L’affermazione delle idee socialiste in terra reggiana fu dovuta, oltre che all’arretrato contesto economico generale, all’adesione disinteressata di molti uomini, che vollero e seppero mettere al servizio della causa le loro conoscenze e la loro umanità.
Riuniti attorno a Camillo Prampolini, quegli uomini seppero costruire un modello di società inclusivo più giusto e rispettoso dei bisogni del proletariato. A offrire il loro contributo non furono solo politici, ma anche giornalisti, insegnanti, educatori, tecnici, amministratori, sindacalisti, cooperatori e semplici lavoratori dell’industria e dell’agricoltura. Giunti a Reggio anche da altre province, essi progressivamente cambiarono il volto della città, finendo per rappresentare un esempio per tutto il Paese. Il modello Reggio, basato sul “municipalismo socialista”, rappresentò davvero il “Punto nero”, come venne chiamato dagli oppositori, per la difficoltà d’essere sconfitto. Partito, Comune, sindacato, Leghe e cooperazione rappresentarono, infatti, un tutt’uno, un sistema organico praticamente inespugnabile.
Tra i tanti protagonisti della prima ora un importante ruolo svolse anche l’avv. Alessandro Cocchi. Nato a Reggio nel 1856 da Carlo e Virginia Spagni, Cocchi fin da giovane professò idee dapprima mazziniane e successivamente, dopo essersi avvicinato con Contardo Vinsani al mondo della cooperazione, socialiste.
Con alcuni noti “sovversivi” come Eugenio Cavandoli, l’ing. Contardo Vinsani, Francesco Gorisi e il conte Palazzi, divenne un autorevole animatore della prima Associazione Cooperativa Reggiana. In seguito, nel 1889, fu eletto consigliere comunale nella lista democratica-socialista che sconfisse per la prima volta nella storia della città il partito clerico-moderato. Nello stesso anno venne eletto presidente della neonata Federazione delle Cooperative di Lavoro di Reggio Emilia.
Quando, il 29 ottobre 1891, morì a soli 25 anni Giulia Giovanna Segàla, la amatissima compagna di Prampolini, fu proprio Cocchi, a nome di tutti i compagni reggiani, a tenere l’orazione funebre. Anche quell’episodio dice molto dell’amicizia e dell’affinità umana e politica esistente con Prampolini.
Nel 1894 diede vita con Prampolini, l’avv. Borciani, il pittore Gaetano Chierici, i mazziniani Filippo Manini e Cesare Guardasoni, alla sezione reggiana della “Lega italiana per la difesa della Libertà”, presieduta dall’on G. Lorenzo Basetti, sorta per resistere alla violenta ondata repressiva crispina. Nel corso della sua vita rivestì diverse cariche politiche e responsabilità amministrative, che lo posero in primo piano nel quadro dirigente socialista provinciale.
Fu eletto consigliere comunale e provinciale, nonché presidente della Congregazione di carità, la più importante istituzione, da sempre gestita dal locale clero, volta ad alleviare le condizioni miserevoli di gran parte della popolazione. Grazie al suo impegno si assistette a una graduale laicizzazione della Congregazione e all’affermarsi di una gestione più rispondente ai bisogni reali della povera gente.
Le elezioni politiche del 1900 lo videro anche candidato perdente nel collegio di Correggio, dove prevalse il moderato avv. Vittorio Cottafavi. Dimostrando grande spirito di servizio e per nulla abbattuto dal risultato negativo conseguito, mantenne la direzione della Federazione delle cooperative di lavoro fino al 1902, quando venne eletto presidente della Deputazione provinciale.
Come presidente di tale Amministrazione si dimostrò uno dei più convinti assertori della costruzione della mitica ferrovia Reggio-Ciano, opera considerata all’epoca quasi avveniristica.
Sempre grazie a Cocchi i lavori dell’opera furono concessi in sub-concessione al Consorzio delle locali cooperative di lavoro e gli operai assunti dall’Ufficio provinciale del lavoro.
Nel 1906, con l’affermazione delle forze clerico-moderate, riunite nella “Associazione per il bene economico”, detta “La Grande Armata”, venne sostituito nella carica di presidente della Deputazione dal moderato Igino Bacchi Andreoli.
Di rilievo per lo sviluppo dell’economia reggiana fu anche la sua lungimirante e coraggiosa gestione della Cassa di Risparmio. Nella carica di Presidente era subentrato, nel 1908, a Camillo Prampolini, che ne raccomandò la nomina per le sue comprovate capacità amministrative.
Interventista e quindi in dissenso con il PSI, alla vigilia della Prima guerra mondiale non rinnovò la tessera del partito, ritirandosi progressivamente a vita privata. I suoi rapporti personali con Prampolini e gli altri dirigenti del partito rimasero comunque buoni e improntati a reciproca stima. A riprova di ciò ricordiamo un episodio mai dimenticato dai sui ex compagni di partito. Quando, nel 1921, la sede de La Giustizia fu distrutta dai fascisti, Cocchi fu uno dei primi a offrire il suo contributo in denaro affinché la tipografia potesse rinascere al più presto e riprendere il suo ruolo a fianco dei lavoratori.
Quando morì, nell’agosto del 1922, all’età di 65 anni, La Giustizia lo volle ricordare a tutti i compagni, sottolineandone la laboriosità, l’onestà, la dirittura morale e la sua immutata fede nel socialismo.
L’articolo- ricordo del 10 settembre chiuse tuttavia con una precisazione piuttosto critica nei confronti della moglie. La redazione del giornale intese sottolineare che Alessandro Cocchi ebbe un funerale religioso non per suo espresso desiderio, essendo non credente, ma per esclusivo volontà della moglie, che con quella decisione non avrebbe rispettato il suo volere.
Tale nota, forse non necessaria e inopportuna in quel contesto, ci conferma il carattere fortemente anticlericale del socialismo di inizio secolo.

