Argentina Bonetti in Altobelli è stata una formidabile propagandista sindacale e una organizzatrice senza uguali delle masse contadine negli anni tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Data la natura prevalentemente agricola dell’economia italiana, si comprende l’importanza che il suo impegno ha avuto nella crescita economica, sociale e politica del mondo del lavoro. Ha dedicato l’intera sua vita al servizio dei diritti delle donne e del proletariato. Il suo straordinario contributo alla parità di genere, dal matrimonio al lavoro ne ha fatto una eroina indomita e lungimirante non solo nel mondo femminile, ma anche nel più vasto quadro socio-politico del primo Novecento.
Nata a Imola in una famiglia patriottica, il padre fu un garibaldino, nel 1866, crebbe a Bologna presso gli zii paterni, ai quali fu affidata dai genitori per ragioni economiche. Appassionata fin da piccola di ogni sorta lettura, dotata di un animo sensibile, si appassionò fin dalla giovinezza alla causa dei più poveri e degli emarginati. Dagli originari sentimenti mazziniani, a Parma, dove gli zii si erano momentaneamente trasferiti per lavoro, abbracciò quelli socialisti, grazie all’insegnamento di Berenini e alla predicazione del reggiano Prampolini.
Oltre alle questioni sindacali si appassionò ai temi legati all’emancipazione della donna, al loro diritto al lavoro, al voto, e all’istruzione. Ad avvicinarla ulteriormente al socialismo furono gli scritti e la conoscenza personale di Andrea Costa, le cui idee divennero la ragione di ogni suo impegno politico-sindacale.
Grazie al marito, il maestro e scrittore di idee socialiste Abdon Altobelli, che comprese e condivise la vocazione della moglie verso i più umili, riuscì a conciliare gli impegni sindacali con quelli familiari particolarmente gravosi per la presenza di due amatissimi figli.
La sua attività sindacale fu caratterizzata da un dinamismo e da una determinazione senza eguali. Tenne innumerevoli conferenze in ogni angolo del Paese e dell’Emilia-Romagna, scrisse articoli per La Squilla di Bologna, La Giustizia di Reggio, La difesa delle lavoratrici di Milano e per La terra. Confessò: “Sentivo che il socialismo voleva dire elevazione della donna e per della donna dei campi. Abbracciai il socialismo come una religione perché sognavo la giustizia per gli uomini e l’amore”.
Non ci fu lotta contadina che non la vedesse coinvolta. Incoraggiò i lavoratori della terra a costituire circoli, associazioni, Leghe di resistenza, mutue, uffici di collocamento. Ben presto conobbe e si fece conoscere un po’ da tutti i maggiori dirigenti del Partito socialista, da Berenini a Prampolini, Costa, Zibordi, A. Kuliscioff, Turati e molti altri. La sua scelta comunicativa seguì sempre questa semplice ma chiara regola: “non attaccare ma comprendere le ragioni di chi ha sabotato la lotta per necessità o ignoranza per coinvolgerli nella prossima battaglia. Il proletariato ha ancora più incoscienti che cattivi, cerchiamo di illuminarli colla propaganda e di persuaderli coi fatti”.
Appena ventenne a Bologna entrò nella Società operaia femminile, di cui l’anno seguente fu eletta presidente, distinguendosi per l’opera organizzatrice espressa anche in ambito formativo con la promozione di corsi di alfabetizzazione e di una scuola professionale d’arti e mestieri.
Nel novembre 1901 fu protagonista attiva nella nascita della Federazione Nazionale dei Lavoratori della terra e sostenne il progetto di legge di Anna Kuliscioff per la tutela del lavoro femminile e infantile, oltre a denunciare l’urgente necessità di una cassa di maternità. A partire dal 1904 divenne segretaria di Federterra e lo rimase per circa vent’anni, fino a quando Mussolini chiuse i sindacati. Sempre nel 1904, a riconoscimento delle sue battaglie per i diritti delle donne lavoratrici, fu delegata dell’Alleanza femminile italiana al Congresso internazionale femminile di Amsterdam. Due anni dopo entrò inoltre nel Consiglio direttivo della Confederazione generale del lavoro e al Congresso Nazionale di Roma venne eletta nella Direzione nazionale del PSI.
L’Altobelli è ricordata anche per l’istituzione di un Consorzio di bonifica della bassa pianura bolognese, la cui necessità risaliva a decenni precedenti. Studiò con grande attenzione e competenza i flussi migratori, immigratori ed emigratori, dei lavoratori con particolare attenzione ai movimenti verso l’America Latina.
Con coraggio e determinazione si spese pubblicamente con Anna Kukiscioff per la laicità dello stato, per il divorzio e per il suffragio universale esteso anche alle donne.
Epiche furono le sue battaglie in favore delle mondine, che soffrivano di condizioni di lavoro, al limite della sopravvivenza.
Nel 1912 con Carlotta Clerici, Angelica Balabanoff e Anna Kuliscioff partecipò alla fondazione del Comitato Nazionale dell’Unione femminile Socialista. Argentina, come tutti i grandi sindacalisti, seppe anche rapportarsi e dialogare con le Istituzioni pubbliche.
In rappresentanza della Federterra, i cui aderenti erano enormemente cresciuti di numero e il cui peso specifico non poteva più essere ignorato dagli agrari come dallo Stato, fu chiamata da Giolitti a far parte del Consiglio superiore del lavoro, al quale sottopose alcuni interventi urgenti come l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni in agricoltura e l’estensione della vigilanza dell’Ispettorato del lavoro ai lavori nelle risaie. Sinceramente pacifista si oppose sia alla guerra di Libia che alla Prima guerra mondiale, facendo sue le tesi riformiste di Turati e Prampolini.
Al Congresso di Livorno si schierò con la frazione di Concentrazione e nel 1922 aderì al PSU di Matteotti. Con la chiusura forzata dei sindacati voluta da Mussolini, nel 1926 si ritirò a vita privata a Roma presso la figlia Trieste, vivendo in povertà e continuamente vigilata dalla polizia. Rifiutò alcune economicamente allettanti, ma politicamente interessate offerte di Mussolini di partecipazione a commissioni governative nazionali, preferendo vivere in povertà piuttosto che piegarsi al fascismo.
Solo grazie alle sue competenze riuscì a ottenere una breve collaborazione con la Cassa nazionale delle assicurazioni, che le permise di continuare i suoi studi e le sue ricerche sull’emigrazione italiana all’estero. Morì, circondata dall’aggetto della figlia e di pochi altri compagni, a Roma il 26 settembre 1942.
Fabrizio Montanari

