione davanti alla Commissione bicamerale d’inchiesta, dal cugino Pietro Meneguzzi. Questa rettifica è stata poi confermata dallo stesso Pietro Orlandi, generando una serie di interrogativi e legittime perplessità. Cerchiamo dunque di chiarire la questione.
Fino all’anno scorso tutti eravamo convinti che il primo incontro tra Giulio Gangi e la famiglia Meneguzzi risalisse all’estate del 1982, quando il giovane agente del Sisde trascorse alcuni giorni di villeggiatura nel borgo di Torano (Rieti), ospite della residenza estiva del suo amico Marino Vulpiani, che ha recentemente confermato tale circostanza nel corso della sua audizione presso la Commissione bicamerale d’inchiesta.
In quell’occasione, i due ragazzi conobbero Monica Meneguzzi, allora sedicenne, per la quale Gangi sviluppò un’immediata e persistente infatuazione, oltre a incontrare Emanuela Orlandi che, per ragioni anagrafiche, insieme alla sorellina Maria Cristina, frequentava la stessa cerchia di amici della cugina Monica. Gli altri componenti delle famiglie, ossia Natalina, Federica, Giorgio, Pietro O. e Pietro M., essendo più grandi, avevano invece un loro gruppo distinto.
A conferma di tale, seppur superficiale, frequentazione, negli anni è stato più volte riferito che il giovane Gangi, nel tentativo di conquistare Monica e di accattivarsi la simpatia della cugina, avesse promesso a Emanuela che, una volta tornati a Roma, le avrebbe fatto conoscere il suo amico Claudio Baglioni, il cantante prediletto dalla cittadina vaticana.
La versione fornita da Pietro Meneguzzi, che nega qualsiasi conoscenza pregressa tra la sua famiglia — fatta eccezione per sé stesso — e Giulio Gangi, anteriore alla sparizione di Emanuela, non solo contraddice la narrazione consolidata per decenni, ma risulta anche completamente smentita da quanto dichiarato da Marino Vulpiani. Riporto testualmente alcuni stralci delle differenti dichiarazioni rilasciate alla Commissione Orlandi-Gregori; il resoconto stenografico integrale è consultabile nell’apposita sezione del sito del Senato della Repubblica.
« […] Mio zio dice: ci sono delle persone qui che vogliono salire perché conoscono Meneguzzi Pietro. La storia che gira, lo dico subito, riguardo a Gangi e mia sorella, è avvenuta dopo, a Gangi piaceva mia sorella: cose normalissime, che disse a me, mai neanche a lei. Tornando al racconto di quella sera, salgono queste persone e lì ho scoperto che c’era anche Giulio Gangi. Giulio Gangi era un mio amico a livello lavorativo; non avevo con lui rapporti fuori. Io sono entrato a lavorare il 1° giugno del 1980 […] Così conobbi Giulio Gangi. Parliamo di prima: era il 1981, forse il 1982, quando Giulio Gangi arrivò alla Camera, perché l’onorevole Dutto fu eletto la prima volta nel 1979. Quindi, Gangi arriva a casa e io rimango perplesso. Vedo con lui altre due persone, mai viste e che nessuno di noi conosceva. Dico ciò per ribadire questo: Giulio Gangi conosce mia sorella dopo.
