di Stefania Frasca Lombardi
Che bella l’Italia delle Olimpiadi! E che belli quei giovani con le medaglie al collo: sono state trenta e tante d’oro. Un bravo cronista ha dato la pennellata più significativa nel descrivere quel gruppo di ragazzi che sprizzavano gioia ed energia. Ha detto, in sintesi, che molti di loro sono arrivati da piccoli centri del Paese, avendo avuto la fortuna di incontrare maestri in grado di esaltare il loro talento, di motivarli, di incoraggiarli lungo percorsi impervi, fino a farne i campioni che sono.
Tante belle favole, insomma, di quelle che riempiono il cuore e fanno sognare.
Non credo, però, di essere una disfattista se confesso che, proprio nel guardare lo spettacolo dell’Arena di Verona -ma chi ce l’ha un palcoscenico del genere?- una domanda mi ha distolto dalle favole, facendo precipitare la mia fantasia sulla dura terra: ma come fa questa nostra Italia ad essere così grandiosa e -assieme- così miserabile? E quei ragazzi fortunati -perché nati con un talento, perché dotati di tanto coraggio, perché hanno potuto contare su formidabili maestri- non ci fanno pensare ai tanti, tantissimi altri, che giornalmente si imbattono nell’impossibilità di essere normali perché vivono in un paese che normale non è?
Evviva il talento dei nostri campioni, ma c’è anche il talento di chi sa studiare, di chi -esame dopo esame- consegue una laurea presso atenei di non facile accesso, di chi impara le lingue, di chi consegue master e specializzazioni per poi sbarcare in un mercato del lavoro che a tutto pensa, tranne che a ripagare i loro sacrifici, tranne che a costruire una classe dirigente in grado -domani- di guidare degnamente il nostro Paese.
Dopo l’annullamento del concorso grazie al quale sarebbe diventato ordinario dell’Università di Verona il trentatreenne figlio del Rettore -peraltro unico candidato-; dopo che la stessa sorte è toccata al concorso docenti PNRR 1, annullato dal TAR Marche in cinque regioni (Abruzzo, Emilia-Romagna, Marche, Puglia, Umbria), coinvolgendo circa 20.000 docenti di laboratorio a causa della mancata garanzia dell’anonimato durante la prova pratica; ci mancava -ciliegina sulla torta!- la bufera che si è abbattuta sul concorso notarile per definire una volta di troppo le condizioni in cui versa il mercato del lavoro giovanile.
Il documento rimasto online per pochi minuti sul sito del Consiglio nazionale del Notariato che riportava i nomi dei candidati passati alla prova scritta con poco edificanti aggettivi appuntati di fianco -“carina”, “graziato”, “fenomeno”- ci fa dire che la misura è colma e che sarebbe ora di farla finita con il festival dell’ipocrisia che ammanta di legalità ciò che legale non è.
Un festival al quale -ci duole dirlo- partecipa persino il più amato dagli italiani: il Presidente Mattarella. E’ proprio lui, infatti, e a più riprese, ad esortare i giovani ad «aprirsi alla speranza», ad essere «esigenti, coraggiosi, responsabili», a non rassegnarsi.
Bene, Presidente. A me pare tocchi a lei cambiare prospettiva. Dia pure le spalle ai giovani e guardi dritto negli occhi quanti non capiscono -perché, in fondo, anche i rettori dimostrano di essere ignoranti quando riconoscono come figli solo i propri- che a furia di avvilire, deludere, mortificare le aspettative dei nostri ragazzi, repressi nelle loro giuste aspirazioni, il Paese rischia di crollare come il costone di Niscemi o il cimitero di San Mauro Marchesato.
