Di Luca Aniasi
Senza alcun dubbio la manovra agostana del Governo Meloni non è passata inosservata e sta movimentando l’estate di molti operatori economici. Ha avuto anche l’effetto curioso di stimolare una gara da parte dei partiti di opposizione ad attribuirsene la paternità.
Non ci hanno sorpreso le affermazioni di Giuseppe Conte – di lui non ci sorprende più niente – o di Nicola Fratoianni, molto più quelle del normalmente prudente Antonio Misiani. Osserviamo con preoccupazione la formazione di un nuovo “pensiero unico” che accomuna il Partito Democratico di Schlein alla Lega di Salvini, al Movimento 5 Stelle di Conte fino, appunto, alla destra post-fascista di Meloni. Li accomuna la stessa visione illiberale dell’economia di mercato e delle sue dinamiche ed una tendenza ad individuare in una categoria di imprese (di volta in volta le banche, i petrolieri, le multinazionali ecc.) la causa di problemi interni la cui risoluzione richiederebbe riforme complesse e strutturali che, invece, si vuole evitare a tutti costi.
Una visione per la quale, per rifarsi ad un esempio sempre agostano, per ridurre le tariffe aeree e favorire la continuità territoriale con le isole non si aumenta la concorrenza – o al limite, si agevolano i residenti, i nativi e le loro famiglie – ma si interviene (per legge!) sugli “algoritmi” (è un termine loro, chissà se sanno cosa vuole dire) che determinano i prezzi dei biglietti su alcune piattaforme. Con l’effetto, paradossale, che chi ne adotta altri viene favorito e chi adotta quelli viene indotto ad abbandonare le tratte e lasciare le isole con collegamenti scarsi e, al massimo, limitati al periodo estivo.
Ma torniamo al tema degli “extra-profitti”, delle banche in particolare.
Non esiste una definizione di “extra-profitti” nella teoria economica ed in quella economico-aziendale. Esiste una definizione di “sovra-profitti” nella teoria marxiana e nelle elaborazioni di Piero Sraffa ma dubitiamo che la Presidente del Consiglio si sia ispirata a tale analisi o che Giuseppe Conte le abbia mai lette. Ed esistono i “sovra-profitti” derivanti da rendite monopoliste ed oligopolistiche, di cui nessuno ha mai parlato e che si risolvono o con le norme antitrust, e l’autorità preposta alla loro applicazione, o aumentando la concorrenza in modo che altre aziende entrino nel mercato e consentano un abbassamento dei prezzi.
Quindi, il termine “extra-profitto” è frutto della creatività della classe politica nostrana, e non solo, per la verità. “L’extra-profitto” è la parte incrementale di profitto generata da un’azienda rispetto ad un profitto “normale”. Ottimo. Chi lo decide il livello “normale” del profitto? Salvini e Meloni? Una commissione allargata che include Fratoianni e Schlein? Il cittadino accorto ci chiederebbe di non scherzare e direbbe che è quello medio realizzato nel settore, depurato statisticamente da annualità anomale per congiuntura economica o accadimenti eccezionali. Giusto. Mica tanto, perché ci sono sempre stati settori in crescita e settori in crisi, perché è normale aspirazione di ogni impresa investire per migliorare i processi produttivi ed innovare le politiche di vendita e realizzare così un risultato per i propri azionisti superiore rispetto a quello dell’anno o degli anni precedenti.
Quindi, direbbe sempre il cittadino accorto, è stata adottato il metodo della media e tassato maggiormente il maggior profitto delle banche. Neanche per idea. La norma direbbe (cito il Sole 24 Ore perché è prassi che le leggi le si annuncino ma non le si scrivano sulla Gazzetta Ufficiale se non dopo vari giorni, con il conseguente disorientamento di operatori e regulators): “la formulazione dell’imposta straordinaria del 40% si applicherà sul più alto dei due valori determinati così: uno dalla differenza tra il margine di interessi iscritti alla voce 30 del conto economico relativi all’esercizio 2022 che eccede per almeno il 5% il margine di interessi del 2021; l’altro dalla differenza dello stesso margine di interesse relativo all’esercizio 2023 rispetto al 2021 e che eccede la soglia del 10 per cento”. Ottimo, quindi non è la media, non è alcun’altra elaborazione statistica, il profitto “normale” è quello del 2021, anno nel quale erano ancora in vigore le restrizioni dovute alla pandemia e le politiche monetarie di tutte le banche centrali erano assolutamente eccezionali proprio per limitarne l’effetto recessivo, e quello del 2022, anno delle riaperture e dell’accelerato, non lineare e spesso distorto ritorno alla normalità ma anche della criminale aggressione dell’Ucraina da parte della Russia e delle conseguenze economiche che ben conosciamo.
Ottimo, il profitto “normale” e quello realizzato negli anni meno normali dal dopoguerra ad oggi. Insieme al 2020, dimenticato per le banche ma non per le aziende del settore energia; già, perché il Governo Meloni non è, come ben sappiamo, il primo ad avventurarsi in questo sentiero andino, sono arrivati prima Conte e (ahimè) Draghi e ancor prima Berlusconi e Tremonti con l’indimenticata “Robin Hood Tax”, sulla quale torneremo in seguito.