Onorevole Morassut, relativamente a Gangi smentisco assolutamente. Non dico che Gangi abbia detto una bugia, ma per me Giulio, contro il quale ribadisco di non avere nulla, si è confuso e le dico anche perché. Come Giulio mi ha detto direttamente, lui è venuto perché conosceva me, perché ha fatto quel collegamento quando è arrivato il famoso dispaccio. Parliamo di un dispaccio, che ai Servizi arriva subito, sulla sparizione. Giulio fa subito il collegamento con me, perché, come è ovvio, io al lavoro parlavo del fatto che mia cugina non si trovava. Giulio dice quel che dice, ma, mentre Meneguzzi Pietro al lavoro dice che è sparita la cugina, come ha fatto a collegare mia sorella? Mia sorella che, tra l’altro, all’epoca aveva 16 anni. Si è sbagliato. Giulio è venuto una volta, me lo ricordo ancora, e mi disse: vado su a trovare tua sorella in montagna. […]
A Torano di Borgorose, una frazione del comune di Borgorose, nel reatino. Quindi, Giulio, ad agosto, nel periodo subito dopo Emanuela o forse anche l’anno dopo (posso sbagliarmi, ma cambia poco), mi disse: vado in montagna a prendermi un caffè da tua sorella. Io risposi: Giulio, mia sorella non ti vede nemmeno. Ribadisco che Giulio, a mia sorella, non ha mai detto nulla ed è stato anche molto delicato. Lui si rivolgeva a me dicendo: mi piace tua sorella. Quindi, Giulio si confonde. Conta poco la mia dichiarazione, ma questo che le sto dicendo è stato verbalizzato un mese fa, a Roma, alla Procura. Quindi, ribadisco: Giulio conosce mia sorella tramite me e la conosce in Vaticano. Non è mai stata fatta una cena insieme, io, mia sorella, Giulio e amici. La conosce assolutamente dopo il fatto […]».
Audizione di Pietro Meneguzzi, giovedì 30 maggio 2024.
«Signor Presidente, io sono amico degli Orlandi, esattamente di Federica Orlandi, con la quale ogni tanto ancora mi vedo, insieme con altri amici. Ci conosciamo perché facevamo le vacanze tutti insieme a Torano. I miei erano di Torano. Era una mia amica: all’epoca la frequentavo ed eravamo insieme in comitiva. Il caso vuole che io fossi amico di Giulio Gangi, il famoso agente del SISDE, che stava spesso con me. Lui veniva anche a Torano, dove rimaneva anche quindici giorni, tutti gli anni, anche durante il periodo del caso Orlandi […]. Io con la famiglia Meneguzzi non ho avuto mai a che fare, tant’è vero che lì a Torano c’era una certa Monica Meneguzzi, per la quale non avevo tanta simpatia. Non ci ho mai parlato, ma il fatto ha voluto che Gangi sia venuto a Torano ed abbia conosciuto questa Monica, ma io neanche mi ci avvicinavo […]
PRESIDENTE. Questo è molto importante: quand’è che Gangi ha conosciuto Monica Meneguzzi?
VULPIANI. Sicuramente prima del fatto di Emanuela, l’estate prima.
PRESIDENTE. E l’ha conosciuta a Torano? Prima non la conosceva?
VULPIANI. Credo di no, ma questo non glielo posso garantire, per questo motivo: Gangi aveva lavorato alla Camera e Meneguzzi probabilmente lo conosceva già, perché Meneguzzi stava alla Camera. Adesso io questo non lo ricordo bene. Ricordo che lui era innamorato, non corrisposto, di questa Monica e che, quando si verificò il fatto, a lui non pareva vero, perché poteva farsi avanti e farsi notare. Ma sono fatti noti, perché io li ho letti anche da qualche parte.
PRESIDENTE. Però, la conoscenza di Gangi con Monica Meneguzzi, dal momento che lei non frequentava Monica Meneguzzi, come è stata possibile? Gangi stava con lei?
VULPIANI. Il paese di Torano è piccolo, per cui, quando si stava là, chi frequentava una comitiva, chi l’altra. Lui così ha conosciuto questa ragazza. Io, però, non la frequentavo, anche perché era più piccola e poi non mi stava simpaticissima. Poverina, non mi aveva fatto niente, però magari aveva un atteggiamento che all’epoca non mi piaceva. Io non le rivolgevo neanche la parola. Gangi, stando a Torano, ha trovato tutto un altro giro di amicizie femminili, cercando di riuscire in qualche simpatia. Questa Monica era il sogno proibito, lui parlava sempre di questa Monica. Anzi, lui Monica la conosceva da molto prima.
