C’è molto più di quanto la stampa non si ostini a propinarci, dietro la decisione italiana di abbandonare la Via della Seta. Del resto, nel 2021 fu proprio Xi Jinping a dichiarare: “C’è un vivido contrasto tra l’ordine della Cina e il caos dell’Occidente“. Quindi oggi non si stupisca se i patti iniziano a crollare.
Tre giorni fa un’apposita nota diplomatica della Farnesina ha raggiunto le cancellerie di Pechino. Nel documento l’Italia dichiara di non voler rinnovare il memorandum d’intesa del marzo 2019, tanto voluto da Conte e Di Maio. L’accordo, così, arriverà a naturale scadenza nel marzo 2024. Firmando quel patto (che non era solo economico, anche se così ci fu venduto) l’Italia si rese primo e unico paese del G7 a siglare uno specifico e biunivoco accordo d’intesa con Pechino, e 121° paese su scala globale ad essere attratto nella grande rete tessuta dal dragone in circa venti anni. Basti pensare che quest’anno gli agreement firmati tra Cina e altri paesi del mondo sono arrivati addirittura all’imponente cifra di 148.
Accordo economico, dicevamo? Peccato che sul piano della bilancia commerciale e degli investimenti questa roba non ha portato nessuno dei benefici sperati. Anzi: nel 2022 il deficit commerciale dell’Italia verso la Cina ha riportato il record peggiore di sempre, con un disavanzo di 47 miliardi di dollari, mentre gli investimenti della Cina in Italia si sono fermati ben prima che Roma cominciasse a diffidarne e/o bloccarli.
E le auspicate conseguenze positive non si sono viste neanche sul fronte delle relazioni e degli scambi culturali. La nota più stonata, in questo bel quadretto, è di certo quella collegata alle vicende post-Covid: le collaborazioni in tema medico-scientifico tra le università italiane e quelle cinesi sono completamente crollate, né fanno prospettare alcun tipo di ripresa.

Eppure erano stati in molti gli analisti che, quattro anni fa, avevano già scommesso sul cattivo esito del patto: i rapporti tra Cina e UE, così come quelli tra Pechino e il resto del mondo, oggi sono molto diversi rispetto ad allora, ma i segnali erano tutti sul tavolo da sempre. Sarebbe bastata una minima attenzione in più. L’invasione russa dell’Ucraina, e l’immediato appoggio offerto dalla Cina a Mosca, è stato solo l’atto più teatrale di tutti quelli da tempo già allineati sul palcoscenico della strategia globale a dir poco onnivora di Pechino. Atto cui ne ha fatto seguito un altro dello stesso tenore, considerando le reazioni di Pechino all’attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre. I rischi di questa ingerenza strabordante del gigante orientale non possono più, in alcun modo, considerarsi allineati ai valori occidentali. Quindi, abbandonare la Via della Seta significa per l’Italia marcare in modo inequivocabile il suo ancoraggio alla partnership euro-atlantica. Del resto, le pressioni della Casa Bianca in questo senso non sono mai mancate. E a tal proposito va ricordato che l’Italia ha da poco aderito ad un progetto promosso proprio dagli USA per un nuovo corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, evidente risposta alternativa alla rete cinese. L’exit strategy italiana dal circolo filocinese si presenta comunque molto morbida: lo stesso “no comment” del governo sulla lettera inviata dalla Farnesina alla Cina va letto in tal senso.
Del resto, Roma non ha alcuna intenzione di indebolire i rapporti con Pechino, ma li gestirà in modo più pragmatico, a cominciare dalla visita di Mattarella a Xi Jinping nel 2024 e dal business forum Italia-Cina che si terrà a Verona tra pochi mesi. Va anche ricordato che l’entusiasmo del primo governo Conte nei riguardi dell’alleanza economica e commerciale coi cinesi fu subito smussato dall’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi, e pure Giorgia Meloni definì quel memorandum “un grande errore” già in campagna elettorale. Anche Tajani di recente ha apertamente dichiarato che Germania e Francia hanno ottenuto dati dell’export verso la Cina “più vantaggiosi” rispetto a quelli italiani. Capitolo chiuso, quindi?
Spesso l’epilogo è la parte più interessante del romanzo. E anche in questo caso i fatti lo confermano: quella che sta ordendo il presidente “assoluto” Xi Jinping è una trama di influenza globale sempre più pervasiva. E più che con la seta, sembra fatta con fili d’acciaio. Obbiettivo? Creare un assetto radicalmente nuovo della governance globale. E questo non lascia certo indifferenti nè gli USA nè le democrazie occidentali tutte. Almeno da un lustro si parla apertamente di “nuova guerra fredda”, e molti considerano questo scenario destinato a durare a lungo. La domanda è: quanto costerà una simile tensione, nel lungo periodo? La Cina di Xi dichiara senza mezzi termini di voler raggiungere alti obiettivi di primato economico e tecnologico, e al contempo dimostra di non voler conformarsi al modello politico liberaldemocratico occidentale. Perciò le differenze economiche assumono una forte connotazione ideologica che punta al primato in settori industriali e commerciali d’avanguardia come colonne portanti di un ruolo strategico determinante.
Dopo il recente (e non certo felicissimo) incontro tra Xi Jinping e Biden alla Casa Bianca, il buon vecchio Joe ha definito il collega cinese “seriamente intenzionato a rendere la Cina la nazione più influente e importante del mondo. Lui e gli altri autocrati pensano che la democrazia non sia in grado di competere contro le autocrazie nel Ventunesimo secolo. Ma noi dimostreremo che la democrazia funziona“. Far decadere l’accordo della Via della Seta è solo un primo passo, e fortemente dovuto, che una nazione come la nostra, così ancorata alla democrazia e all’atlantismo, non poteva e non doveva evitare. Adesso spetterà agli altri 147 paesi che pure hanno siglato vari patti con Pechino scegliere quale strada percorrere: però ricordino che con la seta si fanno ottimi cappi.

