Di solito ci si ritrova in luoghi ameni, che invogliano al dialogo e alla distensione. Invece hanno scelto la Joint Base Elmendorf–Richardson. Una struttura militare statunitense ad Anchorage, la più grande città dell’Alaska. L’enorme installazione ospita: il quartier generale dello United States Alaskan Command, l’Undicesima U.S. Air Force, lo U.S. Army Alaska, e l’Alaskan North American Aerospace Defense Command Region.
Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio della Guerra Fredda la base assunse un ruolo sempre più strategico per la difesa del Nord America, trovandosi in una posizione ideale nel caso di attacco all’URSS, distante appena 88 km. Oggi ospita oltre 32.000 persone (il 10% della popolazione di Anchorage), di cui 5.500 membri del personale militare.

Putin sarà il primo presidente russo della storia a recarsi nella base ad Anchorage. E non solo perché il viaggio gli risulterà relativamente comodo, ma perché dopo il mandato di arresto internazionale spiccato nei suoi confronti dalla Corte di Giustizia Internazionale, la base è l’unico luogo che può garantirgli una certa sicurezza, poiché si tratta di una superficie sottoposta alla giurisdizione esclusiva degli Stati Uniti (e quindi al totale controllo di Mister Trump).
E Zelensky? Assisterà alla partita da casa. Purtroppo. Non vogliamo tornare sull’argomento, già esaminato in lungo e in largo da tutti. Piuttosto, abbiamo deciso di andare virtualmente in Ucraina a sondare gli animi di chi ripone in questo incontro tutte le speranze possibili. Abbiamo chiesto a Marco Gallipoli di raccontarci la vita quotidiana degli ucraini alla vigilia di questo vertice che molti auspicano decisivo e, soprattutto, equo.

Marco Gallipoli è lo stimato fotografo e scrittore italiano che da anni vive a Leopoli, con sua moglie Ustyna Soroka, figlia dell’artista Bohdan Soroka. La coppia, insieme a Lucio Gomiero – docente alla Ca’ Foscari, Ihor Kozhan – direttore del Museo Nazionale Andrey Sheptytsky di Leopoli, e Taras Voznyak – direttore della Galleria Nazionale delle Arti di Leopoli e coordinatore della rete di musei di Leopoli, hanno creato Save Ukraine Art 22, progetto che supporta i musei ucraini nella protezione delle proprie collezioni. In particolare questa iniziativa parte da Leopoli, il cui centro storico è patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, per poi raggiungere altre città (come Charkiv). Prestano consulenza gratuita all’iniziativa anche Demetrio Paparoni – accademico italiano e curatore artistico, e Gabriella Belli – direttrice dei musei di Venezia. Nonostante si trovi a trascorrere qualche giorno di “tregua” nei Carpazi con la famiglia, Marco continua sempre, ogni giorno, a impegnarsi a favore delle istanze ucraine. Perciò si è detto subito disponibile a raccontarci alcune cose che nei media generalisti, purtroppo, non possano.
Trump ospiterà Putin in Alaska, identico luogo del primo incontro di alto livello Usa-Cina nell’era Biden. Un vertice che, allora, si trasformò in una rissa diplomatica, con attacchi reciproci. Tutti si augurano che stavolta non sia così, e tifano per l’Ucraina. Ma, luogo a parte, ritiene che un confronto a due, senza la presenza dell’aggredito, possa davvero essere lecito e produttivo?
Le riporto quello che non è solo il mio pensiero, ma il comune sentire della mia gente e anche di alcuni politici ucraini. Molti sono preoccupati che Trump e Putin possano accordarsi sulle regioni ucraine senza ascoltare gli ucraini, e sarebbe un “trappolone”. Si sentono infastiditi da questa mancanza di rispetto da parte di Trump. Del resto, perfino l’ambasciatore russo in italiana ha detto che Roma ha perso una grande occasione, facendosi sottrarre questo vertice. Ad Anchorage, però, Trump e Putin possono fingere che il Tribunale Internazionale non esista. Se facciamo notare la cosa, ci chiamano russofobi. Però non si tratta di russofobia: si tratta di legge. O accettiamo il tribunale internazionale o meno.