Gangi ebbe un incarico alla Camera dei deputati, dove faceva il segretario particolare del vice di Spadolini e ricordo che diceva: “voglio invitare Monica, così viene e vede questo ufficio bellissimo”. Questo prima della vicenda di Emanuela, perché poi, dopo la caduta di Spadolini, egli entrò al SISDE, dove lo hanno chiamato, avendo lui conoscenze. Non è che abbia fatto concorsi. Comunque, io so con certezza che Monica la conosceva prima […]».
Il possibile incontro a Torano tra Emanuela e lo 007, ripetuta negli anni da più autorevoli testate, così come la pregressa conoscenza tra Giulio Gangi e la cugina Monica Meneguzzi, non solo non è mai stata smentita dai familiari, ma in più occasione riferita dagli stessi, come dimostra un’intervista a Pietro Orlandi pubblicata sul quotidiano La Repubblica il 31 luglio del 2020 e, soprattutto, come confermano le parole che Ercole Orlandi, padre della scomparsa, consegna non ai giornalisti bensì agli inquirenti nella sua deposizione dell’8 luglio 1993:
«In particolare, il Gangi mi disse di aver letto casualmente in un fax o su una telescrivente il nome di Emanuela Orlandi e della sua scomparsa e, avendo ricordato di chi si trattasse, aveva deciso di attivarsi. Preciso che il Gangi aveva conosciuto Emanuela a Torano e che tra l’altro le aveva promesso di presentarle Claudio Baglioni, di cui Emanuela era un’accanita fan».
A far vacillare la versione sostenuta davanti agli inquirenti da Pietro Meneguzzi si aggiunge anche la semplice logica. Appare infatti singolare la circostanza che nei mesi estivi, verosimilmente luglio o agosto — quindi nel periodo immediatamente successivo alla tragica sparizione della congiunta, nonché nel pieno delle personali investigazioni del giovane agente del Sisde — cugini, sorelle e 007 partissero con leggerezza per trascorrere le vacanze a Torano di Borgorose.
Osservando l’intera vicenda Orlandi, con le sue molteplici piste, le innumerevoli interferenze e i continui depistaggi, il momento, il luogo e le modalità in cui Giulio Gangi conobbe Monica Meneguzzi non sembrano rappresentare un elemento particolarmente significativo, né tanto meno decisivo. Ciò che rende l’aspetto curioso è piuttosto la fermezza con cui il cugino della scomparsa — seguito ora anche dal fratello — ritenga essenziale smentire la narrazione consolidata negli anni e le dichiarazioni che i propri parenti e lo stesso Gangi, hanno per decenni confermato.
Conclusioni
Quanto esposto in queste pagine rappresenta soltanto una minima parte dei numerosi interrogativi che emergono man mano si approfondisce l’ampia e complessa vicenda di Emanuela Orlandi. Interrogativi che continuerò a sollevare, anche in relazione al caso di Mirella Gregori. Le domande che pongo coincidono, in sostanza, con quelle che da anni si formulano molti cittadini italiani — coloro che hanno espresso solidarietà, sostegno e partecipazione umana nei confronti delle famiglie Orlandi e Gregori — e che oggi, alla luce dei lavori della Commissione bicamerale d’inchiesta istituita per fare chiarezza sulle molteplici zone d’ombra che avvolgono queste scomparse, reclamano trasparenza e verità. Non vi è alcun pregiudizio o finalità strumentale: vi è soltanto la legittima istanza di chiarezza e onestà intellettuale, che deve provenire da tutte le parti coinvolte.