E non facciamo finta di non capire perché i nostri giovani se ne vanno, battendo tutti i record dell’espatrio e sbattendo la porta in faccia ad un Paese che non offre alcuna opportunità: sono i nostri giovani che non trovano lavoro e nemmeno un concorso che selezioni i migliori punto e basta; sono i nostri giovani che non trovano lavoro e, se donne, vengono discriminate dagli head hunter perché le società che li hanno ingaggiati non gradiscono gravidanze e neonati e neanche lo nascondono; sono i nostri giovani che non trovano lavoro e nemmeno una casa perché le città -finanche preziosi gioielli come Firenze o Siena, ormai deturpate- danno spazio alle speculazioni dei B&B -chiamateli affitti brevi, se preferite- in mano ai grandi fondi d’investimento globali.
Nei giorni scorsi, lo stesso Presidente Mattarella, rompendo la consuetudine, ha presieduto il CSM, dove, fra le tante cose, ha ammesso che quell’istituzione «nel suo funzionamento, non è esente da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono precluse critiche». Non è stata cosa da poco quell’ammissione, segno che il nostro misurato e prudente Presidente nutre timori per la nostra democrazia.
E non è stata la sola “rottura” della consuetudine quella di Mattarella al CSM.
Poco prima di quella riunione plenaria, il Presidente proprio in occasione dell’apertura delle XXV Olimpiadi, si è prestato a fare il passeggero-attore del mitico tram milanese n. 26, in compagnia di Valentino Rossi nei panni dell’autista. Lo abbiamo visto: è stato un gesto di grande valore simbolico volto a rappresentare la normalità, la vicinanza dell’istituzione ai cittadini e la partecipazione alla quotidianità degli italiani.
Un gesto insolito, simpatico, lontano dai protocolli ufficiali, pensato per avvicinare idealmente il Capo dello Stato a tutti noi. Un gesto che, se possibile, lo ha innalzato ancora di più nella vetta della stima degli italiani.
Benissimo. Siamo tutti con lui, ma ci permettiamo di proporre una condizione. Ovvero, che sfrutti il grande favore e l’affetto che lo circonda, la sua enorme notorietà, per evitare di rivolgere ai nostri giovani esortazioni scollate dalla realtà di questo Paese magnifico e -insieme- miserabile, per calarsi in quelli di un genitore, uno qualsiasi, che dopo aver fatto da allenatore al proprio figlio -incoraggiandolo, spronandolo, provvedendo al suo mantenimento presso una città universitaria- deve pure rompersi la testa per trovare il “santo in paradiso”, senza il quale scarsissime sono le possibilità di approdare alla meta di un posto di lavoro dignitoso e -se non pretendiamo troppo- gratificante.
E parliamo dei casi più fortunati. Ci riferiamo, infatti, anche in questo caso, se non a dei campioni, a giovani in grado di gareggiare. Lo sarebbero se solo non ci fosse chi asseconda il “mercato” e appunta di fianco ai nomi dei “favoriti” quegli aggettivi -“carina”, “graziato”, “fenomeno”- che, in aggiunta, mostrano un portato di inaccettabile volgarità.
Oltretutto, accanto ai ragazzi in grado di gareggiare, avremmo anche da pensare ai tanti, tantissimi, che non avendo avuto in dote talento, coraggio e bravi maestri, avranno pure il diritto di vivere dignitosamente.
Torna in mente quel «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni» che non ho mai avuto modo di approfondire se risponda al vero che Marx abbia ripreso dagli Atti degli Apostoli.
Ai bisogni dei riders che lavorano 12 ore al giorno, dei ragazzi dei “call center”, degli eterni precari sfruttati anche all’interno delle pubbliche amministrazioni che li tengono per anni in improbabili “short list” chi ci penserà mai?
E se lo chiedessimo al Presidente?
Presidente, non si rassegni, sia esigente, imprudente e parli ai tanti, troppi “rettori ignoranti”. Esiga che la piantino e lascino che l’Italia respiri… lo faccia più e più volte. Vedrà che qualcosa cambierà.


1 commento
Complimenti! Sano, profondo, deciso. Bell’articolo.