E’ la Russia, soprattutto, a non voler parlare con Zelensky. Sembra che Mosca e Washington vogliano ripristinare l’andazzo della Guerra Fredda… Quindi gli ucraini sono molto arrabbiati. E i politici ucraini, in particolare, non credono a Trump.
Lo considerano una banderuola, inaffidabile, e favorevole ad aprire alla Russia. Secondo alcuni deputati ucraini, tuttavia, il vertice non cambierà granché la situazione: l’Ucraina è un Paese con 35 milioni di abitanti, con un esercito forte e preparato, e un mercato IT molto sviluppato, quindi è impossibile che due Stati se la spartiscano senza conseguenze. Sono molto fiduciosi, invece, sull’Europa. La cosa più importante oggi è il fronte: ci sono circa due milioni di soldati mobilitati al confine, sia russi che ucraini, e questi soldati non spariscono all’istante solo perché in Alaska si firma un accordo.
Il Washington Post sostiene che Putin stia preparando per Trump «un’altra Monaco». E ha aggiunto: “Se Trump accettasse le condizioni di Putin si tratterebbe della ripetizione dell’accordo di Monaco del ’38, quando il primo ministro britannico Chamberlain cedette a Hitler i Sudeti senza consultare i cechi. In cambio Chamberlain ricevette solo vuote promesse di pace“. Questo è noto agli ucraini? E Zelensky teme un simile scenario?
In Ucraina tutto l’arco parlamentare è unito, in questo momento. Se quando Zelensky arrivò al governo qualcuno gli era apertamente ostile, oggi tutti i partiti lo sostengono. Nessuno vuole che cada il governo, e si lavora tutti insieme per appianare ogni incomprensione interna.
La priorità assoluta è il fronte. Bisogna salvare quanti più soldati possibile. Qualunque cosa venga fuori da Anchorage, per gli ucraini non cambierà niente.
Di recente proprio Zelensky ha ricordato il tema dei territori incedibili su base costituzionale. Così facendo, cerca di dare rilevanza costituzionale ad una decisione già presa: sanno tutti bene che l’America è volubile, e non può opporsi del tutto alla Russia. Ma d’altro canto fanno molta attenzione al supporto degli europei.

«Il percorso verso la pace per l’Ucraina deve essere definito insieme, e solo insieme, all’Ucraina; questo è fondamentale», ha aggiunto Zelensky. Lei è d’accordo? E gli ucraini?
Assolutamente d’accordo. Del resto, l’avvicinamento dell’Ucraina all’Unione Europea parte nel 1998, con l’allora presidente Kučma che firmò la legge sulla strategia di integrazione dell’Ucraina nell’UE. E non dimentichiamo il “caso Donbass“, la regione più contesa. Lì c’è già da tempo la NATO, che dal 2006 ha stabilito alcuni uffici per istruire la popolazione e farla avvicinare all’organizzare atlantica. Si tratta di un centro per la sicurezza internazionale e l’integrazione atlantica, dal 2014 con sede presso l’Università nazionale di Uzhorod. SI svolgevano conferenze per avvicinare la popolazione all’idea euroatlantica, e vi partecipavano anche esperti russi, in pieno equilibrio scientifico di ricerca e pensiero. Fino al 2014 gli abitanti di quei territori erano al 70% favorevoli all’unione doganale con Mosca, ma quando la Russia invase la Crimea i sondaggi si ribaltarono. Da allora oltre il 60% degli ucraini di quei territori sono a favore della NATO e dell’UE. La presenza culturale degli europei proprio in quelle zone, segnatamente del Belgio, risale alla fine della seconda guerra mondiale. Nessuno vuole fare mezzo passo indietro, adesso.

Ad oggi, pare che l’unica offerta sul tavolo sia il ritiro unilaterale dell’Ucraina dal Donetsk in cambio del cessate il fuoco. Piano già respinto da Zelensky e dagli Europei. “La proposta è peggiore di quanto Trump ha detto durante la chiamata“, dicono dal Wall Street Journal “Si tratta di dare a Putin quello che vuole, in cambio di niente“. Questa notizia ha raggiunto anche l’Ucraina?
