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Una bolla: il veto Usa sul Pci
Per datarla si suole addirittura evocare un episodio molto importante del dopoguerra (maggio 1947), vale a dire l’esclusione del Pci dal governo di coalizione presieduto da Alcide De Gasperi.
Ad essa seguì la rottura dell’unità antifascista. Anzi a derivarne fu un processo più esteso che si può rinvenire nel fatto di avere reso quasi definitiva, almeno fino ad oggi, la de-legittimazione a governare dei comunisti.
Il personale reclutato dai giudici Caruso e Cenni nel ruolo di testimoni(oggetto di un’impeccabile stroncatura di Vladimi ro Satta).ha avallato la storiella del veto degli Stati Uniti e della Nato, con minacce di interventi militari repressivi, ad un governo che includes e i comunisti.
La confusione è grande. Perché infinita sembra essere l’ignoranza o la faziosità.
In realtà le annate dei National Archives degli Usa documentano la persistenza del giudizio negativo delle amministrazioni su una governabilità dell’Italia affidata alla presenza del Pci negli Esecutivi.
Ma questa la si può seriamente argomentare come una novità?
Non si vede che cosa di diverso ci si potesse attendere da Washington e di che cosa ci si debba sorprendere e trarre alti lai da un contesto dominato dalla contrapposizione Mosca-Washington. In altre parole che cosa poteva fare il paese che è stato l’asse portante della guerra fredda e ha salvaguardato l’Europa dall’estensione ad ogni singolo Stato del modello sovietico di accesso al potere e dalla prassi, una volta conquistatolo, sperimentata nel governo dell’Urss ed estesa ai Paesi “fratelli” o “affratellati”, vale a dire un micidiale dispotismo?
Quel che invece manca, e quindi neanche le fonti\prove del Tribunale di Bologna possono sostenere, è quanto risulta dalla consultazione dei National Security Council presso gli archivi nazionali di Washington. Ad effettuarla è stato Mario Del Pero. Rimando al suo saggio intitolato , L’alleato scomodo. Gli Stati Uniti e la Democrazia Cristiana negli anni del centrismo, 1948-1955, Carocci, Roma 2001; e Id., The United States and Psychological Warfare in Italy,1948-1955, “Journal of American History”,n. 187,March 2001,pp. 1304-1334) .
Dal presidente Truman, per porre fine a governi comunisti o a maggioranze basate sul voto del Pci nel 1947-’48 non sono stati previsti interventi punitivi o repressivi con l’invio massiccio di forze armate Usa.
Ma quando-subito dopo, per la verità- il ciclo politico della collaborazione anti-fascista tra Mosca e Washington venne meno, si aprì una fase nuova.
In primo luogo a scemare fu il riformismo economico. In particolare, è vero che a un Occidente distrutto dalla guerra (tra cui massimamente l’Italia) gli americani proposero il Piano Marshall. L’intento era che massicci finanziamenti per alleviare la miseria, sostenere il sistema industriale e l’agricoltura, incrementare l’occupazione e il livello dei salari potessero sortire un regresso, e non solo un contenimento, del consenso elettorale riversatosi sui comunisti.
Sull’esito positivo di questa soluzione Truman si spese molto, come emerge dallo studio di Francesca Fauri, Il Piano Marshall e l’Italia, il Mulino, Bologna 2010.
Ma quanto si dovette fare i conti con una nuova situazione. Dopo il 18 aprile 1948, infatti, il problema non era più il singolo Pci italiano, ma il comunismo col suo programma straripante e il disegno di Stalin di disintegrare l’equilibrio geo-politico creato da gli Stati Uniti nel Mediterraneo, nel Medio Oriente e in Europa.
In secondo luogo, balzò in primo piano la necessità di non farsi carico eccessivamente della situazione italiana. Da un lato perché le risorse disponibili sul piano militare e su quello finanziario non consentivano la dilatazione degli impegni degli Stati Uniti; e dall’altro lato perché non era una buona politica agire da soli, cioè pensare di potersi sostituire agli alleati europei.
Sono questi alcuni degli argomenti con cui Eisenhower respinse e cercò di contenere l’orientamento di Joint Chiefs of Staff guidato dall’ammiraglio Redford.
Nel caso in cui il Pci avesse vinto le elezioni e formato un governo, il ricorso alle armi per stroncarlo da parte di Washington, di concerto con altri paesi europei, andava preso in considerazione come una necessità oggettiva.
Per quanto Eisenhower non sposi questa proposta, viene profilata la possibilità, oltre alla messa fuori legge del Pci lanciata da George Kennan, di fronteggiare la sua pericolosità. Il riferimento è all’ampliamento delle alleanze della DC fino ad includere l’estrema destra o con interventi militari veri e propri. Sia nel caso in cui si dovesse sedare un colpo di mano insurrezionale del Pci sia nel caso in cui esso avesse conquistato la maggioranza per governare con mezzi legali.
