di Domenico Bilotti.
Né la demoscopia né il diritto hanno scientificamente molto a che fare con la politica, ma per strano possa apparire la demoscopia e soprattutto il diritto sono fondamentali a comprendere i crinali politici sia di stagnazione sia di trasformazione. E a parere di chi scrive c’è un filo rosso che lega la vittoria dei liberalsocialisti in Olanda, dei libertariani in Argentina e dei socialisti democratici a New York. Tale punto di contatto consiste nel fatto che tutti e tre i successi nascono dalla denuncia del corpo elettorale contro il patto di potere che saldava le classi dirigenti precedentemente elette al loro blocco di consenso.
In Olanda si dava per scontato l’exploit dell’estrema destra. Non la destra nazionale e sociale dei Paesi mediterranei di civil law, ma una destra che Zeffirelli avrebbe definito “magnona”: individualismo e rifiuto del prossimo. Sol che non ha più il vantaggio del nuovo, di essere la next best thing di una società curiosa come quella olandese: esiste da vent’anni e in vent’anni di crescenti consensi non ha rafforzato la legislazione sui fronti che prometteva. D66 è la vittoria, paradossalmente, più che dei riformisti liberal che pure sono, di una precedente tradizione di accomodamento bonario, qualità della vita e tolleranza. I nuovi feudatari populisti soprattutto sulla qualità della vita avevano mancato il bersaglio. E considerazioni non troppo diverse possono farsi sul successo di Milei in Argentina, peraltro tiepidino nei numeri ma simbolicamente importantissimo. Il blocco neoperonista dello Stato sociale che gli si opponeva è stato sconfessato: l’Argentina non si fida più dello Stato. E perciò chi ne difende la tendenza non solo recente di spesa cospicua e mal direzionata non riesce a promettere nulla di nuovo né di meritorio. A sinistra Milei è visto come un demone tutto smorfie e basette. Certo, i modi e le espressioni sono caos e sciarade, ma bisogna vedere i numeri e i fatti. E numeri e fatti, quando nacque il Partito Libertario, in questi termini non li avrebbe immaginati nessuno.
Anche l’annunciata affermazione di Mamdani a New York ha caratteristiche simili, per quanto le premesse sembrerebbero antitetiche, più da movimentismo europeo che da liberalismo americano. Il sindaco più giovane (un trentenne che se non fosse in barba folta sembrerebbe un teenager), un musulmano (però con gli accenti secolari di molto Islam americano metropolitano), un socialdemocratico. Nella città che con poche altre è il laboratorio del nuovo capitalismo transnazionale, alla pari di Londra e Shanghai, molto più della nostra Milano, vince però con un programma populista fino agli steroidi. Dalla integrale gratuità del trasporto pubblico alla avvertitissima esigenza di normare un tetto agli affitti. Un anti-Milei, in sostanza, che con Milei ha in comune una cosa: se il vecchio ha inibito l’ascensore sociale, bisogna promettere di prenderlo con le tronchesine, non coi tavoli tecnici.
A una società spaurita va promessa una traccia di benessere se non percorribile, almeno convincente. Ed è anche per questo che in Italia, sia al governo centrale sia nelle regioni, è facile continueranno a fioccare riconferme e stagnazione. Per noi, la traccia di benessere possibile è da trent’anni divenuta contenere le perdite. Anche se quell’attività di contenimento ci sta scavando il vuoto dentro.