Putin vuole le regioni che ha aggredito per motivi simbolici ed economici. Ma l’Ucraina non torna indietro. La democratizzazione del Paese è molto avanti. Pur sapendo della presenza, nel governo di Kiev, di molti personaggi ambigui e filorussi, gli ucraini apprezzano le azioni liberali messe in atto da Zelensky. Prendiamo il caso delle recente manifestazione di protestanti che, in piazza, sono riusciti a bloccare il varo di una legge che tendeva a ridurre l’attuale normativa anticorruzione: un caso da manuale, per quanto riguarda la democrazia e la libertà dei cittadini. Anche per questo non vogliamo tornare indietro. Il Donbass è storia a parte: se i russi riescono a tenerselo che fanno? Lo dividono? Oppure saranno regioni sotto il controllo russo ma formalmente indipendenti, che potranno partecipare alla vita politica dell’Ucraina.
E qui sta il problema: Putin, non potendo entrare in Europa, lancia il suo cappello nel Donbass. C’è il rischio materiale che poi, un domani, a livello decisionale europeo l’Ucraina potrebbe schierarsi come già fanno oggi Slovacchia e Ungheria…

A luglio la Russia avrebbe preso il controllo di circa 500 chilometri quadrati di territorio ucraino. Lo riporta l’ultimo aggiornamento di intelligence del ministero della Difesa britannico. È così?
Questa è una notizia che non è passata, in Ucraina. Quindi non posso confermarla né smentirla. Però so che gli ucraini stanno colpendo raffinerie e aeroporti oltre il confine, e gli attacchi all’Ovest sono leggermente calati, da parte dei russi. Posso anche testimoniare che le regioni preparano i civili ad agire in situazioni di emergenza: io stesso vi ho partecipato. Insegnano a utilizzare e pulire le armi (anche fucili d’assalto) e a fornire primo soccorso. Molti diventano volontari e partono per il fronte, ogni giorno. Di recente l’Europa ha inviato molte più armi. L’Ucraina sta producendo in autonomia oltre il 55% di ciò che serve per le azioni belliche. Di recente Kiev ha firmato un accordo con Ankara per nuove forniture di droni: il software sarà turco, ma i motori saranno prodotti in Ucraina.
“È davvero importante che i russi non riescano più a ingannare nessuno“. Ha scritto Zelensky sui social dopo la telefonata con Macron. È sempre stato così per gli Ucraini e, più in generale, tutti i paesi dell’ex cortina di ferro?
Credo che Trump e Putin siano due signori nostalgici, che giocano a decidere le sorti del mondo ma fanno i conti senza l’oste. Cioè l’Europa. Oggi la Russia ha un PIL che è al dodicesimo posto in scala mondiale; Germania, Francia, Italia e altri paesi europei hanno PIL ben superiori al suo. Nel 2010 un sondaggio interno riportava un diffuso euroscetticismo: ma era localizzato laddove c’era una popolazione che non aveva nemmeno mai viaggiato all’estero. Adesso la fiducia nell’estero, e nell’Europa, è dilagante. Perché la gente ci è stata, ha visto, si è resa conto della differenza. Nessun accordo coi russi funzionerà mai. Come non hanno mai funzionato quelli firmati nel 1994 a Budapest, l’altro nel 1997, sempre tra Ucraina e Russia: carta straccia.
Molti analisti sostengono che l‘unico accordo possibile è quello di battere la Russia. L’unica pace garantita è quella nata dall’impossibilità, da parte russa, di sostenere le spese della guerra.
Infatti penso che gli occidentali hanno sbagliato, fin dall’inizio di questo conflitto, a non bloccare i passaporti per l’espatrio. Quello sì, che sarebbe stato un duro colpo alle casse russe. Nemmeno il blocco delle armi li spaventa: gli oligarchi trasformano le proprie fonti di ricchezza, reinvestono, e non hanno paura delle pallottole. Bisognava impedire loro di trasferirsi e di attingere ai loro conti.
