Decine di leader mondiali sono riuniti da oggi nella città amazzonica brasiliana di Belém, pronti al vertice annuale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che partirà ufficialmente il prossimo 10 novembre. Sperano di fare progressi, nonostante le crescenti preoccupazioni di una cooperazione multilaterale sull’orlo del collasso.
La conferenza COP30 segna 30 anni dall’inizio dei negoziati globali sul clima. Molti Paesi hanno frenato l’aumento previsto delle emissioni, ma non abbastanza da impedire quello che gli scienziati considerano un riscaldamento globale estremo nei prossimi decenni.
In due giorni la presidenza brasiliana della COP30 ha schierato 53 capi di Stato e oltre 40 leader subnazionali. Si prevede che tra loro ci sarà anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.
Mancano all’appello i leader di quattro delle cinque economie più inquinanti al mondo – Cina, Stati Uniti, India e Russia – e solo il leader dell’Unione Europea sarà presente.
Ma a differenza degli altri, l’amministrazione statunitense (con Trump che nega tutti i cambiamenti climatici) ha scelto di non inviare nessuno ai colloqui.
Alcuni hanno affermato che l’assenza degli Stati Uniti potrebbe consentire agli altri paesi di discutere le azioni da intraprendere senza che un singolo attore ne domini l’esito. Gli ottimisti!
Il presidente Lula avrà incontri bilaterali con il premier britannico Starmer e il Presidente francese Macron, e ha già incontrato il vicepremier cinese e i leader di Finlandia e Unione Europea.
Il Brasile ha esortato i paesi ad abbandonare l’idea di fare nuove promesse, e a rispettare invece le centinaia di impegni già assunti per contenere le emissioni che riscaldano il pianeta, e finanziare soluzioni salvavita contro fenomeni meteorologici estremi.
Una di queste misure – un accordo alla COP26 per ridurre le emissioni globali di metano del 30% rispetto ai livelli del 2020, entro il 2030 – è ben lontana dall’essere realizzata.
Nonostante gli scienziati abbiano esortato i paesi a fermare le emissioni di gas serra come primo passo per contrastare il riscaldamento globale, le emissioni di metano sono aumentate.
Intanto l’ex sindaco di New York (il miliardario Michael Bloomberg) ha annunciato un investimento di 100 milioni di dollari per potenziare la raccolta di dati di monitoraggio del metano dai satelliti. L’investimento sosterrà anche gli sforzi politici di nove paesi, tra cui Australia, Indonesia, Messico e Nigeria, e altri stati americani come California e Nuovo Messico, per limitare le perdite di metano.
Macron, che sostiene l’iniziativa, ha dichiarato: “A dieci anni dall’Accordo di Parigi, ora disponiamo della tecnologia e dello slancio internazionale per agire rapidamente ed efficacemente contro carbone e metano”.
Il Summit dei leader mondiali potrebbe decretare il destino della proposta di punta del Brasile: il Tropical Forest Forever Facility, un meccanismo di finanziamento multilaterale per tutelare le foreste a rischio, e dei loro abitanti.
Il Brasile ha chiesto ai paesi di offrire investimenti al fondo. Il Regno Unito ha annunciato che non lo farà.
Il Brasile ha offerto invece il primo investimento, aprendo un nuovo conto da 1 miliardo di dollari, e l’Indonesia si è impegnata a raddoppiare la cifra. Anche la Cina ha dichiarato che avrebbe contribuito, ma senza specificare l’importo.
Nessuno dei paesi ricchi e industrializzati ha ancora annunciato i suoi contributi, ma Lula spera che lo facciano a partire da oggi.


1 commento
Grazie per l’articolo, notizie generalmente preoccupanti purtroppo.
Male la decisione di GB di non partecipare al Tropical Forest Forever Facility, male l’assenza degli Stati Uniti all’evento e la mancata partecipazione diretta dei principali paesi inquinanti.
Se c’è un’emergenza transnazionale e transpolitica è quella climatica/ambientale.
Si faccia un passo indietro e si noti come l’ascesa di figure come Trump, Xi, Putin e compagnia coincida con il disordine globale, la violenza esplosa o alle porte e il tentativo di assassinio e tacitazione delle politiche per il contenimento delle emergenze climatiche.
Si noti che è quello che accade quando lo stato di diritto e la forza della legge internazionale e condivisa comincia a frammentarsi sotto i colpi di chi impone il diritto della forza su tutto, anche sulle evidenze scientifiche.