Dopo l’assalto e la devastazione della tipografia de La Giustizia quotidiana da parte di una squadra d’assalto fascista l’otto aprile 1921, con uno sforzo organizzativo ed economico notevole, i compagni riuscirono a farla rivivere, nonostante la continua censura delle autorità pubbliche e le pesanti minacce fasciste. Già nel 1922, tuttavia, il giornale venne trasferito a Milano per divenire l’organo ufficiale del Partito socialista unitario di Matteotti. La chiusura definitiva avvenne il 5 novembre 1925, dopo l’ennesimo attentato a Mussolini di Zaniboni, che portò a una ondata senza precedenti di violenze fasciste.
A Reggio dunque, dopo il trasferimento a Milano del quotidiano, rimase solo l’edizione settimanale de La Giustizia diretta da Camillo Prampolini. Furono anni particolarmente difficili che videro Prampolini deciso a resistere per non privare i compagni dell’unica voce ancora in grado di tenere vive le ragioni dei socialisti.
Con molti compagni già costretti a cercare riparo in altre città o in procinto di lasciare l’Italia, furono anni tristissimi, di lavoro solitario, con pochissimi risorse economiche. Dalla corrispondenza intercorsa con alcuni compagni, Prampolini descrive la sua solitudine e la certezza dell’imminente chiusura anche della sua Giustizietta, come era abitualmente chiamata quella domenicale.
Fin dalla nascita, il 29 gennaio 1886, portò come sottotitolo questa frase: “La miseria dei lavoratori è dovuta non alla malvagità dei capitalisti, ma alla cattiva organizzazione della società, della ‘proprietà privata’, perciò noi predichiamo non l’odio alle persone, né alle classi dei ricchi ma la urgente necessità di una riforma sociale che alla base dell’umano consorzio ponga la ‘proprietà collettiva’.
Il timore di Prampolini di dover chiudere anche il suo giornale settimanale, si avverrò, purtroppo, il 5 dicembre 1925.
Prampolini ne diede annuncio con queste parole: “Travolto dal turbine fascista, mentre stava per compiersi il suo quarantesimo anno, il nostro periodico La Giustizia si trova costretto a sospendere le pubblicazioni. È per noi un grande dolore, confortato soltanto dal pensiero che il fervido lavoro di questo quarantennio non fu inutile né andrà perduto, e dalla fede incrollabile che, malgrado ogni avversità, rimangano sempre insopprimibili e continuano ad agire dovunque quelle profonde ragioni di vita che sospingono ineluttabilmente i popoli verso il nostro ideale di libertà, di giustizia, di pace”.
Prampolini inoltre si disse contrario a trasferire la redazione a Milano o a Roma per utilizzare la testata come nuovo settimanale nazionale del neonato PSLI (Partito socialista dei lavoratori Italiani), sorto dopo lo scioglimento del PSU.
Prampolini espresse le sue considerazioni in una lettera a Zibordi il 22 dicembre 1925.
“…se un settimanale socialista deve tentar di vivere, questo ha da essere quello che il nostro Comitato preannuncia da Roma. Là devono convergere tutte le nostre forze. Non vi può esser dubbio in proposito. Resta invece a sapersi quale dovrà essere il suo indirizzo di fronte al fascismo.
E mi pare che su questo punto capitale anche i nostri Commissari abbiano idee molto confuse, oppure non abbiano o non vogliano manifestare alcuna idea, se nella loro circolare essi si mostrano tanto preoccupati dell’unità socialista, vale a dirsi di unirsi coi massimalisti…che, oggi come sempre, sono i più equivoci, reticenti e confusionari di tutti. Vedremo!”.
Con la testata Giustizia uscì a Roma, il 14 marzo 1926, un periodico settimanale che, come reca il sottotitolo, “Pubblica gli atti del Partito dei Lavoratori Italiani”, costituitosi nel novembre del 1925. Tale settimanale, tuttavia, cessò le pubblicazioni nell’ottobre dello stesso anno.
Fabrizio Montanari

