Grande la preoccupazione espressa dalla Federazione dei medici territoriali. Così dice il suo segretario generale: “Prima la riforma del Titolo V, ora l’autonomia differenziata, questo malinteso regionalismo mette a rischio la qualità dei servizi sanitari per i cittadini e aumenta le disparità tra poveri e ricchi, tra sud e nord”. All’indomani dell’approvazione della legge sull’autonomia differenziata, e in attesa di un’analisi più approfondita da svolgere il 28 giugno durante il Consiglio nazionale, i medici territoriali hanno espresso “grave preoccupazione” per la riforma.
Dopo l’ok del Senato, pochi giorni fa la Camera ha dato il via libera definitivo al ddl Calderoli con 172 sì, 99 voti contrari e un solo astenuto. Il testo, in 11 articoli, definisce le procedure legislative e amministrative delle intese tra lo Stato e quelle Regioni che chiedono l’autonomia differenziata nelle 23 materie indicate nel provvedimento.
“Veniamo da anni di avventurismo delle regioni, dopo una riforma del Titolo V che ha aumentato le differenze tra nord e sud del Paese, danneggiando la sanità pubblica. Ora questa legge rischia di assumere contorni più gravi, innescando meccanismi che possono comportare un vero e proprio smantellamento del carattere universale dei servizi sanitari per i cittadini, oltretutto già colpiti da anni di tagli di risorse e di esternalizzazioni”, ha ribadito Francesco Esposito.
“La preoccupazione è grande ed è fondata: le regioni più ricche andranno per la loro strada e quelle più povere rischiano di vedere peggiorare la loro situazione e ridurre le risorse disponibili. Andremo incontro ad ancora più tagli, più privatizzazioni, a medici importati da chissà dove, e a cittadini di serie A e altri di serie B”.
Concorde il segretario nazionale Anaao Assomed, PIerino Di Silverio, che aggiunge: “La legge sull’Autonomia differenziata, o meglio sul regionalismo potenziato, approvata con una maratona notturna, segna l’inizio della fine per l’indivisibilità dei diritti civili e sociali, a cominciare da quello alla salute”.
“Nonostante molti esperti in materia, alcuni presidenti di Regione, la CEI, e diverse forze politiche e sociali abbiano da mesi cercato di far comprendere la rischiosità del provvedimento, per la coesione sociale e la stessa identità nazionale, la logica degli scambi politici ha finito con il prevalere legittimando l’esistenza di più sistemi sanitari in barba sia alla Legge 833 del 1978 sia all’articolo 32 della Costituzione” – prosegue Di Silverio – “La possibilità concessa alle Regioni ricche (il Nord) di trattenere più gettito fiscale configura un extra finanziamento destinato ad alimentare prestazioni sanitarie aggiuntive per alcuni cittadini rendendo un diritto costituzionale funzione del reddito e della residenza. Chi risiede in Regioni “forti” si curerà, gli altri potranno solo aspettare o migrare o rinunciare alle cure, come già fanno 4,5 milioni di italiani. Si sancisce, così, la fine del welfare state unitario, per anni elemento cardine della nostra democrazia, e le cure non saranno più garantite in maniera omogenea secondo il dettato della Costituzione”.
E la critica del segretario Assomed non finisce qui: “In un SSN gravato da sottofinanziamento cronico, liste di attesa infinite, carenze di personale, di tecnologia e infrastrutture si abbatte come una scure una legge venduta come toccasana per i problemi di tutti, anche dei cittadini del Sud. Peccato che la Corte dei Conti faccia rilevare che non esistono prove per affermare che maggiore autonomia nelle disponibilità economiche e nella gestione delle risorse aumenti il grado di efficienza dei servizi erogati. Ci troveremo, invece, di fronte a maggiori oneri per le regioni in difficoltà, perchè più gettito a livello locale significa meno risorse disponibili a livello centrale per garantire un livello omogeneo di prestazioni essenziali, e maggior ricorso alla sanita privata che finirà per superare di gran lunga il costo di 41 miliardi odierni”.
Le voci appena ricordate confermano il parere diffuso di molti addetti ai lavori. L’autonomia regionale sanitaria farà soffrire in primis quei lavoratori e quei professionisti, dipendenti o meno, che in tutte le regioni (senza distinzione tra Nord, Centro e Sud) non sono nelle fasce alte di reddito, e dovranno rinunciare alle cure oppure subire i costi elevati, in aumento di anno in anno, delle polizze assicurative o degli accessi alle cure a pagamento diretto. La legge di Bilancio 2024 ha stanziato per il Fondo Sanitario Nazionale circa 131 miliardi di euro, 10 in meno rispetto ai 141 miliardi stimabili senza incrementi sul 2022 se non quelli per l’inflazione cumulativa – che è stata del 9%. Quindi nel 2024, a prescindere dalla entità dell’inflazione che si registrerà a fine anno, il FSN sarà ancora più insufficiente a finanziare il SSN. E la frammentazione in 19 Servizi Sanitari Regionali, più 2 Provinciali, non servirà a risolvere questo problema. Neanche per le regioni del Nord.
Francesco Perrone, presidente degli Oncologi Italiani, evidenzia ulteriori disagi:
“A preoccupare sono anche le molto probabili difficoltà per la ricerca scientifica, come diretta conseguenza del regionalismo. Nella ricerca scientifica non devono esistere barriere: solo la collaborazione e la coesione senza ostacoli consentono di migliorare la qualità delle cure. Questo è un principio cardine della nostra etica professionale, sia nell’assistenza che nella ricerca. La nuova impostazione normativa ostacolerà questo processo”.
E non solo: la posizione dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica è chiara: per troppo tempo la gestione del Servizio sanitario a livello centrale ha perso capacità propulsiva e competenze di gestione, che non sono state tempestivamente sostituite. Al contempo, si sono distinte molte figure professionali in alcune Regioni che hanno quindi richiesto maggiore autonomia. Ma, dice Perrone, “in questo modo si sono acuite le disparità territoriali. L’autonomia differenziata aumenterebbe il divario già esistente. Oggi è già forte la concorrenza fra sistema pubblico e privato, ma con la realizzazione del regionalismo differenziato è concreto il rischio che le stesse strutture pubbliche entrino in competizione fra loro e che le Regioni più ricche offrano ai professionisti migliori contratti e remunerazioni più elevate“.
Ne consegue la necessità di opporsi all’autonomia differenziata “in toto”, senza limitarsi a chiedere che la Sanità ne sia estrapolata. L’attuazione dell’autonomia differenziata, collegata al premierato, è in pieno svolgimento. Governo e Parlamento non sentono ragioni. L’opposizione delle forze politiche, sociali e di gran parte dell’associazionismo non ottiene alcun risultato. A nulla è valso il segnale lanciato dall’allarmante report GIMBE che evidenziava con rigore le troppe criticità del regionalismo sanitario. Sembra essere molto, troppo ridotta la percezione della gravità eversiva del processo di “democratura” in atto, da cui l’assenza di convinzione prima e di incisivi atti politici dopo.
A fine Ottocento il drammaturgo francese Henry Becque scrisse “Libertà e salute si somigliano: se ne conosce il valore soltanto quando si perdono“. Purtroppo per noi, aveva ragione lui.