Si può constatare questa impostazione la strategica del National Security Council nella risoluzione, (singolarmente piuttosto lunga in relazione all’Italia) n. 5411\2 (United States Policy Toward Italy, in FRUS 19 52-1954, VI, pp. 16 1656-60).
È, però, vero che questo documento( vincolante per la Casa Bianca) aveva troppe varianti. Come ha rilevato Mario Del Pero, era assai nebuloso e quindi risultava di difficile attuazione.
Ugualmente opinabile e inappropriato è quanto nelle motivazioni dei giudici viene attribuito alla struttura militare della comunità atlantica: “La Nato adottò come sua dottrina a quanto risulta ufficiale quella della ‘guerra rivoluzionaria’ basata sulla cooperazione civili-militari nella realizzazione di regimi ‘castrensi’ configurati come ‘dittature”.
E’ quanto si può dedurre dalle estese ricerche di Mario Del Pero, op. cit., p. 220, e di Guido Formigoni, Storia d’Italia nella guerra fredda 1943-1978, il Mulino, Bologna 2016.
Purtroppo Caruso e Cenni non sono stati ben informati sull’apertura degli archivi del Patto di Varsavia. Essi confermano quel che i giudici negano, vale a dire il ruolo essenziale della Nato per quanto concerne due necessità.
In primo luogo il mantenimento della pace nei paesi del vecchio continente. E in secondo luogo l’impossibilità di una difesa efficace dalla penetrazione dell’Urss nel Mediterraneo senza l’aiuto degli Stati Uniti e lo schieramento nelle nostre acque della VI flotta. Gli armamenti delle forze dei paesi europei erano per lo più di tipo convenzionale, di numero molto scarso e poco efficaci.
Mi chiedo come si sia potuto ignorare un elemento sicuro, riscontrabile nella vita di ogni giorno. Mi riferisco al fatto che intimidazione e annientamento in campi di rieducazione o di lavoro come lo sterminio fisico degli oppositori (85 milioni) sono sistemi e prassi documentati nei regimi di Urss, del Patto di Varsavia, di Cina e Cuba.
Secondo la vulgata che i magistrati di Bologna hanno fatto propria, in Italia non si esitò a servirsi anche del frequente ricorso ai boati, agli attentati e agli eccidi del terrorismo sia rosso (delle Brigate rosse) sia neofascista.
Il nostro dopoguerra è stato doviziosamente punteggiato da entrambi. Non senza – si ama aggiungere dall’estrema sinistra e dagli stessi giudici togati – l’apporto di apparati dello Stato e corpose solidarietà internazionali ad opera degli Stati Uniti, e della Nato.
Tutto questo gran rumore di bombe ed esecuzioni a mano armata ruoterebbe intorno ai complotti (manovre, interferenze e gran giro di soldi) di un esponente e grande influencer della massoneria, Licio Gelli, di un alto funzionario del ministero dell’Interno e di un gruppo di loro sodali.
In questi decenni più volte le diverse sentenze delle corti d’appello di Bologna hanno voluto accreditare sul piano giudiziario questa ricostruzione dei fatti. Ma ho l’impressione che non abbiano convinto molto.
La spiegazione va ricercata nell’insussistenza dell’argomento accreditato, cioè che si volesse impedire al Pci di diventare maggioranza e avere legittimo e pieno titolo a governare. Questo è il leitmotiv che dal dopoguerra fino ad oggi anima, rendendole incontrollabili anche sul piano militare, le forze giovanili e dell’estrema destra (e anche dell’estrema sinistra).
Il 1980, cioè l’anno in cui la strage di Bologna avrebbe dovuto realizzare questo obiettivo ostruzionistico, l’esito fu diverso ed opposto. Mi servo di una citazione di Vladimiro Satta tratta dall’articolo “Processo mandanti”: la storia non si fa con le bolle, “Democrazia futura”, n. 10, aprile-giugno 2023, pp. 783-799. Esso demolisce un argomento fondamentale dell’ipotesi storiografica (proposta da Aldo Giannuli e Angelo Ventrone) su cui si è attestata gran parte della magistratura.i
“Tra il 1976 e fine 1978, … il PCI non aveva sfidato la DC (né tanto meno gli Stati Uniti d’America), bensì si era offerto come suo alleato in posizione subalterna, non puntava ad alternative di sinistra e andò alle elezioni politiche anticipate del 1979 proponendosi di governare insieme a essa e non contro di essa.Nell’estate 1980, epoca della strage di Bologna, i comunisti erano tornati all’opposizione da oltre un anno, per loro scelta, erano politicamente isolati ed erano gravemente indeboliti a seguito del forte calo alle elezioni del 1979. Il periodo in cui il PCI fu più forte, dal 1975 alla prima metà del 1979, fu scevro di attentati stragisti, nonché di tentativi di golpe o di altra forma di pressione militare sui governanti “.