13 commenti
Non è questa la contraddizione più grossa. Ma altre. Pietro Meneguzzi, per esempio, dovrebbe spiegare perché a Quarto Grado ha detto che suo padre partì per Torano alcuni giorni prima della scomparsa della cugina, quando Mario Meneguzzi, il 27 luglio 1983, al pm Sica disse che era partito per Torano solo il pomeriggio del giorno prima del fattaccio, ovvero il 21 giugno, tanto è vero che il 20 giugno la famiglia Orlandi era stata a cena dal Meneguzzi nella sua casa romana. Inoltre, sempre Pietro Meneguzzi dovrebbe essere sottoposto a un confronto con Federica Orlandi. Perché il primo ha detto che il papà di Emanuela telefonò al cognato a Roma tra le 21,30 e le 22, mentre Federica, in una verbale presentato ai carabinieri di Via in Selci, ha dichiarato che Ercole Orlandi uscì alle 21 per cercare Emanuela e rientrò a casa solo alle 22,30. Se questa fosse la verità, ovvio che il papà di Emanuela non può aver telefonato a Pietro Meneguzzi nella fascia oraria da lui indicata. Non dico che certe versioni siano false, ma quantomeno… accomodanti. Ma meglio che taccio, va! Bentornata Rossella.
Grazie Mario, per il bentornata e soprattutto per il prezioso contributo che merita approfondimenti. Ho avuto un piccolo acciacco ma sono in ripresa.
Articolo atteso e che tocca un tasto dolente, su cui 15 anni fa anche Paolo Franceschetti, allora ancora avvocato, scrisse un articolo molto bello e a tratti triste nella sua verità.
Molti familiari delle vittime spesso anziché aiutare le indagini, le ostacolano o le depistano persino. Oppure ancora, come i Poggi da anni, si rifiutano di fornire spiegazioni rispetto a questioni che sarebbero dirimenti per compiere dei passi avanti rispetto alla risoluzione del caso.
Le motivazioni sono varie: spesso vogliono dare di sé e della vittima una idea che non corrisponde affatto alla realtà, risultando in una narrazione totalmente falsata, per il timore di perdere la reputazione loro e la vittima.
Ma se quest’ultima è più importante del raggiungimento della verità addio.
Poi vi sono quelli che magari sono coinvolti in un modo o nell’altro e non vogliono si venga a scoprire, e quindi omettono molti particolari rilevanti e sono reticenti e/ o persino ostili ad una riapertura del caso e delle indagini, vedi appunto i Poggi.
Insomma molti comportamenti, cambi di versione nel corso degli anni e omissioni varie finiscono per intralciare ed ostacolare il corso delle indagini, con grande spreco di tempo, risorse e soldi dei contribuenti.
Ed ecco perché personalmente non ho mai avuto in simpatia la vittimizzazione anche dei familiari. Hanno subito un lutto o una scomparsa è vero, ma il loro primario dovere etico e morale è proprio far sì che tutte le informazioni a loro disposizione siano messe a loro volta a disposizione degli inquirenti senza omissioni, lacune, cambi di versione periodici e in modo onesto e veritiero, per quanto ad occhi estranei possano risultare strane, poco “morali” e quant’altro.
La verità non ammette paura né giudizi.
Oh Rossella. È da tanto che non ci vediamo. Hai mai sentito parlare di un uomo con una Ferrari rossa?
Che piacere sentirti! Si, ne ho sentito parlare e un uomo con la Ferrari è presente nella documentazione in mio possesso. Membro dell’estrema destra, attenzionato dalla seconda metà degli anni ’70 dal Sisde. Frequentatore della pineta di Ostia e residente nel medesimo palazzo di un’amica di Mirella Gregori.
Il pm Stefano Luciani, il procuratore aggiunto a Roma che sta indagando sul caso Orlandi, sarà trasferito a Trapani. Questo vuol dire che in due anni e mezzo di indagini sulla scomparsa della Orlandi non ha cavato un ragno dal buco e l’unica cosa che ha saputo fare era indagare su di me. Adesso il caso Orlandi gli è stato tolto dalle mani, il che vuol dire una sola cosa: archiviazione in vista della terza e ultima inchiesta sulla scomparsa della cittadina vaticana. La saga sta per finire. Ed è giusto che sia così. Adesso sono tutti concentrati sul caso di Garlasco. L’ennesima saga alimentata ad arte dei media.
https://trapanioggi.it/il-giudice-stefano-luciani-proposto-allincarico-di-aggiunto-a-trapani-si-attende-la-ratifica-del-csm/
Barbato tu nella rubrica di Rossella avevi cominciato male, con insulti a Rossella che lei non merita proprio, ma da qualche tempo ti sei rifatto.
