Fallito il “Patto di pacificazione” tra fascisti, socialisti e sindacalisti dell’agosto del 1921, sorse l’idea di opporre alla violenza dilagante fascista una organizzazione che raccogliesse tutte le forze sindacali antifasciste disponibili in un’unica organizzazione.
Al convegno romano del 18-20 febbraio 1922 i rappresentanti della CGdL, dell’USI, dell’UIL, della Federazione lavoratori dei porti e del Sindacato ferrovieri si fecero promotori di un’iniziativa per unire le forze operaie nella “Alleanza del Lavoro”, con lo scopo di concentrare le forze e conferire un indirizzo unitario alla lotta contro il fascismo. Erano assenti i sindacati cattolici.
Il PCI aderì solo nel mese di marzo, su pressione dell’Internazionale comunista, che evidentemente, in caso di successo, non avrebbe gradito vedersi esclusa dalla direzione del movimento operaio. All’Alleanza aderirono invece da subito senza riserve il PSI, il PRI, e gli anarchici. Sulla carta si trattò di una forza imponente per numero di aderenti e di presenza sul territorio, ma in realtà fragile e politicamente divisa. Difficilissima fu la ricerca di una strategia comune tra anime politiche tanto diverse e il tutto si risolse in una somma di debolezze e contraddizioni più che nel loro superamento.
I socialisti riformisti, maggioritari nella CGdL, avrebbero desiderato dare all’Alleanza lo stesso indirizzo del loro sindacato, cioè netta opposizione al fascismo, affidando al governo la difesa dell’ordinamento democratico e costituzionale. Gli anarchici predicavano la spontanea azione diretta delle masse. Ai comunisti di fede ancora bordighiana dei “due fronti” invece interessava togliere i socialisti dalla guida del sindacato.
Il programma approvato l’8 marzo 1922 si articolava su almeno tre punti fondamentali: 1) ripristino delle libertà politiche e sindacali; 2) difesa delle 8 ore di lavoro giornaliero; 3) mantenimento dei livelli salariali e normativi già acquisiti o data riacquisire ora minacciati dai fascisti.
La situazione precipitò in estate, quando guidati da Farinacci, Grandi, Balbo e altri ras, si ebbe l’occupazione fascista di Ravenna e la distruzione di numerose sedi sindacali e cooperative. Le città più colpite furono Genova, Alessandria, Livorno, Cremona, Novara, Macerata e Ancona. A Minervino Murge (BA) si ebbe un vero e proprio eccidio di lavoratori. Violenti scontri si registrarono a Milano, Torino, e Genova. Il 3 agosto a Milano, dopo la presa di Palazzo Marino, le cronache descrissero perfino Gabriele D’Annunzio arringare i fascisti da uno dei balconi.
La pronta risposta dell’Alleanza fu la proclamazione dello “sciopero legalitario” a tempo indeterminato per il 1° agosto. Nonostante la grande partecipazione popolare, lo sciopero però fallì per la reazione violenta dei fascisti, sostenuti e coperti dalle forze di polizia. Molti lavoratori rimasero uccisi o feriti. Solo a Parma e a Bari le formazioni di difesa proletaria (socialisti, comunisti e anarchici) riuscirono a respingere momentaneamente i fascisti.
Si trattò di una resistenza eroica con scontri epici e barricate nelle strade con molti feriti e diversi morti. Filippo Turati definì quelle giornate “la Caporetto del movimento operaio”.
Si trattò, in effetti, dell’ultima grande mobilitazione antifascista prima della “marcia su Roma” dell’ottobre 1922. A scontri ultimati, con il passaggio della responsabilità dell’ordine pubblico dalle prefetture al Regio esercito, che impose lo stato d’assedio a diverse città, calò il silenzio.
Le reazioni politiche dei vari soggetti in campo furono ancora una volta diverse, se non opposte, tra loro.
Accanto al comunicato ufficiale del PNF inneggiante alla vittoria, la Direzione del PSI invitò al rilancio dell’Alleanza del Lavoro, mentre i comunisti criticarono la decisione di aver dato lo stop allo sciopero troppo presto. La notte lunga e nera era appena cominciata.
Fabrizio Montanari


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