È stato lo stesso presidente del Consiglio Cossiga a dichiarare che le valigie con le cariche di esplosivo erano state consegna te, alla stazione di Bologna, da agenti libici a terroristi dell’Olp
Nelle aule giudiziarie e nelle indagini l’interesse per queste vicende è stato scarso, occasionale e altamente ambiguo. Si è lasciato che su di esse montasse, senza alcuna sicurezza documentale, l’opera distruttiva di un potente pression group. Mi riferisco alle ironie piene di sarcasmo, alle denunce e alle riprovazioni tenaci (tutte legittime ovviamente) dei dirigenti all’Associazione dei familiari delle vittime nei confronti del terrorismo arabo-palestinese. Ad esserne preso di mira assai ruvidamente, chiedendone le dimissioni, fu anche il presidente della Commissione stragi sen. Giovanni Pellegrino.
Non andò meglio a Guido Salvini. Fu accusato di depistaggio, più precisamente di aver dato man forte ai ai “tentativi di introdurre piste alternative agli eversori neri”.ii
Qui non siamo di fonte al revisionismo storico, ma piuttosto all’assunzione programmatica di una sola pista, quella neo-fascista. Pertanto, non si capisce che senso abbia avuto celebrare tanti processi.
Malgrado ogni buona intenzione, i processi sono stati chiamati a decidere quel che si era già deciso. Non solo il ruolo di Gheddafi,di un noto terrorista come Carlos,dell’e’ strema sinistra dell’Olp (cioè il Fplp), di personaggi come Kramiii ecc. sono stati puntualmente sviliti.
Ma si è fatto di più e di peggio. Si sono rappresentati gli studiosi della pista palestinese come una sorta di ruota di scorta dei difensori e degli imputati di estrema destra, dei fascistelli. Un’infamia.
Agli inquirenti bastava contrastare questa degrado facendo assumere al terrorismo di Gheddafi e del Fplp l’importanza che effettivamente ancora oggi rivestono. Non solo nelle vicende italiane, ma addirittura nell’equilibrio geo-politico del Medio Oriente.
Ha invece,prevalso il primato della ragion politica,l’interesse a non mettere sotto accusa la storiografia e la politica di sinistra, un paese (la Libia) e un sovrano (Gheddafi) con cui il governo italiano e imprese come la Fiat avevano grandi ragioni di scambio (come il petrolio) e interessi non solo economici.
Nel frattempo l’incarcerazione di Abu Anzeh Saleh e degli esponenti romani di Autonomia scatenò l’ira del Fplp. Minac ciò ogni genere di rappresaglia e incursioni devastatrici sulle città, sulle persone e sui beni italiani. Col Fplp, il governo italiano ebbe un contenzioso che cercò di sanare.
L’arresto e poi la condanna di un esponente come Abu Anzeh Saleh(liberato il 14 agosto 1981) sanciva, per la prima volta, la violazione del cosiddetto “lodo Moro”.
Dopo 46 anni si può fare giustizia?
Dopo 46 anni si può ricostruire la verità giudiziaria di un evento? Rispetto alla verità storica, quanto la prima è in grado di assumere lo status di imparzialità che la rende riconoscibile e accettabile? E alla fine, si può dire che l’anello di chiusura di questo difficile equilibrio sia stato trovato nella verità politica? Si tratta di una chiave che apre praticamente tutte le porte e chiude tutte le bocche.
Sul piano giudiziario, l’esito dei molti e lunghi dibattimenti avutisi a Bologna, nelle aule vecchie e nuove dei tribunali, è il più imbarazzante che si potesse, e si possa, immaginare.
In primo luogo, le poche condanne (i viventi Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini, Paolo Bellini, e i defunti Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto d’Amato e Mario Tedeschi) non hanno minimamente inciso né alterato il carattere dei processi. Su mandanti, finanziatori ed esecutori della grande carneficina di innocenti, essi erano, e continuano ad essere, processi macroscopicamente indiziari.
In secondo luogo, essa è stata attribuita non a nuovi ulteriori atti di criminalità da parte di professionisti della violenza e della sopraffazione (come sono stati Fioravanti, Mambro, Bellini), ma all’irrompere della seconda ondata di una sorta di lugubre temporale.
Sarebbe il fascismo-che-torna o la cosiddetta strategia della tensione messa a punto dall’estrema destra, da importanti apparati dello Stato e immancabilmente dagli Stati Uniti per arginare l’ascesa al potere del Pci.
