sulla candidatura di Ursula alla Presidenza mentre ha votato contro a quelle di Kaja Kallas nelle vesti di Alto rappresentante Ue e Antonio Costa a guidare i lavori del Consiglio europeo.
Una doppia posizione dettata da un lato da ragioni di schieramento politico e dall’altro dalla speranza di ottenere per l’Italia i posti di rilievo richiesti.
Una di quelle classiche soluzioni cerchio-bottiste che provano tanto a ricordare gli equilibrismi tanto cari a quella corrente democristiana che si fondò nella chiesa di Santa Dorotea ma che però con le raffinatezze della prima repubblica non hanno nulla a che spartire.
La Meloni voleva, e vuole, un posto da Commissario (tra l’altro al bilancio) per Fitto e una vicepresidenza di peso ed esecutiva, ma non voleva e non ha voluto votare per le soluzioni indicate dalla maggioranza Popolare, Socialista e Liberale.
“La proposta formulata da popolari, socialisti e liberali per i nuovi vertici europei è sbagliata nel metodo e nel merito”, ha dichiarato la nostra Premier, “ho deciso di non sostenerla per rispetto dei cittadini e delle indicazioni che da quei cittadini sono arrivate con le elezioni. Continuiamo però a lavorare per dare finalmente all’Italia il peso che le compete in Europa”.
Consapevoli che la maggioranza in parlamento è risicata e che il pericolo dei franchi tiratori è concreto si è lavorato tutta la notte per allargare a Fratelli d’Italia, e al gruppo Conservatori e Riformisti, la maggioranza di governo dell’Europa, una volta tirati dentro dai Popolari e un’altra volta cacciati fuori dai Socialisti, ma diciamo dal PD e dalla Schlein, la quale però anche lei è pronta a sparare bordate se l’Italia non avrà un posto in Commissione.
La giornata era iniziata con le trame politiche e con un inequivocabile segnale del cambio di strategia offerto dal presidente del Ppe, Manfred Weber, per ribaltare l’approccio dei giorni scorsi e non escludere l’Italia dai negoziati, “L’Italia è un Paese del G7, leader nell’Ue” e i suoi “interessi”, è stato il monito, vanno presi in considerazione.
Poi, uno dopo l’altro, gli esponenti di punta dei popolari hanno teso la mano alla premier italiana. Parlando di “un malinteso” e di ragioni “politiche” e matematiche di maggioranza. E confermando, per bocca del premier polacco e negoziatore Donald Tusk, che “non c’è Europa senza Italia” e che nessuna decisione può essere presa senza la sua leader.
Una linea ribadita, al nostro interno, anche dal vicepremier Antonio Tajani che, impegnato a fare da sponda per perorare la causa italiana, ha messo più volte in luce le “convergenze” tra il Ppe (cui aderisce Forza Italia) e l’Ecr della premier su più fronti: dall’Ucraina alla lotta alla migrazione clandestina. É tornato a invocare un dialogo tra le due famiglie per dare nuova forma all’Europa e a spostare il baricentro della futura maggioranza che non dovrebbe, a giudizio del leader di Forza Italia, in alcun modo coinvolgere anche i Verdi.
Posizioni del tutto opposte quelle dei Socialisti che sono invece tornati a puntellare la loro linea rossa: “Nessuna collaborazione con Ecr e con l’estrema destra”.
Questo è stato il diktat, dopo una riunione a porte chiuse prima dell’avvio del summit, lanciato dal capo negoziatore Olaf Scholz, e poi, più apertamente, ribadito dalle le parole decise della leader del Pd, Elly Schlein, che ha alzato il muro a “qualsiasi tipo di alleanza con l’Ecr di Giorgia Meloni e con Id di Marine Le Pen e Matteo Salvini”.
Chiuse le porte della girandola d’incontri tra famiglie politiche però poi i riflettori si sono spostati sulla scena del Consiglio europeo dove i toni di Scholz sono stati più concilianti nei confronti dei ventisette Paesi “tutti ugualmente importanti” per tutelare l’intesa.
Insomma dopo il fallimento di quella politica si è cercata la via istituzionale per far rientrare dalla finestra quello che era stato sbattuto fuori dalla porta e che trova la sua giustificazione nelle parole del liberale Mark Rutte che ha parlato di “un accordo che è stato chiuso dai gruppi di maggioranza per i quali la presenza di Ecr è inaccettabile, senza però alcuna volontà di escludere l’Italia”.
Chiaro il tentativo di dare una sostanziosa iniezione di voti alla maggioranza parlamentare ma alla fine però Meloni non ha cambiato idea.
“Vorrei esprimere la mia gratitudine a tutti i leader Ue,” ha dichiarato Ursula von der Layen, nella conferenza stampa al termine del Consiglio europeo. “Sono molto onorata e molto felice di condividere la responsabilità con la mia cara amica Kaja Kallas e con Antonio Costa. Cercherò la conferma della mia nomina al Parlamento europeo dopo aver presentato il mio programma politico per i prossimi cinque anni. Quindi c’è ancora un passo da compiere” ha aggiunto la Presidente designata, “sì, Meloni si è astenuta sulla mia nomina, ma è importante lavorare bene al Consiglio con l’Italia, così come con gli altri Stati membri, è un principio che seguo sempre. Lavorerò con tutto il Parlamento, ma devo convincere una maggioranza: stiamo costruendo una piattaforma con Ppe, S&D e Renew ma mi rivolgerò anche ad altri partiti, è importante costruire una larga maggioranza per l’Europa”.
Più chiaro di così non si può ma per ora irrealizzabile.
Certo che pretendere di entrare in un governo europeo che non si ha intenzione di votare e le cui future decisioni si ha l’intenzione di contrastare e, dal lato dei Dem, pretendere un posto per l’Italia escludendo però dalla maggioranza il partito rappresentativo della Premier è un po’ dura ma in parlamento europeo si arriverà dopo il week end e vedremo poi quali saranno i reali comportamenti e quali i reali voti espressi…di tutti.
Tanto ormai in Italia siamo abituati alle sceneggiate, in patria e all’estero, e retromarce e figure di m…sono sempre dietro l’angolo.
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Vice Direttore. Nato nel 1956, studi classici e poi laurea in giurisprudenza, oggi è avvocato nella sua città, patria di Ovidio e Capograssi: Sulmona. Da bambino, al seguito del padre ingegnere, ha vissuto, dall’età di 6 sino ai 12 anni, in Africa, tra Senegal, Congo, Ruanda, Burundi, rimanendo anche coinvolto nelle drammatiche vicende della rivolta del Kivu del 1967. Da pochissimi anni ha iniziato a cimentarsi nell’arte della letteratura e ha già pubblicato quattro romanzi: “La Foglia d’autunno”, “L’ombra dell’ultimo manto” "I leoni siamo noi" (a quattro mani con la giornalista Francesca Di Giuseppe) e "Virgilia". Quest'ultimo vincitore del premio letterario internazionale Ovidio edizione del 2024. Giornalista pubblicista è anche opinionista del Riformista, di Mondoperaio, del Nuovo Giornale Nazionale. Impegnato in politica è attualmente membro del movimento Socialista Liberale.