Il cittadino – forse a questo punto un po’ meno accorto e sedotto da argomenti come “è colpa della BCE e del rialzo dei tassi” (cfr. Adolfo Urso, il Ministro che si prende i meriti della riduzione dell’inflazione in tutta Europa) o come “i poveri sottoscrittori di mutui a tassi variabili dovrebbero essere risarciti” (e perché mai visto che maggiorenni e vaccinati hanno preferito pagare meno interessi nei primi anni quando i tassi erano negativi accodandosi il rischio di un loro rialzo) – chiederà di non essere troppo sofisticati e che vanno bene anche il 2021 e 2022 come anni di riferimento.
Benissimo, no malissimo invece. Andiamo avanti. Il cittadino accorto, leggendo la fonte del diritto “Il Sole 24 Ore” avrà però notato che ad essere tassato non è l’”extra-profitto” (che ne abbiamo parlato sino a qui a fare?) ma il margine incrementale di interesse. Ora, il cittadino accorto forse sa o forse non sa che il margine di interesse è solo il primo margine del bilancio di una banca e non è “profitto”. È, appunto, un primo margine, dato dalla differenza tra interessi attivi percepiti ed interessi passivi pagati.
Per arrivare al profitto bisogna intanto accantonare le perdite presunte sui crediti (“rettifiche” nel bilancio bancario) “in bonis” (sulla base della PD, probabilità di default), su quelli a probabile perdita (UTP, “unlikely to pay”) e quelli a perdita ancora più probabile (NPL, “non performing loans”). E non è poco, nel 2022 era circa un quarto del margine di interesse e dipende dalla qualità del credito di ciascuna banca. Se una banca, magari locale, eroga molto credito (fa, cioè, quello che vogliamo faccia una banca, finanziamenti alle piccole/medie imprese e mutui alle famiglie), avrà un margine di interesse molto alto ma dovrà effettuare maggiori accantonamenti. Nella logica meloniana, questa sarà tassata molto di più di una che eroga poco o solo a grandi imprese, con PD bassa e, di conseguenza, accantonamenti più bassi.
Ancora. Le banche hanno un altro margine, quello da commissioni, dato dalla differenza tra commissioni attive e commissioni passive. Questo margine non viene toccato dalla Robin Hood della Garbatella. Quindi, tornando alla nostra banca che eroga tanto credito alle piccole e medie imprese, questa sarà tassata di più di una che eroga poco credito e carica più commissioni alla clientela, per esempio sulla gestione del risparmio.
Per arrivare all’utile, o al “profitto” come piace chiamarlo e sul quale, in ogni paese civile, viene applicata la tassazione, bisogna poi scendere nel conto economico delle banche, perché ci sono gli altri proventi, da dividendi, dal risultato della gestione della negoziazione di titoli, delle attività di copertura dai rischi, delle attività finanziarie disponibili per la vendita, delle attività finanziarie da detenere fino alla scadenza e da altre voci riscontrabili in qualunque bilancio oltre che nelle circolari della vigilanza della Banca d’Italia.
Ora, credo che il cittadino accorto avrà capito quanto è distorsivo (sovra)tassare solo una delle componenti del conto economico di una banca come di qualunque altra impresa in qualunque altro settore. E quanto è distorsivo tassare di più le banche che fanno le banche (cioè prestano soldi) rispetto a quelle che privilegiano altri servizi.
Ma per la nostra Presidente del Consiglio quegli interessi guadagnati in più rispetto all’anno scorso e due anni fa sono “ingiusti”. Ecco qua che viene coniata anche una nuova categoria, dopo quella dell’”extra-profitto”: quella dei “profitti ingiusti”. Ci aspettiamo ora un comitato etico (sempre composto da Meloni, Salvini, Fratoianni e Schlein?) che giudica quando i profitti sono “giusti” o e quando “ingiusti”. Inutile dire che quelli dei balneari e dei tassisti sono sempre “giusti”, ça va sans dire.
Il comitato etico avrà anche presente che le imprese colpite (le banche in questo caso) cercheranno di traslare a valle (aumentando le commissioni ai clienti, quindi alle imprese ed alle famiglie, per esempio) i maggiori costi derivanti dalla nuova tassazione? Questi nuovi ricavi che genereranno saranno “giusti” o “ingiusti”? Se saranno giudicati “ingiusti” si sovratasseranno? Generando poi altri ricavi per coprire la nuova tassazione che sarà introdotta ed avviando una spirale in cui, guarda caso, pagheranno solo le imprese e i consumatori.
Se, invece, col termine “ingiusto” la Presidente intendeva un profitto frutto di intese collusive, doveva o riferire al l’autorità preposta (Antitrust) o varare norme che aumentassero la concorrenza.
Ci avviamo alla conclusione ma non prima di avere svolto alcune altre considerazioni.