In terzo luogo, giudici e avvocati della difesa si sono compiaciuti, o illusi, di avere dato una risposta alla domanda posta da Pier Paolo Pasolini, il 14 novembre 1974, sul “Corriere della Sera” (diretto da Piero Ottone) nell’articolo intitolato Che cos’è questo golpe?iv Essa consisterebbe nella sentenza della Cassazione del 1º luglio 2025 che ha condanna Bellini e individua i mandanti nella P2 di Licio Gelli e in Federico Umberto d’Amato.
Sorge a questo punto una domanda sul bizzarro modo di procedere, diciamo pure di strattonare la storiografia da parte di Caruso e Cenni e dei loro ispiratori.
Avendo definito D’Amato “figura che si colloca sostanzialmente su un piede di parità con Gelli”v, non si capisce come mai non si siano preoccupati di far presente, nel testo della sentenza di condanna, quale responsabilità egli abbia avuto nella moria di innocenti il 2 agosto a Bologna.
La Procura generale bolognese gli attribuisce il “ruolo, ben più feroce, di mandante e finanziatore stragista”.vi Ma non risponde alla domanda del maggiore studioso di D’Amato, cioè Giacomo Pacini: “come si sia arrivati a sostenere che D’Amato sarebbe stato tra i mandanti del più grave eccidio di civili avvenuto in Italia dal 1945 in poi”.vii Avrebbe assoldato, nel febbraio 1979 cellule eversive neofasciste, abbia acquistato un alloggio a Parigi con i fondi distratti dal Banco Ambrosiano.Tutto per diventare «complice di un’operazio ne criminale con alcuni sopravvissuti o nostalgici del regime fascista»”.viii
Ha fatto anche di più. fino a mettere in capo agli Stati Uniti il disegno – in chiave anticomunista – di sovvertire l’assetto costituzionale della nostra Repubblica.
Il-fascismo-che-torna si sarebbe incarnato, dunque, in un affabulato sodalizio di attempati signori. Vi si riconoscono una vecchia conoscenza giovanile dei partigiani comunisti della Toscana dedito, nella maggiore età, a creare trame, procacciare difese e complicità, disegnare – con i soldi del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi – nuovi equilibri politico-istituzionali come la P2 a egemonia non-massonica, il grande influencer Licio Gelli per intenderci. Intorno a lui avrebbero ruotato, compiacenti e servili: due banchieri (il potente Calvi e soprattutto un abile uruguaiano, ricco di onorificenze vaticane),un giornalista missino (Mario Tedeschi), direttore del settimanale “Il Borghese”; e soprattutto un pacioso e inappuntabile alto funzionario del Ministero dell’interno, soi-dicant gran gourmet, cioè Federico Umberto D’Amato. Il suo potere è consistito nella facilità – e nell’uso – dei molti accessi alle carte degli Affari Riservati, cioè dei servizi segreti.ix
Sarebbero stati costoro a gestire, indirizzare, fare esplodere la santa barbara del golpe pasoliniano? Temo che, fino ad ora, manchi la pistola fumante della prova regina.
Marc Bloch diceva che i mezzi usati, le procedure e i criteri di valutazione “hanno una radice comune: l’onesta sottomissione alla verità”.x
I giudici del Tribunale di Bologna, da diversi decenni ormai hanno portato alla sbarra la massoneria “deviata” di Licio Gelli, Gladio, le forze armate degli Stati Uniti, la Nato e in generale tutto il comparto delle alleanze stabilite in nome del cd atlantismo.
La ricerca storica è, dunque, insidiata, per non dire pregiudicata, da prese di posizione dei giudici semplicemente improprie. Meglio chiedere loro di emettere sentenze iuxta propria principia, senza delegarle a chi ama soprattutto produrre garbugli politici mascherati da veli di verità.
i Per un’analisi critica di questa variopinta saggistica, inaugurata da Aldo Giannuli (una sorta di rendiconto si può considerare il suo La strategia della tensione. Servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo, Ponte alle Grazie, Firenze 2018), rimando alla recentissima rilettura, con spirito critico, di Marco Grispigni, Strategia della tensione cit.
ii Ibidem.
iii Salvatore Sechi, Thomas Kram e la strage del 2 agosto 1980 a Bologna, “Ragion politica”, 2 agosto 2008.
iv È stato ripubblicato, cambiando il titolo originario, in Il romanzo delle stragi, nella raccolta di P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975, p. 111 (è ristampato anche nei Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Meridiani Mondadori, Milano 1999, pp. 362-367).
v Sentenza di condanna di Paolo Bellini e altri, motivazioni depositate il 5 aprile 2023 cit., p. 963.
vi Giorgio Boatti, Nella repubblica dei ricatti, “Doppiozero”, 2 marzo 2021 (online).
vii Pacini, La spia intoccabile cit., p. XV.
viii Ibidem.
ix Giacomo Pacini, La spia intoccabile. Federico Umberto D’Amato e l’Ufficio Affari Riservati, Einaudi, Torino 2021.
x Marc Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi, Torino 1969.

