Alcune notizie, si sa, d’estate sono scomode. E se si tratta di malasanità, lo sono ancora di più. Ma noi non vogliamo né possiamo permettere che lo spirito vacanziero prevalga sul senso di civiltà.
Era il 2009. Cittadinanzattiva fu allora il motore trainante per l’approvazione della Legge 38/2010 sulle Cure Palliative e la Terapia del Dolore — una legge di civiltà (appunto) che ha sancito il diritto a non soffrire, introducendo la misurazione obbligatoria del dolore in cartella clinica e la rete degli hospice.
Ebbene: qualche giorno fa Cittadinanzattiva ha presentato il Rapporto PiT Salute 2026>, il documento che ogni anno trasforma le storie delle persone in numeri, i numeri in analisi, e le analisi in richieste concrete alle istituzioni.
Si aggiunga che trent’anni fa nasceva il “Progetto Integrato di Tutela“, oggi Punti di Intervento e Tutela. Da allora, oltre mezzo milione di cittadini ha trovato nei nostri sportelli un luogo dove essere ascoltato, orientato, difeso.
Oggi, come ogni anno, quell’ascolto si fa rapporto: 14.176 segnalazioni raccolte nel 2025, una fotografia nitida e spesso impietosa dello stato della sanità pubblica italiana.
Il problema resta enorme. Quasi uno su due fra i 14.176 che si sono rivolti a Cittadinanzattiva nel 2025 denuncia difficoltà nell’accedere alle prestazioni sanitarie pubbliche (48,2%).
Il 62,2% racconta di tempi incompatibili con i codici di priorità indicati in ricetta.
Il 37,2% si è scontrato con agende chiuse o bloccate.

I numeri parlano da soli: per una mammografia con codice breve — da erogare entro 10 giorni — l’attesa reale può arrivare a 102 giorni. Per una risonanza magnetica all’encefalo in classe programmata, il picco registrato è di 540 giorni. Per una visita ginecologica di controllo, si attendono fino a 660 giorni: quasi due anni.
Al secondo posto nelle segnalazioni (19,7%) troviamo l’assistenza territoriale: difficoltà a trovare un medico di famiglia, impossibilità di accedere a percorsi psicoterapici nel pubblico, RSA dove la qualità assistenziale si riduce mentre le rette aumentano, un’assistenza domiciliare che somma prestazioni isolate senza costruire un vero progetto di cura.
La terza area, in forte crescita rispetto al 2024, dallo 0,9% al 7%, riguarda l’assistenza protesica. L’entrata in vigore del Decreto Tariffe a gennaio 2025 ha prodotto un effetto a catena: aziende e officine ortopediche che si ritirano dal SSN, ASL impossibilitate ad autorizzare dispositivi di qualità, cittadini a cui viene consegnato un ausilio standardizzato invece di uno adatto alla propria condizione clinica. Il principio della personalizzazione della cura sacrificato in nome di gare d’appalto centralizzate.
Quindi, le criticità principali sono le liste d’attesa infinite (spesso con “agende chiuse”), i ritardi per urgenze, la carenza di medici di base e i problemi con il nuovo nomenclatore tariffario.
I dati emersi dal documento tracciano un quadro nazionale con punte di disservizio estremo, tra cui:
1) Tempi di attesa da record: attese fino a 102 giorni per una mammografia (contro i 10 previsti) e 660 giorni per una visita ginecologica di controllo. Le urgenze (Classe U) vengono spesso evase in 20-30 giorni invece dei 3 prescritti;
2) Agende chiuse: Il 37,2% delle problematiche di accesso è legato al blocco delle prenotazioni, che impedisce persino di mettersi in lista;
3) Sovraccarico dei Medici di Medicina Generale: è la seconda criticità più segnalata, con medici oberati dalla burocrazia a discapito della cura del paziente;
4) Assistenza protesica e farmaceutica in affanno: le segnalazioni salgono al 7% per l’assistenza protesica (per problemi burocratici legati al nuovo nomenclatore) e al 2,3% per quella farmaceutica.

Come aveva già sottolineato la Corte dei Conti pochi mesi fa, la tenuta del nostro SSN non dipende solo da quanti soldi ci sono, ma anche da come vengono spesi.
La nostra sanità si trova a un crocevia: schiacciata tra bisogni di salute crescenti, spesa pubblica relativamente bassa, pressioni geopolitiche che spostano risorse verso altre priorità, autonomie regionali non sempre virtuose e una crescente interdipendenza con il privato.
Così, senza un salto di qualità politico, il SSN rischia di scivolare lentamente da sistema universalistico a rete di servizi frammentati, dove il diritto alla cura piena e tempestiva non sarà più per tutti ma solo per qualcuno. E di certo, un italiano su dieci che rinuncia alle cure rappresenta già un allarme che solo uno Stato incivile può non ascoltare.

