Il 30 aprile 1781, pochi mesi prima dell’attacco all’arma bianca contro gli inglesi, che condusse insieme al Marchese di La Fayette, nella battaglia finale di York Town, Alexander Hamilton, in una lunga lettera inviata a Robert Morris, responsabile delle finanze della confederazione dell’Unione delle Colonie americane, affermò con sicurezza che “a national debt, if not excessive, it will be a national blessing [benedizione], a powerful cement of our union”. Parole che rimasero scritte nella storia.
Avendo a mente questa previsione, una volta nominato Segretario al Tesoro, nel settembre del 1789, da George Washington, primo Presidente della nuova repubblica degli Stati Uniti d’America, egli provvide a concretizzare il suo piano. Piano che non solo doveva provvedere a cementare un paese diviso su tutto, ma anche a creare un governo, come egli disse, che fosse “autorevole all’interno e rispettato all’estero”.
E l’America non poteva sopravvivere e prosperare senza un governo che non godesse dell’autorità necessaria a stabilizzare la nazione all’interno e renderla rispettata e, persino, temuta, all’esterno. Questi erano i due principi essenziali nella costruzione di un “impero, per certi aspetti, il più interessante al mondo.”
Ma cosa fece Hamilton sfidando stati e congresso insieme?
Primo. Riportò in capo al governo, che pure soldi non aveva, tutti i debiti della rivoluzione, quei debiti egli disse, che erano stati il prezzo della libertà e trasformò quella massa di debiti nella base della ricchezza americana.
Tutte le nazioni, grandi o piccole, scrisse nel suo Rapporto sul Credito Pubblico, uno degli scritti più importanti della rivoluzione, e soprattutto quelle prive di Money capital, necessitano, in particolare in tempi di guerra, di prestiti che alimentano il debito pubblico.
Debito che, se assunto dal governo, avrebbe smesso di fluttuare continuamente e ridotto il tasso di interesse; il governo stesso ne avrebbe beneficiato per affrontare le spese necessarie alla sua azione, mentre i prestatori avrebbero ottenuto un beneficio dagli interessi ricevuti.
Tuttavia, scrisse ancora Hamilton, il debito è anche moneta, potendo all’istante essere tramutato in denaro contante, e gli imprenditori possono utilizzarlo per gli investimenti per le loro imprese.
In questo modo il commercio sarà esteso e l’agricoltura e le manifatture incentivate dalla maggiore disponibilità di capitali, mentre l’interesse del denaro sarà abbassato per la relazione esistente tra la quantità di moneta e la velocità della sua circolazione [pochi conoscevano il significato o la stessa esistenza della velocità di circolazione della moneta].
Questa circostanza consentirà ad entrambi, pubblico e privato [la politica economica di Hamilton non era per il laissèz faire generalizzato, ma era incentrata sulla collaborazione tra il governo e gli imprenditori] di ottenere prestiti a condizioni più favorevoli e un aiuto ulteriore sarà fornito al lavoro, all’industria e alle arti di qualsiasi tipo.
Secondo. La creazione del “sinking fund”, un fondo nel bilancio dello stato istituito appositamente e utilizzato per estinguere, nel lungo periodo, il debito.
Terzo. La fondazione di una banca, partecipata al 25% dal pubblico per le sue indubbie funzioni di interesse generale. Egli la pensò e utilizzò come una banca centrale volta a coordinare l’intera politica finanziaria e monetaria della nazione (la prima banca centrale americana fu istituita nel 1913), e che chiamò Banca degli Stati Uniti d’America.
La banca fungeva da cassa per il governo, controllava e regolava la liquidità in circolazione per evitare una eccessiva inflazione, come era stato per tutto il periodo bellico, e agiva da prestatore di ultima istanza nel caso di crisi finanziarie. Esattamente quello che ha fatto la FED Americana e la BCE con Draghi nel corso delle recenti crisi finanziarie.
Hamilton aveva compreso quello che molti uomini di governo ancora non hanno capito oggi: che una crisi finanziaria “fa sparire la moneta dalla circolazione” e per scongiurarne gli effetti disastrosi occorreva immettere moneta sul mercato comprando buoni del tesoro. E così fece nella prima crisi finanziaria americana del 1791.
