Alcune sedie sono scomode. Altre ancora di più. Come quelle intorno al tavolo dove siedono da un lato Benjamin Netanyahu, dall’altro Yoav Gallant, David Barnea e Ronen Bar, i suoi leader militari e dell’intelligence.
Bibi, com’è soprannominato il primo ministro, aveva già deciso di licenziarli in blocco appena rientrato dal suo ultimo viaggio negli Stati Uniti, dove il discorso tenuto al Congresso lo aveva inondato di applausi da parte dei deputati e dei senatori americani. Ma gli ultimi eventi mediorientali gli hanno freddato tutti gli entusiasmi.
Secondo le ultime notizie interne di Israele, Bibi sta pensando di mettere Gideon Sa’ar, fuoriuscito dal Likud, al posto di Gallant. Appena sostituito il ministro della difesa, potrebbe poi procedere agli altri cambi. L’operazione sarebbe quindi solo rimandata: Netanyahu avrebbe voluto cacciare Gallant già un anno e mezzo fa, ma allora migliaia di israeliani scesero in piazza a protestare, e la cosa finì lì.
«I fedelissimi del premier — scrive Avi Issacharoff, celebre editorialista del quotidiano Yedioth Ahronoth — attaccano i tre vertici perché non si allineano ai voleri del capo. È in atto una campagna politica coordinata per eliminarli, anche se tutti loro hanno già annunciato che si dimetteranno alla fine del conflitto».
Intanto, le mosse dell’estrema destra al potere inquietano la nazione: un recente sondaggio rileva che il 61% degli israeliani è preoccupato per la tenuta della democrazia nel Paese.
Sa’ar, il nuovo pupillo di Netanyahu, sostiene che la guerra contro Hamas a Gaza deve andare avanti, dimenticando che i palestinesi uccisi finora sono quasi 40 mila. Lui, del resto, sostiene proprio quella «vittoria totale» già proclamata da Netanyahu. Invece Gallant, insieme all’attuale direttore del Mossad e al capo dei servizi segreti interni, spingono sempre più affinché il governo accetti l’accordo per una tregua.
Alcuni uomini dentro al palazzo li hanno sentiti dire «È sul tavolo, dobbiamo farlo prima che sia troppo tardi per i rapiti», implorando il premier. Sul piano tecnico va aggiunto che anche lo stato maggiore considera ormai raggiunti tutti gli obiettivi sul campo. Perfino il mega generale dell’Esercito Herzi Halevi è in rotta totale col primo ministro.
E pensano che sia tardi anche le famiglie dei 114 ostaggi ancora nelle mani dei fondamentalisti palestinesi. L’esercito conta che oltre 30 persone siano già morte in cattività. Pochi giorni fa i parenti di Eitan Levy hanno divulgato un video in cui si vede il suo cadavere portato a Gaza e preso a calci dalla gente. Da 310 giorni tutti chiedono che Netanyahu raggiunga un’intesa, fino ad arrivare al cessate il fuoco in cambio del ritorno a casa dei loro parenti. Sanno bene che il rischio di un conflitto allargato all’intera regione restringerà (e di molto) la speranza di rivedere i sequestrati.
Lunedì scorso Netanyahu è arrivato a criticare apertamente il ministro della Difesa, Yoav Gallant. Lo ha fatto dopo che lo stesso Gallant ha dichiarato, durante un briefing ristretto sulla sicurezza, che l’idea di Bibi di una “vittoria totale” è “una vera sciocchezza“.
Intanto, alti funzionari dell’amministrazione Biden si stanno sparpagliando in tutto il Medio Oriente per fare pressione e ottenere il cessate il fuoco a Gaza. Anche loro, come Gallant, sanno che un attacco da parte dell’Iran o dei suoi delegati contro Israele sarebbe la fine.
Altroché “vittoria totale”…!

