Premessa
Capita spesso che la foga personale e gli umori del nostro stomaco, più o meno cronicizzati, finiscano per cancellare non solo qualsiasi senso di obiettività, ma anche il ben più importante barlume di umanità. Come in politica, anche sul piano professionale ho sempre fatto mia la massima di Pietro Nenni “La Politica non si fa col sentimento, figuriamoci col risentimento” e se sono caduta, anche spesso, sono caduta sul sentimento, che può far fare qualche cazzata, ma mi concede di posare serena la testa sul guanciale.
Le ultime 72 ore hanno regalato a coloro che seguono la drammatica vicenda di Emanuela Orlandi, un modesto carico di emozioni legate alle novità che in poche ore sono state consegnate al grande pubblico. Tra i misteri d’Italia, e non ne mancano, l’Orlandi- Gregori si è indubbiamente guadagnato il primo posto, e ciò ne determina l’assoluta sfortuna in un sistema di interminabili depistaggi che hanno travolto ogni ambito della vicenda lasciandoci sostanzialmente nella totale mancanza di punti fermi, esautorando persino il valore di documenti e atti pubblici e giudiziari.
L’intervista all’amico di infanzia di Emanuela, Pierluigi Magnesio, e la lettera che un ex membro dei NAR ha consegnato a Pietro Orlandi mesi fa, ma solo ora resa nota, hanno fatto insorgere il gotha del quarantennale mistero che, non solo è immediatamente traslato sul ring a misurarsi chi ce l’ha più lungo, dove pare qualcuno si sia addirittura ritirato, concedendo vittoria a tavolino ma, come pare prassi da diversi anni in qua, nello scontro è stato trascinato anche il membro di casa Orlandi, da sempre portavoce della famiglia.
Quel che personalmente ne deduco in prima istanza, è che lor signori siano sicuramente o dei Caini, o figli unici. In seconda istanza, che in quarant’anni non sono riusciti a comprendere come si contestualizza un fatto e come funzioni un sistema di depistaggio. In entrambi i casi non appare solo poco professionale, ma assolutamente poco rispettoso ed intelligente sbeffeggiare le vittime e non i carnefici di cui questi atteggiamenti si rendono per forza di cose, complici.
Una lettera dal Nar
Domenica, alla trasmissione Verissimo, nel salotto buono di Silvia Toffanin, moglie del padrone di casa Mediaset, Pietro Orlandi ha reso nota l’esistenza di un’altra lettera, a lui pervenuta e, come prassi nella faccenda di Emanuela, e in qualsiasi altro caso inficiato dai depistaggi, probabilmente ricca di tante falsità, quanto di verità. Perché è così che funziona e i responsabili di ciò sono decisamente abili e sicuramente sereni nell’agire non puniti e non cercati.
Perché è proprio questo il punto: cosa contengono di vero o di falso tutte le lettere e i documenti che periodicamente giungono alla famiglia? Quanti giornalisti si stanno dedicando a risalire a quanto di vero possa esserci nelle missive? Quanti giornalisti e inquirenti stanno indagando al fine di individuare chi è responsabile di questi giochetti?
Chi da anni lavora indisturbato in modo da rendere non indagabile o ridicola una pista che, al contrario, può anche essere valida, deve essere individuato, torchiato e punito. Ridicolo non è il familiare che giustamente non lascia nulla di intentato, bensì chi lo ridicolizza dimostrando di non essere in grado di contestualizzare né di conoscere il sistema, studiato, rodato e declinato, del depistaggio, di cui ho parlato qui, e che consiglio vivamente di leggere, prima di incappare in miserrime figure.
Preferisco trattare questa epistola in un secondo momento, quando avrò modo di leggerne il testo onde evitare di inventarmi e commentare il mio rielaborato contenuto, e dopo aver reso noto che un ciclo mestruale nel 1983 non si estende ininterrotto fino al 1993 nemmeno nella balenottera azzurra.
Divertente è notare che rispetto a questa lettera, chi ha voluto scatenarsi e urlare allo sdegno, l’ha fatto puntando il dito verso Pietro Orlandi, che ricordo è il fratello della ragazza scomparsa ed era un ospite, ma non verso chi, nel caso, aveva il dovere di selezionare il materiale da rendere noto al grande pubblico, ossia la signora Berlusconi. La signora Berlusconi ovviamente non ha fatto nulla di male, anzi ha concesso uno spazio importante, che sarebbe bello vedere sempre più popolato dai parenti di vittime in attesa di giustizia però, qualora si volesse ad ogni costo sollevare la polemica, ecco, vi ho indicato deontologicamente quale dovrebbe essere il naturale interlocutore.
E’ così: deboli coi forti e forti con i deboli.
