Nella giornata di ieri, 6 gennaio, l’Iraq ha stabilito di dare una sterzata decisiva verso il processo di allontanamento delle “truppe straniere” dal paese. La decisione, divulgata con nota ufficiale di Baghdad, arriva subito dopo gli avvenimenti del 5 gennaio, quando un raid aereo statunitense ha ucciso il comandante sul campo Mushtaq Jawad Kazim al-Jawari, uno dei leader del gruppo terroristico Harakat al-Nujaba, operante in Iraq e Siria e particolarmente attivo nella pianificazione di attacchi contro il personale americano. La lotta senza quartiere decisa da Israele contro Hamas, e fortemente sostenuta dagli Stati Uniti, ha intensificato i processi antioccidentali già da tempo in corso in diversi paesi del Medio Oriente. Dallo scorso ottobre tutte le relazioni tra la Mezzaluna antioccidentale e lo Stato ebraico sono state messe a dura prova, e hanno riportato in auge una parallela strenue resistenza alla presenza delle forze militari americane (e alleate) nell’intera regione. I gruppi islamisti radicali, da sempre presenti nell’area, hanno sistematicamente portato a segno molteplici attacchi contro le basi in cui sono dislocati, grazie a specifici accordi con le varie autorità locali, i militari della “coalizione occidentale“.
“L’attacco del 5 gennaio – hanno detto dal Pentagono – è stato effettuato per legittima difesa e nessun civile è stato ferito. Le forze americane sono in Iraq su invito del governo iracheno per sconfiggere l’ISIS”. L’operazione dell’esercito americano, inquadrata nella più ampia missione militare cui partecipano oltre 30 Stati, aveva subito suscitato forte indignazione tra i gruppi iracheni che sostengono l’Iran. Gruppi che hanno subito chiesto al governo di porre fine alla presenza della coalizione militare straniera in Iraq. Il primo ministro iracheno, Mohammed Shia al-Sudani, ha quindi immediatamente annunciato la creazione di un apposito comitato per chiudere del tutto la missione della coalizione internazionale guidata dagli USA in Iraq.
A conferma di quanta tensione ci sia adesso nell’area, dai media arabi si apprende che proprio ieri lo sceicco Mohammad Hussein Al-Kawtharani, uomo di punta di Hezbollah libanese in Iraq, è arrivato a Baghdad per coordinare l’escalation contro la presenza militare statunitense nel paese. Alcune fonti arabe accreditate hanno rivelato che il religioso sciita si è recato nella capitale irachena nelle prime ore del 5 gennaio per quello che dovrebbe essere il suo primo soggiorno prolungato in due anni. Va ricordato che Kawtharani, da sempre tra gli alti funzionari di Hezbollah, nel 2013 fu classificato “terrorista globale” dall’amministrazione Obama. All’arrivo di Kawtharani a Baghdad ha fatto seguito un discorso di Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah, in cui ha delineato un’imminente risposta ai sospetti omicidi da parte di Israele di alti comandanti di Hamas e delle forze Quds a Beirut e Damasco.
Nonostante il primo ministro irakeno Sudani (alla guida del paese dall’ottobre 2022) abbia finora mantenuto la presenza militare statunitense, etichettandola come “missione di consulenza e addestramento” nell’ambito della Combined Joint Task Force Operation Inherent Resolve (CJTF-OIR), la tensione sottostante non è mai realmente scomparsa. Anzi: dopo lo scoppio della guerra tra Hamas e Israele, l’effettivo “cessate il fuoco” tra le cosiddette fazioni della resistenza e gli Stati Uniti in Iraq è terminato. Una nuova entità conosciuta come “Resistenza islamica in Iraq” ha lanciato negli ultimi tre mesi più di 100 attacchi con droni e razzi contro le forze americane in Iraq e Siria. E sembra che Kawtharani potrà svolgere un ruolo chiave nel coordinamento di questo momento di grande tumulto. Negli incontri che Kawtharani ha già avviato con i vari leader delle fazioni irachene, il punto è stato chiaro: gli Stati Uniti devono lasciare l’Iraq, e l’Asse della Resistenza (Iran, Siria, il Libano di Hezbollah e lo Yemen di Houthis) faranno tutto il possibile per riuscirci. Questo è un importante passo in avanti per le fazioni irachene solidali con l’Asse, e l’atmosfera di ciò che sta accadendo a Baghdad è oggi ben diversa dal passato. Anche il punto di vista dell’Iran non è mai stato così chiaro negli ultimi anni: Teheran ha apertamente accusato gli Stati Uniti di essere “parte” della guerra di Gaza, affermando che “non sarebbe avvenuta se non fosse stato per l’America e il suo sostegno [a Israele]”.
Ieri il gabinetto del primo ministro Mohamed Shia al-Sudani ha divulgato una nota ufficiale nella quale si stabilisce che “il governo sta fissando la data per l’inizio del comitato bilaterale per definire accordi per porre fine permanentemente alla presenza delle forze della coalizione internazionale in Iraq“.
Ci sono circa 2.500 soldati statunitensi di stanza in Iraq, e altri 900 sono dislocati in Siria, e sono tutti parte degli sforzi occidentali volti a impedire la rinascita del cosiddetto Stato islamico (IS). L’Iraq ha affermato di aver sconfitto l’IS nel 2017, ma la situazione attuale è ben lontana dal confermare una simile dichiarazione. Dopo le bombe di pochi giorni fa nel cimitero di Kerman esplose durante la commemorazione di Suleimani, e dopo l’arrivo di Kawtharani a Bagdad, l’Iraq di Sudani potrebbe adesso diventare il vero paladino dell’Asse di resistenza.

