Come riportò La Giustizia sett. del 25 dicembre 1921, il Ministero degli Interni del governo di Ivanoe Bonomi costatate le continue violenze perpetuate in tutta Italia da gruppi armati contrapposti e l’insufficiente opera di repressione da parte delle forze dell’ordine, inviò ai Prefetti una circolare affinché fosse intensificata la vigilanza e l’applicazione del decreto legge n. 1320 del 2 ottobre 1921, circa il divieto di portare in pubblico armi e oggetti contundenti come mazze ferrate, bastoni, pugnali e sfollagente.
Il momento politico era, infatti, particolarmente delicato, confuso e pericoloso.
Fallito il patto di pacificazione siglato il 3 agosto precedente tra fascisti, socialisti e sindacalisti della CGIL, con l’intento di risparmiare al Paese la guerra civile, le violenze ripresero con ancora maggiore forza nelle città e nelle campagne. In risposta alle criminose azioni delle squadre fasciste, presero ad agire anche quelle degli Arditi del Popolo, nate nel precedente mese di giugno a Roma con l’intento di difendere la popolazione rispondendo colpo su colpo ai fascisti.
Lo scontro armato che portò più risonanza e notorietà agli Arditi del popolo fu l’eroica difesa di Parma dallo squadrismo fascista di Farinacci e Balbo nel 1922. I loro comandati furono i pluridecorati della Prima Guerra mondiale Antonio Cieri e Guido Picelli, entrambi poi morti durante la guerra di Spagna.
Per questo la circolare del ministero degli Interni sottolineò con forza la ferma intenzione del Governo perché la colpevole indulgenza delle forze di polizia, dei carabinieri e di molti funzionari dello Stato, registrata fino a quel momento, avesse a cessare. La circolare volle richiamare pertanto l’obbligo dei Prefetti a non tollerale più la formazione di corpi armati di qualsiasi specie e fede politica. L’Italia non poteva più vivere e prosperare nel clima di paura, di intolleranza e di violenza in cui era caduta.
Qualora ciò fosse di nuovo accaduto le forze dell’ordine avrebbero dovuto intervenire, occupare i locali delle organizzazioni in questione, procedere al sequestro delle armi e alla revoca a tutti i componenti il corpo armato del permesso del porto d’armi, e ove si fossero registrati gli estremi degli art. 253 e 254 del codice penale, avrebbero dovuto procedere al loro deferimento all’autorità giudiziaria.
Si trattò dell’estremo tentativo del vecchio socialista di riportare un minimo di vivibilità nel Paese, evitando la guerra civile, grazie alla riaffermazione del primato della legge e il ripristino delle libertà democratiche.
Era la strategia invocata da sempre dai riformisti, specie da quelli reggiani.
Per questo La Giustizia riservò grande spazio all’iniziativa del Governo. L’illusione però che i valori della nonviolenza, del pacifismo e del sistema legalitario potessero alla fine prevalere durò poco.
La circolare ministeriale non ottenne, infatti, l’effetto sperato. Pochi Prefetti si attennero alle direttive imposte dal governo. La compiacenza infine delle forze di polizia unitamente alla tolleranza di molti Prefetti, specie nei confronti delle squadre in camicia nera, favorirono l’ascesa definitiva del fascismo.

