di Fabrizio Montanari.
“Forse in Italia c’è chi sa dire meglio di noi, ma non chi sa fare meglio di noi”
Questa frase pronunciata dall’on Amilcare Storchi nel gennaio 1920 al Congresso provinciale straordinario dei socialisti reggiani, nel corso del quale i riformisti tornarono in maggioranza, riassume bene il carattere e lo spirito pragmatico dei seguaci di Prampolini. Le tante realizzazioni economiche e sociali realizzate dai riformisti in provincia di Reggio Emilia non vennero dimenticate e furono proprio quelle a determinare l’esito del congresso. Il lungo applauso dei congressisti al termine del suo intervento, dimostrò quanto Storchi fosse in profonda sintonia con le aspirazioni della base del partito. La sua mozione ottenne, infatti, la maggioranza dei voti dei delegati e lui venne eletto segretario provinciale del partito.
Convinto neutralista, dopo la disfatta di Caporetto, fu incarcerato per disfattismo, accusa allargata indistintamente a tutti i socialisti e che Prampolini combatté e respinse al mittente in un suo apprezzato intervento in parlamento.
Stimatissimo da Turati e da Prampolini, fece della militanza politica la ragione della sua vita, dimostrandosi un ottimo giornalista, un competente politico, un combattivo sindacalista, oltre che un infaticabile organizzatore. Come giornalista diresse La Giustizia, subentrando a Zibordi dopo la distruzione della sede del giornale da parte dei fascisti nel 1921, e collaborò con molti altri giornali socialisti come: L’Avanti! Tempo e Critica Sociale di Milano, Il Lavoratore di Trieste, La scintilla e Il pensiero socialista di Ferrara e La Luce di Carpi. Durante la sua permanenza a Trieste, come ha approfondito nel suo bel saggio, pubblicato dalla rivista di studi storici L’Almanacco nel 2018, Nando Odescalchi, Storchi si interessò molto di politica internazionale, specie in riferimento alle minoranze slave e al rapporto con i socialisti austriaci. La sua fu sempre una visione improntata all’internazionalismo proletario e al più profondo pacifismo.
La sua prosa diretta ed efficace, tipica del maestro colto quale lui era, risultò accattivante e comprensibile a tutti.
Da giovane sindacalista, nel 1901 diresse con equilibrio e determinazione L’Associazione cooperativa contadini di Reggio, e successivamente la Camera del Lavoro di Ferrara. Come politico non si allontanò mai dalla strada tracciata da Prampolini e Turati, da lui considerati maestri insuperabili.
Eletto alla Camera nel 1919 nel collegio Emilia Nord, non esitò a battersi perché il governo impedisse le scorribande e le violenze fasciste e ripristinasse la legalità. Quando nel 1919/20 la situazione economica e sociale si fece difficile appoggiò le rivendicazioni dei lavoratori agricoli, che tra l’altro conquistarono un importante accordo con i mezzadri per i lavori d’avventiziato e l’esclusiva competenza del collocamento agli uffici delle leghe. Storchi elogiò l’alleanza raggiunta, anche perché il Concordato finale prevedeva, finalmente, il superamento della trattativa individuale.
Poi fu la volta, oggi si direbbe, della discesa in campo, dei metallurgici delle grandi aziende del Nord. Anche le Officine meccaniche reggiane furono occupate, nell’ambito di una azione rivendicativa generale promossa dalla Fiom, dal 4 al 28 settembre 1920. Sul capannone più alto della fabbrica fu issata la bandiera rossa dei socialisti e quella rosso-nera del gruppo anarchico “Spartaco”. Si giunse così alla difficile e convulsa fase finale del “biennio rosso”, durante il quale i giovani ordinovisti torinesi e tutti coloro che si consideravano rivoluzionari, cercarono, grazie all’occupazione di moltissime fabbriche, di realizzare la democrazia consigliare ispirata al modello dei soviet russi. Di conseguenza i dirigenti riformisti della CGIL e la dirigenza del Partito socialista, che contemporaneamente alle occupazioni e agli scioperi, trattarono e poi sottoscrissero un accordo nazionale con la controparte industriale, furono tacciati d’aver barattato la Rivoluzione in cambio di un accordo sindacale.
Attraverso La Giustizia Storchi difese l’operato legalitario del partito e del sindacato e l’accordo raggiunto, che tra l’altro prevedeva, grazie a una commissione paritetica, il controllo sindacale del processo produttivo, il riconoscimento delle commissioni di fabbrica, oltre ad un aumento del salario medio di 4 lire. Tale accordo fu poi giudicato positivamente dai lavoratori che, a larga maggioranza, l’approvarono, grazie ad un referendum appositamente indetto.
Il 26 settembre La Giustizia pubblicò l’articolo “Insegnamenti di un’agitazione” nel quale Storchi sentì il dovere di respingere tutte le accuse di tradimento mosse dagli ordinovisti e dalla frazione comunista, esprimendo apertamente la sua opinione: “Credo-scrisse- che in questa lotta abbiano trionfato pienamente quei criteri tattici che sono definiti…e diffamati coi nomi più svariati (riformismo, collaborazionismo, minimalismo, gradualismo, social-democraticismo, ecc.) ma noi abbiamo sempre considerati puramente e semplicemente come socialisti. Il Sindacato muove le sue milizie all’assalto del profitto capitalistico e dopo l’ostruzionismo, ordina l’occupazione delle fabbriche ( e chi ha dato l’ordine di occupazione sono stati si ricordi sempre i dirigenti della Federazione metallurgica, tutti appartenenti alla frazione non massimalista)ma contemporaneamente pone in moto gli organi politici della difesa proletaria, i quali si muovono in pieno accordo col sindacato stesso. E la favorevole soluzione del conflitto avviene con il concorso del governo contro il quale tutta la borghesia prorompe in imprecazioni e in maledizioni”.
Come delegato riformista partecipò nel 1921 al Congresso di Livorno dal quale nacque il Partito Comunista d’Italia, scissione che Storchi, da par suo, commentò: “La casa brucia ma non c’è acqua per spegnere l’incendio e il fascismo avanza indisturbato”.
L’anno dopo, come tutti i riformisti, aderì al Partito Socialista Unitario di G. Matteotti, continuando a lavorare a Milano presso La Giustizia, costretta a lasciare Reggio per poter sopravvivere. Sempre sorvegliato e perseguitato dai fascisti, nel 1924 emigrò con la famiglia in Argentina. La sua permanenza in Sud America durò appena due anni e nel 1926 fu di nuovo a Milano per gestire un bar e poi un negozio di sale e tabacchi, che in realtà divenne il rifugio e il ritrovo di tanti antifascisti, Prampolini, Zibordi e Turati su tutti.
Dovendo viaggiare come rappresentante di medicinali, raggiunse spesso Reggio e il suo comune d’origine Sa Martino in Rio, per rivedere ed esortare i compagni di un tempo a non desistere dalla lotta antifascista.
Negli anni trenta partecipò all’attività di “Italia libera”, gruppo di antifascisti reggiani, trasferendosi per motivi di sicurezza a San Colombaro al Lambro.
Successivamente aderì al Mup (movimento di unità proletaria) insieme a molti riformisti già aderenti al PSU. Con la caduta di Mussolini fece in tempo a partecipare alle prime riunioni del Comitato di Liberazione Nazionale reggiano, nel corso delle quali ebbe modo di incontrare diversi vecchi socialisti.
Morì a San Colombaro il 21 aprile 1944, all’età di 67 anni.
