Cosa lega il nostro Paese alle Filippine? Apparentemente nulla se non forse la grande quantità del territorio bagnata dal mare a maggior ragione considerando che la Repubblica delle Filippine è uno Stato insulare del Sud Est asiatico. O forse gli interessi turistici che coinvolgono i nostri connazionali che amano frequentare le sue spiagge e godere delle sue risorse naturali in una delle zone più ricche di biodiversità del mondo. O ancora l’utilizzo, da noi, di collaboratori domestici da lì provenienti. Invece negli ultimi anni vi è stata una ragione di carattere geopolitico ed economico comune che ha riguardato e coinvolto ambedue: l’ interesse cinese al rilancio della Via della Seta. Sì perché ambedue i Governi avevano stretto accordi o protocolli di intesa con Pechino in questo senso propedeutici a massicci investimenti strutturali da parte del gigante comunista che per noi riguardavano l’ utilizzo dei nostri scali marittimi ( in particolare Trieste) e per le Filippine la rete ferroviaria.
Da noi era stato soprattutto l’ultimo Esecutivo a guida Conte, con la regia dei cinque stelle, ad aprire le porte alle aspirazioni di Xi Jinping, nelle Filippine l’ex Presidente Rodrigo Duterte, in una visita a Pechino aveva rinforzato le relazioni con la Cina finalizzandole al piano di investimenti promesso dal leader cinese. Gli Stati Uniti erano rimasti nell’ ombra avvertendo però gli alleati del pericolo che le mire sulla Via della Seta costituivano per la loro autonomia e collocazione internazionale. Italia e Filippine sono tornate recentemente sui loro passi chiamandosi fuori da ogni tipo di intesa con Pechino sulla Via della Seta. Già il Governo di Mario Draghi aveva recepito le preoccupazioni Usa ( del resto condivise anche dall’Unione Europea). Giorgia Meloni ha fatto addirittura di più tanto che nei giorni scorsi ha annullato la sua visita a Pechino ribadendo l’uscita del nostro Paese dalla nuova Via della Seta. Da parte sua il nuovo Presidente delle Filippine Ferdinand Marcos Jr. ha fatto marcia indietro rispetto alle azioni del suo predecessore e il Ministro dei Trasporti di Manila ha affermato che per quanto riguarda le infrastrutture ferroviarie si cercheranno altri finanziatori, facendo il nome di Giappone e Australia.
Ma mentre per quanto riguarda il mancato accordo con il porto di Trieste la società logistica cinese ha deciso nei spostare l’investimento ad Amburgo facendo intendere di voler aggirare il niet del Governo italiano, molto meno tranquilla e’ stata la risposta cinese al cambiamento di rotta di Marcos. Il 23 ottobre Manila ha accusato navi cinesi di aver speronato volutamente due imbarcazioni impegnate in un’operazione di rifornimento nella zona economica esclusiva filippina dell’atollo Ayungin, non rispettando il diritto internazionale. Pechino, che rivendica la quasi totalità di quest’area, ha invece espresso il proprio disappunto per la presenza definita illegale di imbarcazioni filippine. Inoltre tre motoscafi cinesi si sono dati all’inseguimento di una nave della Guardia costiera di Manila nel mer Cinese Meridionale, ultimo di una serie di incidenti che hanno contribuito riscaldare notevolmente il clima in questa zona. E anche nei giorni scorsi varie scaramucce si sono verificate con accuse reciproche. Un aumento della tensione in un territorio conteso ma strategico per le attività espansionistiche della Cina che ne rivendica il controllo. Marcos, visto il deterioramento della situazione, ha rinsaldato le relazioni con gli Stati Uniti che hanno svolto due esercitazioni militari con le forze armate filippine.