Tutta questa guerra parte dalla menzogna, come ho visto coi miei occhi consultando alcuni documenti del 1200 e del 1400 in un monastero. La lingua utilizzata era l’ucraino antico, non come sostengono i russi che la lingua ucraina non è mai esistita. Tutta propaganda, insomma. Il problema dell’identità è molto forte qui: si parla russo, ma l’identità è prettamente ucraina. Non siamo “fratelli” come sostiene Mosca: siamo un popolo che vuole essere e restare autonomo. Ma a prescindere dalla lingua parlata, esistono dei confini: è triste dover giustificare la propria identità solo per assecondare la manipolazione russa. Perché comunque esiste una legge internazionale, e loro l’hanno violata. Il tribunale internazionale ha condannato i loro crimini di guerra, e la loro aggressione. Questo è molto chiaro agli ucraini, perché gli è molto chiaro il funzionamento del diritto internazionale. E grazie a questo, sono già in Europa.



7 commenti
Senza le armi che le sono state fornite l’Ucraina avrebbe resistito tre mesi. E’ stata una guerra per procura.
Dai comportamenti che vedo di “Hitler” par che ve ne siano assai. La Russia sorta dopo l’URSS è diventata si capitalista, ma a modo suo. Son comunque tempi molto brutti. Per tutti.
Guerra per procura?
E da parte di chi, verso chi e per quali motivazioni?
Quindi sarebbe stato meglio lasciare annegare l’Ucraina tra le bombe di Putin, vabbè, faranno qualche migliaia di morti, rapiranno qualche migliaio di bambini, ma alla fine l’Ucraina si arrenderà finalmente, sia mai che si dica che c’è la guerra per procura, sia mai che facciamo arrabbiare Putin.
Cosa tocca leggere.
Pietro,
ma se nessuno avesse armato l’Ucraina, se non ci fossero state le sanzioni che hanno “sgangherato” la Germania e non solo, e se invece si fosse voluto bene agli ucraini e si fosse fatto quello che oggi – forse – tentano di fare in Alaska? Se si fosse dichiarata la neutralità dell’Ucraina, senza volerla includere nella NATO, quanti ucraini sarebbero sempre vivi e quante città non sarebbero state bombardate?
Non condivido quasi nulla del suo ragionamento.
Vale anche il contrario, se l’Ucraina fosse già stata nella Nato crede che sarebbe stata attaccata? Con ogni probabilità no, nessun attacco, nessuna vittima.
Quindi Svezia e Finlandia hanno provocato la Russia aderendo alla Nato? Non è piuttosto che quando il tuo vicino da vent’anni getta bombe e uccide inventando motivazioni controfattuali ed illegali magari ci si fa due conti in tasca e si cerca di tutelare il proprio paese?
Inoltre in Alaska non si sa cos’è che stiano tentando di fare oggi, questo si vedrà. Probabilmente si vorrà legittimare una situazione illegittima, totalmente illegittima. Io come tutti spero almeno in una tregua.
Le ricordo che tentativi di mediare con la Russia sono stati fatti ripetutamente in questi anni, tutti respinti al mittente.
Inoltre ricordo anche che ogni qual volta gli armamenti come dice lei non erano sul tavolo (ritardi europei, stallo al congresso americano) o diminuivano, la parte russa certamente non diminuiva le bombe, anzi le aumentava, su ospedali, scuole, strutture civili. Anche la narrazione tutta russa del “se continuate a dare armi noi allora bombardiamo” è stata autosmentita dai fatti purtroppo decine e decine di volte.
Ora se tutto ciò si vuole far credere sia responsabilità non russa, se si vuole far credere che a causare tutto ciò sia stato il malvagio occidente con i suoi disegni imperialisti prego, se si vogliono ignorare decenni di bombe e vittime cecene, georgiane(nessuno tra l’altro parla della situazione tragica della Georgia) ed ucraine prego. Sarà stato l’occidente anche là ( il quale occidente aveva così pianificato di circuire e stritolare la Russia da essersi legato mani e piedi al gas di Putin e quindi ad una dipendenza energetica quasi totale).
Sarà appena il caso di far notare comunque sia che la neutralità o no di un paese non va dichiarato da paesi terzi, al limite andrebbe reso manifesto dal paese stesso, secondo la sua sovranità.
Pietro,
non l’occidente, il soggetto è un altro.
Proprio vero, il soggetto è Putin ( e i suoi)e ciò che ha fatto della Russia.
Pietro, Putin ha fatto della Russia un pessimo paese capitalista.