Pierluigi Magnesio
Altro colpo di scena, è l’intervista rilasciata al canale YouTube Indagini Aperte, da un amico di Emanuela, decisori a parlare dopo appena quarant’anni. Allora era un suo spasimante, che in più riprese le si propose, e in più riprese ottenne un gentile diniego. L’intensità di questo amore non ricambiato ha attraversato i decenni e giunge a noi sempre rinnovato e mai dimenticato, commuovendo pubblico e intervistatori che, probabilmente capaci col Magnesio di maggior empatia, rispetto al fratello Pietro, propongono domande poco pepate e appongono il timbro di verità indiscussa ad ogni sua affermazione.
Peccato che non si possa acclamare il valore incontrovertibile della documentazione ufficiale alla bisogna, né ritenere che le proprie sensazioni debbano divenire realtà da assumere per ognuno di noi. In un caso come questo non esiste una verità, e chi se l’arroga, senza presentarne prove indiscutibili e inconfutabili, commette frode.
Senza intenzione alcuna di insinuare dubbi ne sotto intendendo allusioni, riferisco che de facto il signor Magnesio all’epoca dei fatti consegnò alle forze dell’ordine due versioni differenti circa la sua collocazione all’ora della scomparsa della cittadina vaticana, e ne fornisce ora una terza. Durante il commento che gli intervistatori propongono in un secondo momento, siamo informati che a loro avviso il Magnesio avrebbe ben spiegato i motivi di queste differenti versioni che, andando a riascoltarlo sarebbero che gli investigatori indagavano all’acqua di rose e, probabilmente hanno verbalizzato male. Roba da nulla insomma.
L’amico rifiutato, da cui l’Orlandi dovette astenersi perfino dal salutare con i canonici baci alla guancia, perché anche un gesto chiaramente di innocente quotidianità veniva, come da evidenza, interpretato come un invito, ci racconta di Emanuela intelligente, brillante, anche se il temine che predilige usare è scaltra, che tutti sappiamo non essere sinonimo di intelligente ma di furba nella sua accezione meno lusinghiera. Per molti un termine vale l’altro, ma non per noi donne. Se mi definiscono scaltra, devono darmi chiara motivazione, se l’intenzione non è offendere.
Tornando ai verbali che lo smentiscono mi chiedo se i giornalisti che danno per certa la verità del Magnesio, si siano presi il disturbo di verificare con la più giovane degli Orlandi la presenza di Magnesio quella sera nel gruppo di amici perché, qualora Maria Cristina dovesse sostenere che Pierluigi non fosse con loro, ed avendoci quei giornalisti consegnatoci le affermazioni dell’allora ragazzo come verità indissolubile, dovremmo concludere che la sorella di Emanuela menta. Perché delle due l’una e allo stato attuale, margine d’errore non è stato concesso.
Altra verità inossidabile sarebbe quella che Emanuela non fu rapita, ma qui bisognerebbe capire definitivamente cosa si vada ad intendere con il termine rapimento, dal momento che la sua definizione da vocabolario è dissimile da quella che viene ciclicamente ribadita. In ogni caso sarebbe finalmente utile visionare la documentazione e le prove che indiscutibilmente fanno dell‘Orlandi una scappata di casa. Perché, come spiegato più volte, tanto dal punto di vista giuridico, tanto dal punto di vista semantico, il reato di sequestro di persona (o rapimento che dir si voglia) si prefigura ogni qual volta una persona è trattenuta contro la propria volontà.
Grande soddisfazione è poi espressa nel sentir presumere che Emanuela non è una santa perché probabilmente il signore dell’Avon non esiste. quindi ha mentito alla sorella, e perché Magnesio conferma che ha fatto forca a scuola. Qui scusate ma una cattiva ragazza come me non può che dilettarsi un po’:
Il monte ore di assenze segnalato purtroppo non concede alla giovane Orlandi l’ingresso nella lista delle bad girls. Innanzitutto è indispensabile sapere come queste sarebbero collocate temporalmente ma, se concediamo alla giovane almeno una settimana (continua o dilazionata di indisposizioni e sappiate, maschietti , che a quell’età capita spesso di stare a casa i primi due giorni di ciclo mestruale perché non essendosi ancora regolarizzato, a seconda del tipo di fisicità, si può stare anche parecchio male.
Comunque, concedendole in cinque mesi almeno sette giorni di indisposizione, di forche ne sortirebbero massimo 2 -3 giorni, ovvero il minimo indispensabile per essere considerato un essere umano. Mi preoccupa parecchio chi si allarma nel registrare che un’adolescente abbia marinato la scuola un paio di volte, e che si chieda anche cosa abbia fatto. Mi sento in dovere di rispondere per lei e per tutti quelli che hanno fatto forca a scuola più o meno assiduamente: Un cazzo, non ha fatto un cazzo.
Di solito si sta attenti a non farsi vedere dai professori, si mantiene la giusta ansia di incontrare i propri genitori, di conseguenza qualche giro per negozi e poi rintanati in qualche bar o pub di quelli deputati alle forche. Ci sono, sono il ritrovo dei marinatori seriali. Da me c’era il Black Panter, a tre piani: paradiso, purgatorio e inferno. Ovviamente andavamo tutti all’inferno e il proprietario, Giò, teneva la classifica di chi aveva marinato di più. Lì sotto si faceva colazione, mangiava un panino e si chiacchierava aspettando l’ora X.
