di Vicky Amendolia
Di Anna Kuliscioff la storia ufficiale ha voluto ricordare soprattutto un’etichetta: “la compagna di Turati”. Un modo elegante per ridimensionarla, relegandola al ruolo di ancella del leader socialista, come se la sua vita e le sue idee non avessero avuto valore autonomo. La verità è ben diversa. Anna fu un’intellettuale di livello europeo, medico, rivoluzionaria, pioniera di un femminismo che oggi definiremmo radicale e che non aveva nulla a che vedere con il femminismo di maniera che ci viene servito quotidianamente.
Con Filippo Turati ebbe sì una relazione sentimentale, ma il cuore di quel legame fu soprattutto una straordinaria intesa intellettiva, intellettuale e politica. Si scambiarono pensieri, visioni, strumenti. Lei lo spinse ad affrontare la questione sociale con radicalità nuova; lui le offrì il terreno politico su cui far germogliare le sue idee. Non “compagna di”, ma compagna di idee, di battaglie, di futuro.
La chiamavano “la dottora”. Non era un titolo neutro: suonava come un ossimoro, un’anomalia che sfidava l’ordine prestabilito. Anna non accettò quella definizione che trovava ridicola, rispondendo senza esitazioni: «Le donne possono fare il medico, basta che abbiano il coraggio di affrontare i pregiudizi degli uomini e le diffidenze delle donne». E infatti aprì a Milano, in via San Gregorio, un ambulatorio gratuito per le donne operaie. Non si trattava di beneficenza paternalista, ma di politica concreta. «Non la beneficenza, ma il diritto: questo è ciò che rivendico per le donne». Curava malattie, ma soprattutto denunciava ingiustizie. Ogni ricetta era un manifesto, ogni bisturi una presa di posizione.
Qui sta il cuore del suo femminismo: non una battaglia di facciata, ma una lotta di sostanza. Kuliscioff non chiedeva etichette linguistiche, né riconoscimenti simbolici. Voleva pari opportunità reali: l’accesso delle donne all’istruzione, al lavoro, alla vita politica. «La donna non chiede privilegi, chiede giustizia».
E allora il confronto col presente diventa inevitabile, e impietoso. Oggi il dibattito sulla parità si è ridotto a uno spettacolo cosmetico e deve essere visto come lotta per ottenere la Pari opportunità. Il grande traguardo? Dire “avvocata” invece di “avvocato”, “sindaca” invece di “sindaco”. Come se cambiare il vocabolario bastasse a scardinare secoli di discriminazioni. Ma la forma non sostituisce la sostanza: una donna può anche essere chiamata, forzando i dettami della lingua italiana, con il ridicolo termine “ministra”, ma se continua a guadagnare meno di un collega uomo e deve sacrificare il suo apporto alla propria famiglia (perché non ha supporto reale da parte dello Stato), il problema resta intatto.
Ancora peggio, alcuni strumenti nel mondo della politica di questa parità apparente sono i Coordinamenti femminili e le Quote rosa (ridicolo congegno principe dell’odierna emancipazione femminile): sbandierate come conquista, sono in realtà un insulto travestito da progresso. Inserire le donne in una lista elettorale o in un organismo di partito o in un consiglio d’amministrazione “perché devono starci” non significa emanciparle, ma trattarle come panda da salvare. Una specie rara, da proteggere per legge.
Kuliscioff avrebbe smascherato subito questo paternalismo travestito da democrazia. «La donna sarà libera non quando avrà conquistato la protezione dell’uomo, ma quando avrà conquistato se stessa», ammoniva. Ecco il punto: non protezione, ma libertà; non gabbie rosa, ma opportunità reali. Le quote rosa sono la più elegante delle gabbie, la più ipocrita delle carezze. Fingono di aprire le porte, ma in realtà mettono targhette ai recinti.
Il vero problema non è garantire posti riservati, ma spianare la strada. Le donne devono arrivarci per merito, non per gentile concessione. Uno Stato che voglia dirsi democratico deve preoccuparsi, per esempio, di asili nido accessibili e sul posto di lavoro (Olivetti docet), oltre la parità salariale combinare incentivi economici di supporto al suo essere madre, congedi parentali realmente condivisi, welfare che permetta di conciliare maternità e carriera. Perché le donne non hanno bisogno di “favori” o di “quote”: hanno bisogno di strumenti. Hanno bisogno che il tempo della vita quotidiana non le condanni a scegliere tra il lavoro e i figli, tra la politica e la famiglia.
E mentre il dibattito pubblico si perde in queste scenografie, c’è un’altra ferita aperta: la lotta contro la violenza di genere. Sacrosanta, necessaria, ma troppo spesso mal raccontata. Le campagne di sensibilizzazione finiscono per trasformarsi in un processo collettivo al maschile, come se gli uomini fossero un esercito indistinto di carnefici e le donne un blocco uniforme di vittime. È un approccio che non emancipa, ma divide.
Kuliscioff non avrebbe accettato questo schema. Non voleva donne rese fragili dal vittimismo, né uomini ridotti a caricature di aguzzini. Per lei la liberazione femminile era una liberazione comune, un ponte, non un muro. Perché se la parità diventa una guerra dei sessi, non è più parità: è una nuova forma di dominio.
Ecco perché la sua lezione brucia ancora. Anna non avrebbe mai celebrato un hashtag o una panchina rossa. Avrebbe preteso politiche strutturali, riforme profonde, strumenti veri. Non avrebbe sprecato un secondo con il politically correct: avrebbe chiesto giustizia sociale.
