I recenti fatti di Torino, dove un ragazzino di 15 anni è stato sequestrato e seviziato da un gruppo di coetanei durante la notte di Halloween, alimenta l’allarme causato da una generazione che non vogliamo definire “persa“. Per questo abbiamo chiesto alla professoressa Ilaria Vaglini di fare il punto della situazione. Ecco le sue illuminanti riflessioni, che al miele preferiscono il sale, da spargere oculatamente su alcune ferite aperte di questa nostra società. Ma forse è proprio il caso di farlo, adesso.
Professoressa, questa violenza diffusa nei nostri ragazzi è sintomo di quale disagio profondo?
La violenza adolescenziale rivela una frattura esistenziale profonda. I ragazzi crescono in una società schizofrenica che predica rispetto ed empatia ma pratica competizione feroce e individualismo esasperato. Come possono credere alla gentilezza quando ogni giorno respirano il linguaggio della sopraffazione? Siamo di fronte a quella che Hannah Arendt definirebbe una crisi dell’autorità: non sappiamo più trasmettere un mondo che valga la pena essere abitato.
Il cervello adolescente si trova in una fase critica: la corteccia prefrontale, che controlla impulsi ed emozioni, è ancora in costruzione fino ai venticinque anni, mentre l’amigdala è iperattiva. Ma questo non giustifica nulla: ci aiuta a capire che ciò che respiriamo diventa ciò che siamo, come intuiva Aristotele parlando dell’ethos. La neuroplasticità funziona in entrambe le direzioni: se respiri violenza, i circuiti neurali dell’aggressività si rafforzano; se respiri gentilezza, l’empatia diventa modo di essere incarnato, quella phronesis che diventa seconda natura.
René Girard ci ha insegnato che i riti d’iniziazione tradizionali canalizzavano l’aggressività giovanile in forme simboliche. Oggi questi riti sono scomparsi, ma il bisogno di affermazione resta disperato. Il gruppo di bulli compie un rito iniziatico selvaggio, dove la violenza diventa collante sociale. Come scriveva Camus, la violenza nasce quando non riesci più a dire “io sono” e puoi solo urlare “io distruggo, dunque esisto“.
Il disagio profondo è l’assenza di riconoscimento autentico. I ragazzi cercano disperatamente quello che Hegel chiamava Anerkennung, vogliono essere visti per quello che sono. Quando non lo trovano, scelgono di farsi vedere attraverso la distruttività, perché anche uno sguardo scandalizzato è meglio dell’invisibilità.
L’autocompiacimento genitoriale può confondere gli educatori?
Molte famiglie contemporanee vivono la genitorialità come l’ultimo grande progetto di realizzazione personale. Come descrive Christopher Lasch ne La cultura del narcisismo, il figlio diventa l’ultimo rifugio dell’io grandioso. Il narcisismo si proietta sul figlio con intensità accecante: l’aggressività diventa “carattere forte”, il rifiuto delle regole “spirito libero“. Ammettere un problema significherebbe ammettere un fallimento personale. È la negazione freudiana che protegge l’io da una verità troppo dolorosa.
Questo crea un cortocircuito devastante. L’educazione autentica, come ricordava Freire, non è mai indulgenza ma prassi trasformativa che richiede coraggio. Si crea un “doppio legame” batesoniano: il ragazzo prepotente a scuola diventa, nella narrazione familiare, un incompreso perseguitato da insegnanti inadeguati.
Il cervello adolescente ha bisogno vitale di limiti chiari per sviluppare l’autoregolazione. Winnicott parlava dell’importanza del “disillusionment“, quel processo attraverso cui si impara che il mondo non si adatta perfettamente ai nostri bisogni. Senza frustrazione tollerabile, non c’è crescita.
La gentilezza autentica include la fermezza. Come direbbe Kant, trattare il figlio sempre come fine e mai come mezzo per la nostra realizzazione narcisistica comporta anche indicargli i limiti. L’autocompiacimento genitoriale confonde gli educatori creando una doppia verità, paralizzandoli tra dovere educativo e paura di essere accusati. È quella che Gramsci chiamava “egemonia“: un sistema che si perpetua attraverso il silenzio complice, la rinuncia alla responsabilità educativa.

Esiste ancora un’alleanza silenziosa tra genitori e educatori?
La risposta scomoda è: no, quell’alleanza è largamente infranta. Un tempo esisteva un habitus condiviso, come direbbe Bourdieu: scuola e famiglia condividevano valori, si fidavano reciprocamente. Oggi assistiamo a una dinamica di sospetto reciproco. Ogni richiamo rischia di trasformarsi in contenzioso legale. È il trionfo della “società della prestazione” di Byung-Chul Han, dove anche l’educazione diventa transazione economica.
Siamo passati dalla logica comunitaria – “ci vuole un villaggio per crescere un bambino” – a quella proprietaria: “mio figlio è mio“. Ivan Illich aveva previsto questa deriva: quando l’educazione diventa merce, si perde la dimensione conviviale che genera apprendimento autentico.