Ho svolto proprio stamane un’attenta inchiesta giornalistica, chiamando conoscenti in tutta Italia e di tutte le età che, dopo avermi mandato a farmi benedire in seguito alla domanda “Tu facevi forca a scuola?“, se escludo quelli che mi hanno risposto “erano più le volte che non ci andavo che quelle che ci andavo“, i tre rimasti hanno confermato che il programma di massima era quello: un cazzo. Io mi fumavo pure le canne, pensate un po’, i misteri dei marinatori seriali, nuovo cold case.
Ironie a parte, il problema non sta nell’interrogarsi, che è sempre doveroso, ma nel consegnare risposte definitive o immaginare qualcosa di molto losco dietro ad azioni assolutamente normali e quotidiane come quelle sopra descritte. Possiamo davvero asserire che Emanuela ha mentito e non esisteva alcun uomo dell’Avon? Assolutamente no; anzi, l’esistenza dell’uomo dell’Avon è uno dei punti più probabili di tutta la vicenda.
L’uomo dell’Avon
Sarebbe difficile negare che a Roma ci fosse una o più persone che andavano spacciandosi per l’uomo dell’Avon. Questo per due motivi importanti:
- Il giornalista Max Parisi, intervistatore anch’egli del sig. Magnesio, nel suo libro Dodici donne e un solo assassino, riporta parte di un’intervista rilasciata dall’allora agente del Sisde, Giulio Gangi, il quale gli raccontò che quest’uomo, o uno di essi, venne fermato proprio da loro. Grazie alla disponibilità di una “vittima”, a cui all’atelier delle Sorelle Fontana -esasperate da un andirivieni di giovinette che domandavano dettagli circa la famosa sfilata, venne chiesto il recapito telefonico, poi consegnato agli agenti che fecero organizzare alla giovane un appuntamento al laghetto dell’Eur, dove effettivamente fermarono l’uomo, senza però dare seguito all’indagine. Max Parisi o Giulio Gangi hanno inventato tutto?
- Nell’articolo Ecco cosa hanno in comune ho presentato un ricco elenco di crimini e inganni che, quotidianamente, venivano commessi nella capitale. Possiamo dunque immaginare che queste pratiche, nel caso di Emanuela usate come depistaggio e che spesso si propagano di delinquente in delinquente, fossero oramai conosciute dalle ragazze più dedite alla mondanità, più girellone, ma soprattutto alle più scaltre. Sarebbe dunque poco immaginabile che una ragazza consapevole di questa nota fregatura, la utilizzasse come scusa valida da sparare alla sorella maggiore, sicuramente informata tanto quanto, o più di lei. Inoltre che motivo avrebbe auto riportare questa balla all’amica Raffaella Monzi, soprattutto se notoriamente un inganno?
- Negare l’esistenza dell’uomo che fermò Emanuela davanti al Senato, significa accusare di falsa testimonianza sia il vigile Sambuco, sia il poliziotto Bosco. Ma evidentemente ormai si è deciso che, se le forze dell’ordine lavoravano all’acqua di rose e redigevano verbali sbagliati, potevano anche inventarsi gli episodi in occasione delle loro testimonianze.
Mi chiedo dunque quale possa essere l’utilità nel consegnare al lettore, non sempre nelle condizioni di essere perfettamente documentato, delle verità assolute supportate dalla propria personalissima e ovviamente fallibile impressione, piuttosto che indagare aspetti altri, magari impopolari e con poco seguito, ma potenzialmente forieri di qualcosa di effettivamente nuovo e bisognoso di approfondimenti..
Conclusioni
“Solo gli imbecilli non hanno dubbi”, “Ne sei sicuro?”, “Non ho alcun dubbio!”
Luciano De Crescenzo
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1 commento
Il caso Orlandi è come quello del mostro di Firenze: decenni e decenni di depistaggi e menzogne, e intanto c’è chi continua a scrivere libri assolutamente inutili e anzi ancora più fuorvianti e a fare soldi sulla pelle delle vittime e i loro familiari e sulla credulità di un popolo italico che ama rimestare nel torbido ed ha una curiosità per la cronaca nera che sfocia nel morboso.
Io la mia idea me la sono fatta: sono tutti sacrifici umani.
Nel caso della Orlandi dentro il Vaticano, negli altri casi fuori. Quali casi? Tutti quelli in cui non si trovano arma del delitto, movente vero e soprattutto diventano casi mediatici fin da subito con tanto di apparizione di servizi segreti e avvocati di grido pagati dai servizi stessi o da altri, ma non certo dalle famiglie delle vittime.
Citofonare ex Avv. Paolo Franceschetti per ulteriori dettagli sugli omicidi rituali, o leggere il suo sito (prima blog) per capirne assai di più e cominciare finalmente a provare profonda e continuata repulsione per lo stato italiano e le cosiddette istituzioni “a difesa del cittadino”.
Che ridere!