Mentre ancora rimbalzano gli echi sugli strumenti di nettoyage del suo lato “B”, Trump continua a ostentare entusiasmo.
Ieri, ha continuato a esultare: “Abbiamo avuto una giornata importante. È stata la giornata più importante della storia”.
Come se non bastasse ha aggiunto che: “Siamo molto, molto soddisfatti di come sta andando il Paese. Stiamo cercando di farci trattare equamente dal mondo. Questa è una cosa che si sarebbe dovuta fare 25 anni fa e non lo è stata”.
Che poi le cose non stanno così fa niente.
E chi se ne importa se Wall Street, nel timore di una guerra commerciale con la Cina, ha chiuso in forte terreno negativo: il Dow Jones Industrial Average ha lasciato sul terreno il 2,50% mentre l’indice Nasdaq è calato del 4,31%.
E fa niente se, le preoccupazioni per le mosse che di giorno in giorno Trump assume cambiando direzione come una bandiera al vento, hanno nuovamente fatto crollare le borse mondiali soprattutto l’indice azionario giapponese Nikkei 225 del 5,6%.
A metà mattinata a Tokyo, il calo è stato del 4,2%. Lo yen è salito rispetto al dollaro USA, che ha perso valore anche rispetto all’euro. La moneta europea è salita a 1,1306 dollari da 1,1195.
Trump lo chiama “costo di transizione ma poi” dice, “andrà tutto bene”.
Beato lui.
Poi rivogendosi alle sue “vittime” il Presidente americano ha detto che L’Unione europea è stata molto “dura”, ma anche “molto intelligente a sospendere i suoi Dazi contro gli Stati Uniti”.
Quanto alla possibilità che ci possano essere trattative con i singoli Paesi europei, il presidente ha detto di considerare la Ue “un unico blocco”.
Chissà cosa ne pensa Salvini.
Poi ci sono state parole del tycoon anche per la Repubblica Popolare Cinese: “Ho grande rispetto per il presidente Xi e finiremo per trovare una soluzione”.
Sì sì, come no!
La Cina ha rialzato i suoi controdazi sulle importazioni dei beni Usa dall’84% al 125%.
Lo riferisce il ministero delle Finanze, precisando che le nuove misure entreranno in vigore il 12 aprile.
Tiè, si direbbe dalle parti della piazzetta vicino casa mia dove giocavo a pallone da piccolo.
Insomma la tecnica sarebbe quella di dare prima un cazzotto all’altro e stenderlo a terra e poi trattare la sua resa.
Un furbone.
Ma se lo ricorda il Presidente dai capelli gialli in mano a chi è il debito pubblico americano.
Il grafico mostra le aree del mondo in cui risiedono i principali detentori di titoli del debito pubblico USA: l’Unione europea (o meglio, i residenti nei 27 Stati membri dell’Unione), il Giappone e la Cina. Complessivamente queste tre aree rappresentano quasi metà del totale del debito pubblico estero USA.
Certo a sua volta anche i paesi dell’Ue o la Cina o il Giappone hanno debito pubblico.
Ma chi ha cominciato a dare schiaffi sono gli Usa.
Si facesse due conti.


2 commenti
Una tabella mostrata durante un programma TV di questi giorni esponeva dati abbastanza diversi da quelli riportati in questo grafico, giacché, se ben rammento, la Cina, similmente al Giappone, figurava detenere il 4% del debito USA, mentre il 12% afferirebbe agli Stati europei, non so in quale rispettiva misura. il che darebbe comunque alla UE una discreta forza negoziale (sempreché, come dicevo, io abbia ben ricordato, e anche correttamente interpretato, le suddette percentuali), e tale aspetto potrebbe emergere anche nel corso dei colloqui che la nostra Premier avrà alla Casa Bianca nei prossimi giorni.
Stamattina ho poi sentito dire che la sospensione dei dazi per novanta giorni, decisa dal Presidente USA, avrebbe ragioni a carattere prevalentemente interno, nel senso che sarebbero soprattutto gli effetti “casalinghi” delle misure fin qui adottate in materia (ossia gli umori al riguardo dei risparmiatori di quel Paese), ad aver consigliato la “frenata” sui dazi, in nome e nella logica della “America First”, il che significherebbe di riflesso che i connazionali del Presidente USA sono i suoi primi controllori e “guardiani” (e ciò potrebbe risultare in certo qual modo rassicurante anche sulla nostra sponda dell’Atlantico).
Paolo Bolognesi 12.04.2025
Nei giorni scorsi mi è capitato di ritornare in una località turistica del Belpaese, dotata di patrimonio artistico d’alto livello, e molto frequentata, dove ero stato in gioventù e dove ricordavo un forte numero delle cosiddette “botteghe artigianali”, fonti di pregevoli, se non unici, prodotti d’origine locale (credo apprezzati ed acquistati dai visitatori di quei luoghi), mentre oggi ne ho trovato una presenza alquanto ridotta.
Mi è venuto spontaneo pensare che quelle attività, di allora, se avessero potuto continuare fino ai giorni nostri, avrebbero adesso risentito poco o nulla degli effetti dei dazi o della concorrenza e competizione in atto nel mercato globale, perché difficilmente riproducibili altrove, se le vediamo come il frutto di un insieme (talento, professionalità, maestria, competenze …) trasmessosi fra le generazioni nel corso del tempo.
Visti i grandi cambiamenti intervenuti nel frattempo all’interno della nostra società, oggi sarebbe irrealistico e improponibile il poter immaginare “retromarce” che ci riportino a quell’epoca, ma la rivalutazione di quella tipologia di lavori potrebbe comunque indurre una fascia dei nostri giovani a riaccostarvisi, così che la nostra economia, in una con agricoltura, industria, ecc …, abbia un’altra solida gamba su cui contare.
Paolo Bolognesi 14.04.2025