Anna Kuliscioff, altro che “compagna di Turati”. Fu compagna della libertà, della dignità, della giustizia. E resta oggi una spina nel fianco di ogni retorica sterile.
Perché alla fine, tutto si riduce a questo. A forza di quote rosa, le donne sembrano specie animali da salvare. Ma Anna Kuliscioff non avrebbe accettato di finire in una riserva naturale: lei pretendeva di stare nella polis, non nello zoo.
Anna Kuliscioff (1857 – 1925)
- Nata a Sinferopoli (Crimea) in una famiglia ebraica colta.
- Studiò medicina in Svizzera, una delle poche università che accoglievano donne.
- Attiva nei circoli rivoluzionari russi, venne arrestata e costretta all’esilio.
- A Milano aprì un ambulatorio gratuito per donne operaie, diventando nota come “la dottora”.
- Fu una delle prime donne medico in Italia e pioniera delle lotte per i diritti femminili.
- Compagna di vita e di battaglie di Filippo Turati: insieme contribuirono alla nascita del Partito Socialista Italiano.
- Tra le sue battaglie principali: voto alle donne, parità salariale, istruzione femminile, tutela delle lavoratrici.
- Morì a Milano nel 1925, lasciando un’eredità politica e culturale che va oltre il socialismo: un femminismo concreto, fondato su diritti e opportunità reali.


2 commenti
Finalmente un articolo pacato, ragionato, equilibrato, che non getta benzina sul fuoco, ma che fa il punto della situazione. Le donne, come gli uomini, certe posizioni sociali devono conquistarle con i loro meriti e le loro capacità e non con i favoritismi o con leggi create ad hoc. La parità e non l’uguaglianza, perché uomini e donne potranno essere pari ma non potranno ma essere uguali per motivi fisici e psicologici, non si raggiunge declinando i nomi maschili al femminile o inventando le quote rosa che sembrano come le quote da assegnare a chi soffre di un handicap: per ogni concorso pubblico o per ogni elezione politica un tot di posti deve essere riservato alle donne come ai portatori di handicap. No, la parità si raggiunge quando una donna dimostra di valere e non perché è passata per le grazie del potente di turno. Questa non è emancipazione, ma sottomissione a un maschilismo benevolo che è più insidioso di quelle dichiarato. Per quanto riguarda la violenza di genere, nessuno nega che il problema esiste e va affrontato, ma non si risolve demonizzando l’intero universo maschile e vittimizzando l’intero universo femminile che le cronache hanno dimostrato poter raggiungere la stessa perfidia degli uomini. I casi di cronaca nera che vedono vittime le donne devono passare per un’analisi oggettiva dei fatti, capire motivi e ragioni, e non devono diventare il pretesto per alimentare una guerra di genere o per mettere sotto accusa un sistema giudiziario che non fa altro che applicare le leggi e non emettere sentenze basate sul tifo.
Gentile Mario, lei ha colto appieno il messaggio contenuto nel mio articolo e la penso come lei anche sotto molteplici profili, come avrà ben compreso, per quanto riguarda l’effetto sociale boomerang che deriva da varie posizioni esagerate ed oltranziste di talune fasce pseudo-femministe che stanno facendo sì da demonizzare l’intero universo maschile come se in tutti gli uomini vi sia il seme della violenza in nuce.
Per quanto riguarda la violenza sulle donne ( e qui mi svesto dai panni di giornalista e riprendo quelli di avvocato), è bene chiarire che, a mio avviso, la violenza non è mai concepibile né giustificabile in nessun caso, se non nell’estremo limite della legittima difesa contro analoga violenza. E questo non vale solo quando si tratta di donne, ma in qualunque contesto, perché la violenza è sempre una sconfitta della civiltà giuridica e umana.
Proprio a questo riguardo, richiamavo anche nel mio ultimo articolo, pubblicato qui pochi giorni fa, un caso recente che ha destato forte indignazione: quello di Lucia Regna, che per anni ha subito maltrattamenti dal marito e in ultimo è stata selvaggiamente pestata, tanto da riportare lesioni gravi. Ebbene, in quella vicenda, il tribunale non ha riconosciuto nemmeno il reato di maltrattamenti abituali (art. 572 c.p.) e ha trascurato di applicare le aggravanti che pure erano pacificamente riscontrabili.
Mi riferisco, in particolare, alle aggravanti di cui all’art. 576 c.p., che prevedono un aumento di pena quando le lesioni sono commesse in danno del coniuge o persona legata da relazione affettiva; all’art. 577 c.p., che disciplina le aggravanti speciali nei delitti contro la vita e l’incolumità individuale, tra cui quella della convivenza domestica; l’aggravante per le lesioni personali di particolare gravità come definito dall’articolo 583 del c.p.; e ancora all’art. 61 n. 11-quinquies c.p., che sancisce l’aggravante comune quando il fatto è commesso in danno del coniuge o del partner.
In quella sentenza, invece, non solo l’autore delle violenze non è stato condannato per i maltrattamenti protratti per anni, ma gli è stata inflitta una pena minima e senza aggravanti, con la conseguenza che non sconterà neppure un giorno di carcere. Ecco perché non mi stanco mai di sottolineare come certi pronunciamenti giudiziari rischino di trasformarsi in un messaggio diseducativo per la collettività, quasi a dire che certe condotte non sono poi così gravi, alimentando una pericolosa banalizzazione della violenza domestica.