di Simona Russo.
L’elezione ONU che nessuno racconta: chi guiderà le Nazioni Unite mentre il mondo invoca il diritto internazionale?
In un’epoca in cui il richiamo al diritto internazionale è diventato quasi quotidiano, sorprende il silenzio che circonda uno degli appuntamenti più importanti della diplomazia globale: la scelta del prossimo Segretario Generale delle Nazioni Unite.
Mentre guerre, crisi umanitarie, tensioni geopolitiche, cambiamenti climatici e nuove sfide tecnologiche occupano le prime pagine dei giornali, ben poco spazio viene dedicato al dibattito su chi guiderà l’organizzazione che, almeno nelle intenzioni dei suoi fondatori, dovrebbe rappresentare il principale foro di dialogo e cooperazione tra gli Stati.
La domanda sorge spontanea: le Nazioni Unite interessano ancora davvero alla comunità internazionale? Oppure sono ormai percepite come una grande macchina burocratica, spesso incapace di incidere sugli eventi che plasmano il mondo contemporaneo?
Eppure la scelta del successore di António Guterres non riguarda soltanto un incarico prestigioso. Riguarda la direzione che prenderà il multilateralismo in una fase storica caratterizzata dal ritorno delle guerre, dalla crescente competizione tra grandi potenze e dalla messa in discussione delle regole che hanno governato le relazioni internazionali negli ultimi decenni.
Tra i nomi che oggi circolano con maggiore insistenza figurano l’ex Presidente del Cile Michelle Bachelet, l’attuale Direttore Generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica Rafael Grossi, la Segretaria Generale dell’UNCTAD Rebeca Grynspan, l’ex Presidente del Senegal Macky Sall e l’ex Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite María Fernanda Espinosa.
Un elemento emerge immediatamente: la forte presenza latinoamericana. Quattro dei cinque candidati provengono infatti dall’America Latina, una regione che non ha mai espresso un Segretario Generale dell’ONU e che, secondo molti osservatori, potrebbe essere favorita dall’equilibrio geografico che tradizionalmente accompagna queste scelte.
Ma c’è un altro elemento che rende questa elezione potenzialmente storica. Per la prima volta negli oltre ottant’anni di vita delle Nazioni Unite, tre donne figurano tra le candidature più autorevoli per la guida dell’organizzazione: Michelle Bachelet, Rebeca Grynspan e María Fernanda Espinosa. Una presenza che riporta al centro una domanda rimasta irrisolta per decenni: come è possibile che l’istituzione che si propone di rappresentare l’intera comunità internazionale non sia mai stata guidata da una donna?
Michelle Bachelet porta con sé l’esperienza di due mandati presidenziali in Cile e il prestigio acquisito come Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Rebeca Grynspan rappresenta invece il profilo della diplomatica multilaterale e dell’economista capace di muoversi tra sviluppo, cooperazione e governance globale. María Fernanda Espinosa unisce alla conoscenza delle dinamiche interne dell’ONU una forte attenzione ai temi della mediazione, della sostenibilità e della prevenzione dei conflitti.
Di fronte a loro si collocano candidature di grande peso politico e diplomatico come quella dell’argentino Rafael Grossi e quella dell’ex Presidente del Senegal Macky Sall.
Ogni candidatura presenta punti di forza e criticità. Bachelet gode di una forte credibilità internazionale ma potrebbe incontrare resistenze da parte di governi che considerano il suo approccio ai diritti umani troppo incisivo. Grossi è apprezzato per la sua capacità negoziale e per la conoscenza dei dossier strategici più sensibili, ma viene percepito da alcuni come un profilo prevalentemente tecnico. Grynspan rappresenta competenza economica e capacità di mediazione, mentre Espinosa può vantare una profonda conoscenza del sistema ONU. Sall, infine, porta l’esperienza di un capo di Stato e la voce di un continente che continua a chiedere maggiore rappresentanza nelle istituzioni globali.
Tuttavia il vero tema va oltre i nomi.
Ciò che colpisce è l’assenza quasi totale di un dibattito pubblico attorno a questa elezione. I media internazionali dedicano pochissimo spazio a una scelta che influenzerà il ruolo delle Nazioni Unite in un momento storico segnato da crisi multiple e simultanee. È come se il mondo continuasse a invocare il diritto internazionale senza interrogarsi su chi sarà chiamato a difenderlo, interpretarlo e promuoverlo.
Le critiche all’organizzazione non mancano. Il Consiglio di Sicurezza continua a riflettere gli equilibri geopolitici del 1945 più che quelli del XXI secolo. Il diritto di veto paralizza spesso l’azione dell’organizzazione nei momenti più delicati. I processi decisionali risultano lenti rispetto alla velocità con cui si sviluppano guerre, emergenze umanitarie, crisi climatiche, cyberminacce e rivoluzioni tecnologiche.
Eppure, nonostante tutti i suoi limiti, nessun’altra organizzazione possiede la legittimità universale delle Nazioni Unite. In un mondo sempre più frammentato, l’ONU rimane l’unico luogo in cui tutti gli Stati possono sedersi allo stesso tavolo e confrontarsi.
Per questo la futura leadership dovrà essere accompagnata da una riflessione coraggiosa sulla riforma dell’organizzazione. Non per indebolirla, ma per renderla più efficace, più rappresentativa e più capace di produrre risultati concreti.
Servono Nazioni Unite al passo con la velocità del mondo e delle società contemporanee. Servono istituzioni capaci di rispondere ai problemi globali con un impatto reale e non soltanto simbolico. Serve una governance internazionale che sappia affrontare le sfide del presente senza restare prigioniera degli equilibri del passato.
Soprattutto, occorre restituire centralità alla diplomazia.
In un tempo in cui la forza sembra spesso prevalere sul dialogo, la diplomazia non può essere considerata una debolezza, ma deve tornare a essere il principale strumento di prevenzione dei conflitti, costruzione della pace e ricerca di soluzioni condivise.
Le prossime elezioni del Segretario Generale non riguardano soltanto il futuro delle Nazioni Unite. Riguardano il futuro stesso del multilateralismo e la capacità della comunità internazionale di affrontare insieme le sfide del nostro tempo.
Perché se il mondo continua a richiamarsi al diritto internazionale, allora dovrebbe interessarsi anche a chi guiderà l’unica organizzazione universale incaricata di difenderlo. Se invece questa elezione continuerà a passare nel silenzio generale, il rischio è che non sia in discussione soltanto la scelta del prossimo Segretario Generale, ma la stessa centralità delle Nazioni Unite nell’ordine internazionale del XXI secolo.