Hai in ogni caso la mia totale solidarietà, perché quello che è accaduto a te non è affatto un bel segnale, tutt’altro.
Che poi, aver detto che forse la Orlandi era andata a fare una visita ginecologica, perché scatena reazioni tanto scomposte a distanza di 42 anni, se non si sa 1. se è vero è verificato e 2. qualunque ragazza giovane può andare dal ginecologo per vari motivi, non necessariamente una presunta gravidanza?.
Ma quello che hanno fatto a te parla d’altro, molto altro.
Alla faccia del garantismo, sulla carta però.
Il caso di Garlasco sta persino sfociando nell’incostituzionalità, in pratica si apre il precedente che persino tracce minimali di dna talmente degradato da non essere utilizzabile, sono comunque accettate in incidente probatorio per rinviare una persona a giudizio.
Questo paese è finito.
No, non è affatto un bel segnale. E non è solo un problema giudiziario, ma anche mediatico. Perché nel caso Garlasco si stanno massacrando due famiglie, Stasi e Sempio, in un processo sommario che sta rasentando il linciaggio. Ormai, qui se sei colpevole o innocente non lo decidono più i tribunali, ma i talk show, i social network e gli youtuber. Brutto affare!
Le faccio notare alcuni errori di fondo nel suo articolo. Le lezioni di musica si tenevano dalle ore 17 alle ore 19, non dalle 17,30 fino alle 19,30, tant’è vero che finirono tutti le lezioni alla 18.45 per festeggiare le nozze d’argento dei De Lellis. Emanuela uscì da casa alle 16,30 ed entrò a scuola di musica alle 17, per poi uscire alle 19 come tutti. Questo è assodato dalle testimonianza delle compagne di conservatorio. Inoltre, non è vero che Monica chiese a Gangi di aiutare la famiglia nelle ricerche la sera stessa della scomparsa sapendo che era un poliziotto. Gangi non era affatto un poliziotto, ma un impiegato di Palazzo Valdina, al servizio dell’onorevole Mauro Dutto. Entrò a far parte del Sisde grazie alla conoscenza con Mario Meneguzzi e Mario Peruzy che lo presentarono a Vincenzo Parisi, vice capo del Sisde che lo arruolò nei Servizi come coadiutore. Fu Gangi stesso a dire che se avesse voluto entrare in polizia, sarebbe bastato chiederlo a Parisi quando quest’ultimo diventò capo della polizia. E’ impossibile anche che Monica gli avesse chiesto di aiutare gli Orlandi a cercare Emanuela la sera stessa della sparizione, visto che i Meneguzzi che si trovavano a Torano vennero a sapere della sparizione della ragazza solo a mezzanotte del 22 giugno. Fu molto probabilmente Mario Meneguzzi a incaricare Gangi di indagare per conto privato. Resta il fatto che quel giorno a casa Orlandi c’era solo Federica e che nessuno aveva un vero alibi. Compresa Monica Meneguzzi.
Grazie Mario, tutto giusto salvo un malinteso: le lezioni a cui mi riferisco, quando indico l’orario che va dalle 14.30 alle 18.30, non sono quelle di canto corale ma di flauto traverso. Questo è l’orario comunicato da Loriano Berti rispetto alle sue lezioni presso la Ludovico da Victoria.
Un complimento a Rossella Pera. Il suo blog è stato citato anche da Fanpage.
https://www.fanpage.it/roma/emanuela-orlandi-e-la-pista-dei-cinematografari-lappunto-inedito-e-il-giallo-dellaudio-con-un-provino-misterioso/
Accidenti, è una gara con Bugallalla. Meglio quest’ultima
Detesto la parola “gara”. Ognuno deve fornire il proprio contributo senza dimostrare niente a nessuno. Le competizioni meglio lasciarle ai perdenti che per sentirsi migliori hanno bisogno di screditare il valore altrui.