Ecco quindi che l’Europa, come ha scritto Francesco Giavazzi sul Corriere del 20 aprile, potrebbe trarre la lezione di Hamilton per la creazione di un unico sistema finanziario e consentirle gli enormi investimenti necessari alla sua crescita e alla sua difesa.
Una crescita economica che è richiesta per stare alla pari con i grandi imperi mondiali, dall’America alla Cina, stante il fatto che negli ultimi 20 anni il PIL europeo e il reddito pro-capite si sono ridotti del 50% rispetto a quelli americani. Un dato impressionante considerato che gli abitanti dei 27 paesi europei sono 447 milioni, rispetto ai 330 degli USA. Roba da terzo mondo. Così come è per la difesa che è totalmente sovrastata da quella russa che oggi ci minaccia da vicino.
E solo una azione decisa nella creazione di un unico sistema finanziario europeo può consentirci di trovare le risorse necessarie per entrambi i settori nei quali siamo più che sofferenti.
Hamilton ha insegnato che un unico debito è fonte di ricchezza e non il contrario come molti sprovveduti ancora pensano e che una Banca centrale indipendente, non come quella di oggi che è passibile dei ricatti di una Germania che è ancora ferma alla repubblica di Weimar. E’ stato per questo veto che Italia e Grecia hanno pagato un prezzo enorme con le due crisi dei mutui sub-prime, in America, e dei debiti sovrani, in Europa.
Il debito, se ben gestito, è una benedizione e può fare dell’Europa un continente unito e forte, o come voleva Hamilton per l’America, autorevole all’interno e rispettato (e temuto) all’estero.
Ma Hamilton rappresenta anche altro; egli rappresenta quella cultura politica liberal-democratica che proprio con la rivoluzione americana si è affermata nel mondo e che ha dato vita alle costituzioni europee ed italiana.
Italiana perché i nostri costituenti, che avevano studiato, conoscevano la Dichiarazione di Indipendenza Americana, i principi della sua costituzione e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino approvati durante la fase liberale della rivoluzione francese.
La costituzione italiana, infatti, tutela i diritti naturali dell’umanità così come sanciti da queste due rivoluzioni che hanno introdotto il mondo moderno della libertà e della democrazia.
Basti a questo proposito citare l’art.2 della Dichiarazione francese: “Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione”.
Sicurezza e resistenza all’oppressione che sono i punti cardine degli articoli 11 e 52 della nostra costituzione. Art. 11: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Art. 52: La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.
Tradotto in pratica significa che la guerra è consentita per difendere la Patria, ritenuta nientemeno che sacra, e che la ripudia come mezzo delle risoluzioni internazionali. Cioè a dire che una guerra di aggressione come quella della Russia all’Ucraina è contraria ai principi di una costituzione che ci è stato raccontato essere “la più bella al mondo”.
Non solo. L’art. incarica il governo di provvedere ai mezzi ritenuti idonei alla difesa della nazione. La nostra costituzione non è pacifista e ripudia le guerre di conquista, non quelle di difesa.
Se sapessero leggere i vari Conte, Landini, Santoro, De Cesare Orsini, Moni Ovadia, dovrebbero nascondersi ed essere ripudiati, loro si. Personaggi in cerca d’autore che negano il “diritto di resistenza”; diritto che i nostri partigiani hanno applicato contro l’occupante nazista e che negano al popolo ucraino. Vergogna!
Ecco. Noi liberaldemocratici, noi socialisti riformisti di Turati e di Rosselli, di Nenni, Pertini e Craxi ci riconosciamo in questi valori di libertà che sono alla base delle nostre società liberali che comunisti, fascisti, populisti e reazionari di ogni genere hanno sempre negato. Sulla base di questi valori noi vogliamo costruire una Europa fulcro della civiltà occidentale, baluardo nella difesa dei diritti dei popoli e dei diritti umani e schierata a difesa della libertà del popolo ucraino.
Francesco Ruvinetti
Ex Presidente Provincia di Ferrara