I bilanci delle banche quest’anno sono particolarmente buoni ma non solo perché è aumentato il margine di interesse (+56% per il primo semestre 2023 rispetto al corrispondente periodo del 2022, secondo la tabella riportata dal Sole 24 Ore del 6 agosto) ma anche perché sono stati sensibilmente ridotti gli accantonamenti per rischi su crediti (-57% sempre secondo la stessa tabella). E ciò è un bene perché significa che le banche italiane si sono liberate dal pesante fardello dei crediti deteriorati e possono tornare a finanziare l’economia. Attenzione però, perché la nuova tassazione influisce direttamente sulla capacità di erogare credito. E attenzione anche perché le banche italiane sono ancora valutate a sconto rispetto alle concorrenti europee e il prezzo dei loro CDS (“credit default swap”, l’”assicurazione” contro il fallimento di una banca) sono ancora indice della loro rischiosità, come ha correttamente sottolineato il prof. Carnevale Maffè citando dati di Banca d’Italia.
Al posto di rallegrarsi per un sistema che sta tornando all’equilibrio ed al corretto funzionamento, il Governo lo punisce e lo fa in maniera, come abbiamo visto, illogica e foriera di distorsioni.
Poi, di grazia, quando il margine di interesse si ridurrà, che farà il nostro Governo, sovvenzionerà le banche? Quando i tassi di interesse erano negativi e le banche faticavano a fare il loro mestiere e, anzi, erano alle prese con miliardi di credito deteriorati, qualcuno ha mai pensato di ridurre il loro carico fiscale? Ovviamente, e grazie a Dio, no!
Ci chiediamo – e forse se lo chiede a questo punto anche il cittadino accorto – se sarebbe stato meglio introdurre un’addizionale dell’IRES sull’”extraprofitto” (quella sul “profitto” normale già c’è ed è del 3,5%, non chiedeteci perché). La risposta è no, sarebbe stata comunque una bestialità. Abbiamo visto come qualunque impresa, e quindi anche qualunque banca, pianifica, investe ed innova per migliorare il proprio risultato economico e la soddisfazione dei propri azionisti e stake holders. L’economista austriaco Joseph Schumpeter indicava correttamente nell’innovazione (dei prodotti, dei processi, dei modi di produzione, degli sbocchi e delle materie prime) e nel progresso tecnico il motore dell’evoluzione del sistema capitalistico. In un’economia di mercato, e salvo i casi di diseconomie esterne (ambientali, per esempio), un Governo non penalizza ma eventualmente agevola i comportamenti virtuosi e l’innovazione delle imprese e degli imprenditori.
Perché mai una banca, o qualunque altra impresa, che investe, innova, diviene più efficiente deve essere penalizzata? Vogliamo davvero un Paese che scoraggia la crescita e lo sviluppo?
Peraltro, il miglioramento del risultato può essere anche del tutto eccezionale e non ripetibile, pensiamo, ad esempio, ad una banca che acquista sportelli sul territorio, garantendo, per esempio nel Mezzogiorno, una copertura che andrebbe eventualmente persa. Naturalmente questa banca aumenterà, rispetto agli anni precedenti, i propri margini o il proprio profitto. Sarebbe “ingiusto” anche questo?
Con sentenza del 2015 la Corte costituzionale (Presidente Criscuolo, Relatore Cartabia, della Corte facevano parte anche Sergio Mattarella e Giuliano Amato) su ricorso di una media azienda reggiana (non di una big oil americana!) giudicò incostituzionale la “Robin Hood Tax” (già perché Giorgia Meloni non è la prima Robin Hood, ci fu Giulio Tremonti prima di lei…) perché violava gli articolo 3 e 53 della Costituzione.
Crediamo davvero che questa nuova tassa, e le altre che l’hanno preceduta, non sia egualmente incostituzionale? Chi vivrà vedrà.
Concludo con una (ulteriore) nota amara. Il Governo, come tradizione consolidata di tutti i governi degli ultimi decenni, interviene nella materia fiscale in modo retroattivo, violando lo Statuto del contribuente e provocando imbarazzo e sgomento negli operatori economici, particolarmente in quelli esteri abituati a ben altra attenzione nei confronti delle imprese. Le imprese pianificano, redigono budget e piani industriali, attraggono capitali o si indebitano sulla base di questi. Qualunque intervento che colpisce l’esercizio in corso manda all’aria questi budget e questi piani e mina, alla base, la stabilità economica del Paese. Ancora di più per le banche che devono riferire all’Autorità di Vigilanza su questi piani e sono soggette alla sua valutazione e giudizio.
Se si fosse voluto intervenire sul sistema bancario, il Governo avrebbe avuto ben altre opzioni, una delle quali saggiamente proposta da Nicola Rossi sulle pagine del Foglio del 9 agosto.
Uno spettro si aggira per l’Italia, e forse dell’Europa; quello del populismo regressivo ed anti-impresa, della superficialità e della ricerca del consenso facile e del gettito fiscale “popolare”. Quello che le imposte regolarmente applicate e riscosse sono “pizzo di Stato” mentre i nuovi balzelli contro il “cattivo” di turno sono misure di equità e giustizia sociale. Non ci sarà equità, non si sarà giustizia sociale, ci saranno invece consumatori e lavoratori danneggiati ed un Paese che non potrà che continuare ad arretrare.