Eppure esistono ancora oasi preziose: genitori ed educatori che incarnano il rapporto “Io-Tu” di Buber, l’incontro autentico tra persone che si riconoscono nella comune umanità, invece del rapporto “Io-Esso” che riduce l’altro a oggetto. Ricostruire l’alleanza richiede umiltà reciproca e quella che Levinas chiamava “responsabilità per l’altro“: riconoscere che il volto dell’altro mi interpella prima ancora di giudicare. Serve chiederci: “Cosa serve davvero a questo ragazzo?”, non “chi ha ragione?“. È quella che Simone Weil definiva “attenzione“: la capacità di svuotarsi di sé per fare spazio all’altro.
Quanto i social sono causa reale del problema, e quanto mera auto-assoluzione?
La risposta facile – “è colpa dei social” – è rassicurante ma disonesta. I social sono amplificatori, non cause prime. Marshall McLuhan ci aveva avvertiti: “il medium è il messaggio“. La struttura del mezzo rimodella la nostra percezione della realtà. È vero che i social impattano sul cervello adolescente: creano dipendenza dopaminergica, desensibilizzano l’amigdala, impediscono lo sviluppo dell’empatia che, come insegnava Merleau-Ponty, nasce dalla risonanza corporea. Se respiri solo interazioni mediate dallo schermo, non impari a respirare la presenza dell’altro. Ma tutto avviene in un contesto: se hai relazioni familiari solide, i social restano uno strumento. Se cresci nella solitudine affettiva, diventano l’unico spazio relazionale. Come documenta Sherry Turkle: siamo più connessi che mai e più soli che mai.
Accusare i social è “malafede” sartriana: proiettiamo la responsabilità su un oggetto esterno. La domanda scomoda è: perché alcuni ragazzi filmano le loro violenze? Perché hanno interiorizzato che l’esistenza si misura in visibilità. Guy Debord aveva previsto questa deriva: “tutto ciò che era vissuto si è allontanato in una rappresentazione“.
La violenza filmata rivela l’assenza di vergogna. Max Scheler distingueva tra “vergogna davanti a” e “vergogna di sé“: oggi è scomparsa questa seconda forma, costitutiva dell’identità morale. Non per colpa di un’app, ma perché abbiamo smesso di coltivare la capacità di vergognarsi, sostituendola con la celebrazione narcisistica del sé. Nietzsche ci ricorderebbe che il superuomo non è chi fa ciò che vuole, ma chi ha la forza di darsi una legge e rispettarla. Dare tutta la colpa ai social è un modo per non guardare noi stessi, per non assumerci la responsabilità di una società dove la violenza è diventata intrattenimento e la gentilezza segno di debolezza.
Professoressa, quali sono le sue riflessioni conclusive?
La sfida educativa richiede un cambio radicale. Non possiamo predicare la non-violenza mentre ogni aspetto della vita respira sopraffazione. Come diceva Gandhi: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo“. Non è retorica, è neurobiologia incarnata in filosofia morale.
Il cervello si forma attraverso l’esperienza ripetuta. Se vogliamo ragazzi gentili, devono respirare gentilezza quotidianamente: negli sguardi, nei toni, nelle relazioni autentiche. Come insegnava Dewey, non si impara la democrazia studiandola, ma vivendola. Spinoza ci ricorda che le passioni non si vincono con la volontà ma con altre passioni più forti: bisogna coltivare la passione per la gentilezza, renderla più attraente della violenza. Questo richiede coraggio adulto: dire “no” quando necessario, costruire alleanze educative, riconoscere le proprie responsabilità, spegnere i dispositivi e guardare negli occhi i ragazzi. Come diceva Ricoeur, serve “saggezza pratica“: trovare la giusta misura senza rifugiarsi in regole astratte o lassismo indifferente.
I ragazzi non imparano da quello che diciamo, ma da quello che siamo. La violenza si respira e si replica. La gentilezza si respira e si diventa. I neuroni specchio mostrano che il cervello dell’altro diventa parte del nostro quando siamo in relazione autentica. Edith Stein scriveva che l’empatia è “l’esperienza dell’esperienza dell’altro“: sentire con l’altro pur rimanendo se stessi.
Dobbiamo insegnare, non con le parole ma con la vita, che è possibile essere forti senza essere violenti, vulnerabili senza essere deboli, gentili senza essere ingenui. Che la grandezza umana si misura non da quanto dominiamo, ma da quanto amiamo nonostante tutto.
Ilaria Vaglini è filosofa, saggista e pedagogista, e si occupa di Neuropedagogia e Filosofia Applicata. Docente presso il Master in Neuroscienze, Mindfulness e Pratiche Contemplative e il Corso di Perfezionamento sul Fine Vita dell’Università di Pisa, svolge attività di ricerca e formazione in ambito sanitario ed educativo. I suoi studi esplorano la natura dell’esperienza umana, la finitudine e l’integrazione etica al benessere e alla salute, attraverso il dialogo tra metodologie pedagogiche, pratiche filosofiche e neuroscienze. È affiliata all’Università di Padova e all’Università di Pisa.

