Non c’è nulla da riabilitare e neppure da celebrare. Sono ventisei anni che Bettino se ne è andato ma tuttora la sua morte è un atto di accusa. Lo è contro il brigatismo giudiziario che pensò di fare la rivoluzione con le manette. Contro la viltà di una classe politica che ebbe paura di dire la verità sul finanziamento dei partiti. Contro l’ipocrisia degli intellettuali di regime, contro la canea giustizialista di destra e di sinistra, contro le monetine del Raphael ed i cappi leghisti, contro Istituzioni politiche deboli e imbelli che rinunciarono a difendersi. Lo è contro le famiglie della finanza italiana che da tangentopoli ebbero via libera per spartirsi il bottino di un’Italia in saldi. Contro lo strapotere di un circuito mediatico che condannò e giustiziò prima dei processi e a prescindere dalla verità. Lo è contro una democrazia slabbrata e stremata da lobby e corporazioni, da interessi, connivenze e complicità, opaca e compiacente, guasta e violenta, incapace di restare nel binario della verità e quindi dei diritti e della libertà. Lo è contro un Paese che sa essere “prima servile e poi crudele” come ha scritto Cazzullo sul Corsera.
Bettino è morto in Tunisia. Era malato, in Italia si sarebbe salvato. Si poteva sospendere la pena per ragioni di salute, come avviene per tutti, ma i giudici di Milano non vollero. Ciampi e D’Alema, allora Presidente del Consiglio, non mossero un dito. L’ “Italia delle Istituzioni”, come il toro di Guernica, si voltò dall’altra parte, fece finta di non vedere. Bettino spirò nel primo pomeriggio di un giorno qualsiasi, lontano dal suo Paese che aveva amato come la sua libertà, distante dal coro di un’Italia forcaiola e opportunista, vile e feroce. Un Italia da piazzale Loreto.
Fu politicamente ingombrante in vita, ed ancor più da morto. Aveva intuito che c’era bisogno di riformare lo Stato, l’economia, la democrazia. Che occorreva decentrare, modernizzare, alleggerire, senza perdere di vista la difesa dei più deboli. Le sue idee rivoluzionarono la politica italiana. Tagliò la barba a Marx quando ciò sembrava una terribile eresia, parlò di Europa con convinzione ma senza eccitazione, aiutò concretamente il “dissenso” da Praga a Varsavia, dagli Urali alle Ande, fu amico dei palestinesi senza negare le ragioni di Israele, fu leale, ma mai succube degli Usa. Fu un protagonista del socialismo europeo e all’Onu difese efficacemente le ragioni dei paesi più poveri. Fu un guerrigliero coraggioso e generoso e si trasformò in avveduto ed autorevole statista quando fu chiamato a guidare il Paese. Fu uomo di sinistra ma amò l’Italia più del “socialismo”, la libertà più dell’utopia, la democrazia ed i diritti più della ideologia. Fu un socialista italiano, anticomunista, riformista, mediterraneo, europeo. Ricompose l’album di famiglia con Proudhon al posto di Marx, tirò fuori dall’oblio il Risorgimento, rivalutò l’irredentismo, riscoprì il socialismo patriottico del De Amicis di Cuore. Fece di Garibaldi l’icona di un socialismo radicato nella lotta per l’indipendenza e l’unità di Italia. Della storia scritta dai vincitori diffidava e su fascismo e Mussolini, parlò, discusse e giudicò senza odio e/o pregiudizio. Craxi “fece scandalo”. Irruppe nell’acquitrinio consociativo della fine dei settanta e si incuneò nella ragnatela del compromesso dc – pci . Si candidò a guidare la modernizzazione di un Paese cresciuto ma incapace di svilupparsi.
