Ma chi ce l’avrebbe mai detto, proprio a noi che pensiamo che non c’è sviluppo democratico senza una costituzione repubblicana, che doveva essere un Re a mettere in riga un Presidente della Repubblica sui valori della libertà, della solidarietà, del rispetto degli avversari e degli alleati, sul dialogo e la concertazione come veicoli unici per lo sviluppo delle relazioni internazionali tra popoli e stati.
E invece è successo proprio questo.
Mentre oggi Trump annuncia dazi al 25% per le vetture europee, minaccia di evacuare i militari dall’Italia, lancia l’ennesimo ultimatum all’Iran, ieri, e l’altro ieri, ha ricevuto una bordata di lezioni di come si guida uno stato, impartitegli così, en passant, con garbo quasi indifferente, conditi da un’abile ed efficacissima ironia, guarniti da una cultura di spessore, che ha suscitato una unanime valanga di applausi dai membri del Congresso, da Re Carlo del Regno Unito.
E già proprio lui, quello che sembrava appassito nei 70 anni di regno della madre, nella sua visita di stato, forse più importante della storia, si è stagliato da autentico statista dinanzi a un personaggio come Trump che ha mostrato tutti i suoi limiti culturali ed educazionali tanto da dare la sensazione che, delle frecciate di Carlo, non ne abbia afferrato il senso di manco una.
La grossolanità di Trump è stata demolita in un istante con dei semplici battiti di ciglia.
“Recentemente, signor Presidente”, ha detto Re Carlo alla cena di gala, “lei ha osservato che se non fosse per gli Stati Uniti, i paesi europei parlerebbero tedesco. Oserei dire che se non fosse per noi, voi parlereste francese”.
Il riferimento è alla guerra dei 7 anni (1756-1763) nella quale la Gran Bretagna sconfisse la Francia, ottenendo il controllo di gran parte del Nord America che segnò il declino francese nel Nuovo Continente e pose le basi economiche e politiche per la Rivoluzione Americana.
Poi, riferendosi ai lavori di ristrutturazione di un’ala della Casa Bianca per farne una sala da ballo, ha aggiunto ironicamente che anche gli inglesi avevano “provato a riqualificare l’ala est della Casa Bianca nel 1814” riferendosi al 24 agosto di quell’anno quando, durante la guerra anglo-americana del 1812-1815, le truppe britanniche incendiarono la Casa Bianca e altri edifici governativi a Washington D.C.
Questo atto di rappresaglia, noto come Incendio di Washington, devastò la residenza presidenziale, lasciando in piedi solo le mura esterne nere di fuliggine, poi restaurate e dipinte di bianco.
Infine, citando davanti il Congresso una frase di Oscar Wilde che disse “Ormai abbiamo davvero tutto in comune con l’America, tranne, ovviamente, la lingua”, ha ricordato la grande unione tra i due stati e la grande solidarietà che si sviluppò nel mondo in favore degli Usa dopo l’11 settembre.
In nome di questa unione e solidarietà ha invocato la stessa determinazione per difendere l’Ucraina suscitando una valanga di applausi.
Insomma un 6-0, 6-0, (giusto per invocare i punteggi tennistici tanto di moda in questo periodo) che ci racconta che le monarchie non sono più quel mostro assolutistico durato fino all’800, ma oggi sanno recitare un ruolo costituzionale e istituzionale, in certi casi, meglio delle repubbliche.