L’offensiva craxiana si fece sentire anche a destra. Craxi cestinò l’”arco costituzionale“ di De Mita e liberò una destra costretta a rantolare nel reducismo post fascista, inducendola a crescere ed a cambiare. Con la “grande riforma” disse che bisognava cambiare la Costituzione, fare la Repubblica delle Autonomie, introdurre il Presidenzialismo e diversificare le funzioni di Camera e Senato. Sembra oggi. Si batté per la distinzione delle carriere e l’introduzione della “responsabilità” dei giudici, non chinò la testa verso i “poteri forti”, liberò l’economia dal laccio soffocante degli automatismi salariali, e, dopo aver scelto di stare con Reagan nello spiegamento dei Cruise contro gli SS20 sovietici, a Sigonella, con uno scatto d’orgoglio, tenne aperta la porta italiana sul mediterraneo e spiegò al potente alleato ed al mondo che l’Italia, a tutela della sua sovranità e della parola data, schierava l’Arma anche contro i Marines.
Sono dieci anni che Bettino se ne è andato, il mondo, l’Italia, tutto è cambiato, ma il dibattito politico gira ancora intorno alle sue intuizioni, alle sue proposte.


3 commenti
Tutto vero, tutto giusto, ma ora avremmo tutti il dovere di ricostruire una comunità dei socialisti, mettendo da parte personalismi e rancori che ci dividono. Facendo tutti uno sforzo, ma non lo facciamo ed è per questo che le nostre ragioni sono solo parole. Anche noi abbiamo le nostre colpe.
Con riferimento a quanto scrive Andrea Comastri, io dubito fortemente che si possa rimettere insieme “una comunità dei socialisti”, dal momento che nel dopo Tangentopoli ci siamo divisi per motivi essenzialmente politici, ovvero per ragioni affatto insignificanti e secondarie, che hanno visto una parte di noi volgersi a sinistra mentre un’altra in direzione diametralmente opposta.
Ragioni che mi sembrano persistere tuttora, giacché si tratta di visioni piuttosto diverse, seppur entrambe legittime, della nostra società, e che sono peraltro speculari ad un bipolarismo sempre più accentuato, al punto che anche chi puntava a collocazioni equidistanti pare essersi convinto che, pur da “centristi”, occorre “schierarsi” sull’uno o altro dei due versanti.
Fatta questa premessa, io mi auguro che come impegno comune, al di là del nostro attuale “posizionamento” politico sappiamo continuare a difendere la nostra storia, e la memoria di quella personalità che ebbe a guidare il nostro partito, e da statista anche il Belpaese, prima che il vento giustizialista avesse a spirare sullo Stivale agitando ed infiammando le piazze
Paolo Bolognesi 29.01.2026
Con riferimento a quanto scrive Paolo, mi fa molto piacere che tu abbia risposto e sarebbe bello che altri/e lo facessero. Magari si apre, in micro, quel dibattito tanto auspicabile. Di fronte al bipolarismo ed al dramma di Tangentopoli, abbiamo fatto scelte singole e personale (drammatiche e forse inevitabili), ma non abbiamo mai ragionato come comunità. Governavamo col PCI a livello locale e con la DC a livello nazionale. Abbiamo la cultura e la ragione della storia per elaborare proposte per il futuro. Abbiamo circoli e presidi sul territorio più di tanti altri e veramente, con questo bagaglio, non saremmo in grado di navigare il mare del bipolarismo italiano. Insomma, capisco perfettamente il tuo pensiero ed è un’analisi lucida; tuttavia il bipolarismo “muscolare” che ci ha costretti a cercare riparo sotto tetti altrui ed a frammentare la nostra identità in scelte differenti e a mio avviso tanto fragile, più di quanto non appaia. Anche se divisi nel voto, continuiamo a condividere lo stesso alfabeto politico (scuola, liberta, diritti, lavoro, sanità…). La nostra comunità esiste già nei contenuti, va solo riconnessa politicamente. Senza una forte componente socialista e riformista la politica resta ostaggio di populismi e radicalismi. Le scelte singole sono state una tattica di sopravvivenza, non una sentenza definitiva. Proprio perché la nostra non rimanga solo un’opera di testimonianza e ricordo di una storia, che poi altri rubano. Proprio perché abbiamo visto i limiti dell’agire isolati, oggi il ritorno ad un ragionamento di comunità non è solo possibile, ma doveroso. Sarebbe bello che altri, più autorevoli di me, ma col mio stesso entusiasmo se ne facessero carico.